Tumori, la cura e la ricerca nell'Istituto oncologico veneto. Ecco i risultati nei nostri centri d'eccellenza

I dubbi, le paure, le domande sul futuro che nascono quando si scopre la "cellula impazzita" nel proprio corpo. Qui rispondono i più grandi esperti dello Iov

 
 PADOVA. C’è chi combatte battaglie cruente anche in silenzio. La guerra dei medici esperti di oncologia, cioè di riconoscimento e cura dei tumori, è forse una delle più importanti. E va raccontata. A coninciare da una delle eccellenze del Veneto, lo Iov, Istituto oncologico veneto.
 
 
 
 
Ogni giorno all’Istituto oncologico di Padova sette donne si sottopongono a intervento chirurgico per un tumore al seno e solo in un caso su dieci si tratta di una neoplasia benigna. Lo scorso anno sono stati 712 i nuovi carcinomi mammari diagnosticati, oltre 1. 200 quelli trattati. I numeri della sala operatoria sono solo uno scatto di una più lunga sequenza di passaggi – dalla diagnosi al follow up post operatorio – che comporta ciascuna presa in carico di una paziente.
 
La Breast Unit dello Iov, coordinata dal professor Pierfranco Conte e che fra le sue punte di diamante annovera il professor Fernando Bozza quale direttore della Chirurgia senologica, vede schierato in prima fila un team di medici in rosa: “Donne per le donne” il motto che accompagna il loro impegno in corsia. Un impegno che pensa a curare la malattia ma anche le ferite nel cuore e nell’anima di chi si vede precipitare nel baratro della diagnosi più infausta. Far sentire ogni donna, giovane o anziana che sia, dentro un percorso personalizzato, protetto e il più efficace possibile: è questo l’obiettivo dell’équipe multidisciplinare dello Iov.
 
 Una storia.Quella che raccontiamo è la storia di Maria, ma è la storia di tutte le donne che scoprono di avere un tumore maligno al seno. Una mattina come tante, colazione per le bimbe preparata in fretta e spedite a scuola. Una doccia veloce e poi via al lavoro. Ma mentre si asciuga, Maria sente una piccola pallina sul seno, pensa a un foruncolo, si guarda allo specchio e quella imperfezione sul suo seno di cinquantenne le apre gli scenari più neri. Le viene subito in mente la mamma e poi la sorella, più vecchia di lei di cinque anni, i racconti di quest’ultima, la corsa dal medico, l’urgenza di trovare un chirurgo, le liste d’attesa, l’incertezza, il panico. Maria decide di andare subito dal medico, il quale, conoscendo la sua storia familiare, le ordina degli accertamenti. Davanti allo sguardo attonito della donna, il medico la tranquillizza: «La mando allo Iov, qualunque sia il suo quadro clinico si occuperanno di lei nel migliore dei modi». 
 
Diagnosi. Maria non sa cosa l’aspetta e con la sua impegnativa se ne va schiacciata dalla paura allo Iov per prenotare il primo appuntamento. Questo le viene fissato due giorni più tardi: nella Radiologia senologica diretta da Francesca Caumo, Maria esegue ecografia, mammografia e biopsia. Dopo pochi giorni la dottoressa la chiama per dirle che c’è l’esito dell’esame istologico. La diagnosi è lapidaria, un pugno nello stomaco. L’incubo adesso è realtà. Il medico informa Maria che il suo caso sarà discusso da un’équipe di specialisti: radiologi, chirurghi senologi e plastici, radioterapisti, oncologi, genetisti e psicologi che ogni settimana si riuniscono per discutere caso per caso e “cucire” il percorso personalizzato per ogni paziente. Una settimana dopo la comunicazione che deve sottoporsi a intervento chirurgico. 
 
Intervento e terapie Maria incontra Tania Saibene, la chirurga che le spiega i dettagli dell’intervento. Emerge anche la necessità, vista la storia familiare – con mamma e sorella passate già per un carcinoma alla mammella – di un test genetico che sarà effettuato nell’Unità tumori ereditari diretta da Stefania Zovato: tra il 5 e il 10% dei tumori al seno hanno cause ereditarie e lo Iov ha proprio un ambulatorio dedicato proprio ai test genetici. In sala operatoria ci sarà anche Maria Cristina Toffanin, la chirurga plastica con cui Maria avrà concordato se e come procedere alla ricostruzione del seno. Maria non si sente serena, la paura la accompagna ogni giorno e affolla la sua mente tutte le notti. Ma di una cosa è certa: si sente in buone mani.
 
Da quando è entrata allo Iov non ha dovuto preoccuparsi che di curarsi e guarire. Visite, esami, colloqui: ogni appuntamento le viene fissato in automatico. Dopo 20 giorni dalla diagnosi, Maria entra in sala operatoria. I suoi pensieri sono per il marito, per le sue bimbe, per quella che sarà dopo l’operazione e per quello che l’aspetta. Viene sottoposta a mastectomia radicale bilaterale. Asportati completamente entrambi i seni. Ma dalla sala operatoria esce con un seno nuovo, ricostruito dal chirurgo plastico come concordato.
 
La donna si reca puntualmente alle visite per le medicazioni. Deve sottoporsi a un ciclo di chemioterapia: il primo pensiero è per i suoi biondi capelli lunghi. Si confronta con Valentina Guarnieri, l’oncologa che le parla dei farmaci che contrastano gli effetti collaterali della chemio, e del caschetto refrigerato che limita la perdita dei capelli. Maria vedrà l’oncologa ogni volta che andrà allo Iov per sottoporsi a chemio.Non deve sentirsi sola.
 
Dopo il ciclo di terapie Maria è a disagio perché ha preso qualche chilo e viene indirizzata dalla dietologa dello Iov: una dieta equilibrata su misura e attività fisica. Frequenta anche la stanza rosa dello Iov, un “salotto” dove si ritrovano donne come lei, e i medici che le hanno curate. Dove si chiacchiera e dove la malattia, spesso, è solo lo spunto per discutere di tutto ciò che di bello la vita ha ancora in serbo. —
 
 
 
 
La Breast Unit, cioè l’unità senologica, è uno dei fiori all’occhiello dello Iov, organizzata in un percorso a “tappe” per accompagnare la donna in tutte le fasi delle cure. Come funziona lo spiega la direttrice sanitaria dell’Istituto oncologico Veneto,
 
Maria Giuseppina Bonavina. Direttrice, come lavora la Breast Unit? «Ci sono sette passi che segnano il percorso che va dalla diagnosi all’assistenza post operatoria. Si parte dalla Radiologia senologica che grazie a una dotazione di apparecchiature di ultima generazione è punto di riferimento diagnostico interventistico. In prima istanza l’approccio è clinico strumentale, quindi con mammografie con tomosintesi, ecografi e visite senologiche, poi con procedure interventistiche, risonanze e mammografia con mezzo di contrasto come da percorsi diagnostico terapeutici più aggiornati."
 
Raggi. "La stessa Radiologia si occupa anche di prevenzione, con un progetto di screening personalizzato per le giovani donne. Il secondo step è la Breast Unit in senso stretto, ovvero l’équipe multidisciplinare che individua il percorso personalizzato per ciascuna paziente.
 
Specialisti. "Quindi c’è la Chirurgia senologica che ogni anno effettua oltre mille prime visite e 1500 controlli su pazienti già operate. Con oltre 700 nuovi casi l’anno di tumori maligni al seno siamo fra i primi posti in Italia.
 
Eredità. L’Unità Tumori ereditari entra in gioco quando c’è una storia familiare che indica la predisposizione al carcinoma mammario. Abbiamo un ambulatorio dedicato – unico a livello regionale – che effettua l’esame genetico oncologico e l’eventuale analisi del Dna sia per le pazienti già seguite sia per esterne. Ed è fondamentale per individuare eventuali percorsi di prevenzione. Tra l’altro, i soggetti portatori di mutazioni Brca 1 e 2, predisposti al tumore, grazie alla Regione Veneto, da quest’anno sono esenti dal ticket per gli esami di sorveglianza».
 
Spirito. A un certo punto la cura passa per lo “spirito”... «L’Unità di Psiconcologica che offre al paziente ma anche ai familiari uno spazio di accoglienza e disponibilità all’ascolto, sia durante il ricovero, il day hospital e il percorso ambulatoriale».
 
Ricostruire. Le schede ospedaliere regionali prevedono per lo Iov l’Unità complessa di Chirurgia plastica ricostruttiva. «La Chirurgia ricostruttiva dev’essere sin dal primo momento parte integrante della pianificazione della strategia chirurgica. La ricostruzione del seno può avvenire contestualmente all’intervento o in un secondo momento. Nuove protesi, ingegnerizzazione del tessuto adiposo, matrici dermiche e tecniche microchirurgiche garantiscono ricostruzioni di ottimo livello. La chirurgia viene controbilanciata da una ricostruzione morfo-funzionale ed estetica di alta qualità».
 
Terapie. Dopo l’intervento c’è la fase delle terapie. «Entra in gioco l’Unità Oncologica 2 che si occupa di chemioterapia, ormonoterapia e terapia target e del follow up dei pazienti con carcinoma mammario. Alcuni farmaci chemioterapici possono causare menopausa precoce, quindi per le pazienti in età fertile che desiderino in futuro una gravidanza, vengono proposte procedure che preservano la fertilità». 
 
 
 
 
È una conferma che vale una promozione quella che il Ministero della Salute ha riconosciuto all’Istituto oncologico veneto: lo scorso aprile lo Iov ha visto non solo confermata ma anche estesa la qualifica di Irccs - ovvero Istituto di ricovero e cura a carattere scientifico - che abbraccia insieme alla sede storica di via Gattamelata a Padova anche la sede di Schiavonia e quella di Castelfranco Veneto. Una crescita, quella dello Iov, non solo di spazi e di numeri, quindi, ma anche di qualità. il valore del riconoscimento
 
Fasi. «Lo Iov è Irccs fin dalla sua istituzione nel 2005» rileva il direttore generale Giorgio Roberti, « e dato che il riconoscimento viene dato ogni due anni, nell’aprile del 2019 abbiamo chiesto conferma al Ministero, con l’estensione del riconoscimento alle due nuove sedi operative, attive dal 2018. Il riconoscimento» sottolinea il direttore, «segue a una fase di verifica molto complessa che tocca diversi aspetti, quali l’efficienza dell’organizzazione, le strutture e le attrezzature, quindi il livello tecnologico, le attività di cura, poi l’aspetto scientifico, con la ricerca a livello nazionale e internazionale. È proprio la ricerca scientifica integrata all’assistenza la caratteristica fondamentale dello Iov» precisa Roberti, «che differenzia l’Istituto dalle aziende del Sistema sanitario regionale».
 
Campo. Quello ottenuto dallo Iov è un risultato conquistato sul campo: « Il bilancio dell’attività assistenziale e di ricerca ci ha permesso di arrivare a questo traguardo» conferma il manager, «frutto dell’impegno e della professionalità degli operatori dell’Istituto ma anche dell’investimento in termini di programmazione e di risorse da parte della Regione Veneto».
 
i numeri del successo. Nel triennio 2017-2019 i volumi di attività dello Iov hanno registrato un notevole incremento. Le prestazioni chemioterapiche sono aumentate del 26%, passando da 30.866 a 38.742. Ma è nell’attività chirurgica che lo Iov ha registrato un vero e proprio exploit: l’incremento di attività in sala operatoria è stato addirittura dell’86% - da 2.531 a 4.725 interventi - grazie al mantenimento dei volumi nella sede padovana e dall’avvio delle attività chirurgiche nella sede di Castelfranco.
 
Ambulatori. Segno più anche per le visite ambulatoriali passate da poco più di 86 mila a oltre 115 mila. Più contenuto l’aumento dei trattamenti radioterapici, passati da 43.686 a 43.848, ma con un elemento di novità importante: nel 2019, infatti, tutte le radioterapie sono state effettuate in strutture proprie dello Iov, mentre negli anni precedenti fino a 15 mila trattamenti erano stati effettuati in strutture convenzionate.
 
Investimenti. Il risultato è frutto degli investimenti per ampliare il parco tecnologico, in particolare nella sede di Schiavonia. la ricerca Sono cinque gli ambiti di ricerca che impegnano lo Iov: a quella clinica, traslazionale e terapie innovative dedica il 52% dei fondi, il 17% alla Genomica oncologica e Big Data, il 15% a nuovi modelli organizzativi e Pdta, il 10% all’Oncologia sperimentale e il 6% all’Immunologia dei tumori. Le pubblicazioni son passate da 234 nel 2016 a 280 nel 2019.
 
 
 
Bellezza e vanità, che porta all’apice della sensualità un tratto del volto o un particolare del corpo, ma anche latente minaccia di malattia. Belli e dannati i nei che possono diventare melanomi, ovvero tumori maligni della pelle. Solo in Veneto si registrano 1.400 nuovi casi l’anno con un trend in aumento.
 
La prevenzione è la prima arma da sfoderare contro il melanoma ed è grazie alla diagnosi precoce che oggi il 70% dei melanomi viene asportato al primo stadio, quando il neo è superficiale e ancora innocuo. E di prevenzione non si può non parlare dato l’arrivo dell’estate e la voglia di tintarella che la stagione del solleone porta con sé.
 
Nell’Istituto oncologico veneto di Padova l’Unità complessa Melanomi, Sarcomi e Tumori del peritoneo è diretta dal professor Carlo Riccardo Rossi. L’Unità è punto di riferimento per l’intera regione e punto di snodo di una rete di servizi sul territorio in collaborazione con i medici di Medicina generale. 
 
Cos'è il melanoma. Il melanoma è un neo che nasce negli strati superficiali della pelle e tende poi ad approfondirsi: «Le sue cellule impazziscono e si moltiplicano» sottolinea Rossi, «e più profondo è il neo, più pericoloso è perché va a contatto con i vasi sanguigni del derma da dove può originare la metastasi. A seconda del livello di profondità il melanoma viene classificato in 5 stadi». 
 
L’incidenza.  «Il melanoma è il sesto tumore più frequente in Veneto» esordisce il professor Rossi, «e negli uomini sotto i 50 anni è al primo posto, con un incidenza del 15,2%, che scende all’11,1 nelle donne, per le quali è il terzo tumore più frequente in quella fascia di età. L’incidenza è in aumento: nel 2030 avremo almeno duemila casi l’anno ». Nei bambini è molto raro, con un caso ogni due milioni di abitanti. Inizia a comparire dopo la pubertà e dai 18 anni l’incidenza aumenta fino ai 60 quando c’è il picco maggiore». 
 
Fattori di rischio. Il rapporto di causa ed effetto tra le scottature e i melanomi è assodata: «L’unica correlazione dimostrata come fattore epidemiologico con l’insorgenza di melanomi» conferma Rossi, «sono le ustioni in giovane età, le scottature determinate da esposizioni al sole brevi e intense». Ma ci sono altri fattori di rischio. Innanzitutto c’è una piccola percentuale di melanomi - dal 5 all’8% sul totale - di origine ereditaria.
 
Ereditarietà. «Allo Iov abbiamo un ambulatorio dedicato al melanoma ereditario dove si può rivolgere chi abbia almeno due familiari di primo grado con un precedente. In questo caso il melanoma viene identificato con un esame genetico». Altri fattori di rischio da tenere in considerazione sono i capelli rosso-biondi, la carnagione chiara e la difficoltà ad abbronzarsi, ma anche la presenza di uno o più nei di forma irregolare e più grandi di mezzo centimetro, la presenza di un elevato numero di nei e uno o più nei congeniti grandi.
 
 La prevenzione. La prevenzione inizia sotto il sole, evitando di esporsi dalle 11 alle 16, fascia di picco dei raggi Uvb e usando la crema solare. «Vanno evitate le lampade abbronzanti» avverte Rossi, «che come fattore di rischio per il melanoma l’Oms ha messo sullo stesso livello delle sigarette per il tumore al polmone ». Queste indicazioni attengono alla prevenzione primaria.
 
Secondaria. Il fulcro della prevenzione secondaria è invece la diagnosi precoce. «Così come le donne hanno imparato a palparsi il seno per monitorare l’eventuale insorgenza di noduli, così i soggetti a rischio melanoma dovrebbero controllare ogni 4 mesi la loro pelle, identificare i nei e monitorarne eventuali mutazioni» suggerisce il medico, «nell’uomo i melanomi compaiono più spesso nel tronco, nelle donne negli arti inferiori». Indicativi sono la forma irregolare, la colorazione disomogenea , le dimensioni oltre i 5 millimetri.
 
 Come intervenire. «Quando si sospetta di avere un melanoma si deve andare dal proprio medico che prescriverà la visita dermatologica» l’indicazione del direttore sanitario dello Iov, Maria Giuseppina Bonavina, «il neo verrà asportato chirurgicamente e più precoce è la diagnosi, più efficace sarà l’intervento. Se il melanoma è in fase avanzata, dopo l’asportazione bisognerà effettuare anche terapie oncologiche. Un melanoma al primo stadio ha una sopravvivenza a cinque anni del 97%. Allo Iov eseguiamo 24 mila prestazioni ambulatoriali per il melanoma e circa 415 ricoveri, tra ordinari e day hospital. Gli interventi per l’asportazione - limitatamente a quelli al primo stadio senza complicanze - sono stati ridotti nel periodo di emergenza sanitaria legata al Covid 19» rileva la direttrice, «stiamo cercando di recuperare per ridurre i tempi di attesa e tornare sotto il mese». —
21 luglio
 
 
 
Settant’anni fra pochi mesi, gli ultimi otto trascorsi in veste di direttore scientifico dell’Istituto oncologico veneto: Giuseppe Opocher è pronto a scommettere su due grandi capitoli della ricerca contro i tumori: genomica e immunologia sono le armi più affilate attualmente in dotazione all’esercito di ricercatori con cui lavora e che già hanno modificato cure e prognosi in favore del malato.
 
Opocher ragiona anche sul ruolo sempre più importante della tecnologia inserita nei percorsi di diagnosi e cura e che tuttavia non potrà mai sostituire la scelta dell’oncologo, tanto più nell’ambito di una medicina che è sempre più mirata e personalizzata.
 
Direttore Opocher, in che rapporto stanno ricerca e oncologia?
«È il rapporto espresso da quello che è un po’ il motto dello Iov, ovvero “non c’è cura senza ricerca”. Ed è grazie alla ricerca che l’oncologia è stata rivoluzionata, in particolare con l’apporto di due strumenti che hanno modificato cure e prognosi, mi riferisco alla genomica dei tumori e all’immunologia».
 
Cosa studia la genomica?
«La genomica è figlia del fatto che il tumore origina da una o più mutazioni del Dna. L’idea è che poter conoscere le mutazioni che caratterizzano il tumore, ci consenta un trattamento specifico. E questo è già realtà per alcuni tumori e in alcuni soggetti».
 
Cosa significa?
«Due tumori al polmone possono originare da mutazioni diverse quindi non è detto che si possano curare con lo stesso trattamento. E diversa può essere la risposta da persona a persona».
 
Come si individuano queste mutazioni?
«Si parte da alcune mutazioni fino a ricostruire il profilo completo, con centinaia di eventi molecolari che caratterizzano il tumore. Oggi questo procedimento è molto più facile con strumenti come i sequenziatori di massa di generazione Ngs. Qui allo Iov ne abbiamo tre e ne arriverà presto un altro. Il costo di un’analisi completa del genoma è di circa 4.500 euro a campione ».
 
Così raccogliete le informazioni. E poi?
«Ecco, il problema è essere in grado di elaborare le informazioni che sono molto complesse. Ci avvaliamo di un team di bio-informatici. Esiste una piattaforma tecnologica, chiamata “cancer plat”, creata qui allo Iov per l’analisi ma anche con un programma di “finger printing” del tumore e bioinformatica avanzata».
 
Come funziona?
«Viene estratto un campione del tumore e che viene analizzato in laboratorio. I risultati vengono elaborati dagli informatici e reinviati all’oncologo. Ci sono database che contengono farmaci e mutazioni, una sorta di “offerta” di combinazioni per la terapia».
 
Ma è quindi la tecnologia che sceglie la cura?
«No, la scelta è sempre dell’oncologo. Non c’è un’unica opzione, ci sono sempre delle variabili. L’informatica legge i dati ma l’interpretazione la fa il medico, un clinico con competenze molecolari. Dobbiamo considerare che sono molto lontani i tempi in cui l’oncologo era quasi solo un chemioterapista che sceglieva il farmaco e gestiva gli effetti collaterali sul paziente. Ora si va dentro il tumore per trovare la chiave per entrare in quello specifico corpo».
 
Non sempre però questa chiave si trova.
«Il problema è che ci sono molte variabili. Scopriamo che il tumore è molto complesso ed eterogeneo. Significa che lo stesso tumore cambia da zona a zona. Se io posso scegliere il farmaco in base a una determinata mutazione, devo capire qual è quella che andrà incontro alle evoluzioni più gravi. Lo scenario che si pone al ricercatore è combattere questa eterogeneità».
 
Come si può farlo?
«Cercando delle semplificazioni. Quando c’è una metastasi, il tumore circola nel sangue. Se riesco a lavorare nel sangue intercettando le cellule che diventeranno metastasi allora ho la cura mirata per quel tumore. Si tratta della biopsia liquida che è già una realtà, ma la sfida attuale è la sua evoluzione per un dettaglio molecolare. In sostanza devo intercettare alcuni segnali dell’evoluzione del tumore, i biomarcatori. Mano a mano che li “leggiamo”, si cambia la terapia. Qui siamo ovviamente nell’ambito dell’oncologia personalizzata ».
 
L’immunologia invece che ruolo ha?
Ci si chiede perché con il tumore non si crei una risposta immunitaria. Il motivo è che il tumore si nasconde, emette falsi segnali che lo fanno assomigliare ad altre parti, noi diciamo che “corrompe le guardie”. Ora ci sono dei farmaci per renderlo visibile. Si aiuta il sistema immunitario a riconoscerlo. Il primo tumore a beneficiare della terapia immunologica è stato il melanoma. Però c’è un problema legato ai costi altissimi di questi farmaci per questo è fondamentale riconoscere in anticipo il paziente che risponderà meglio. L’oncologia sperimentale sta alla base di questo ».
 
In quali programmi nazionali di sperimentazione è coinvolto lo Iov?
«Uno è il “Gerson” con il quale sperimentiamo una particolare piattaforma per l’analisi contemporanea molecolare del tumore, l’altro programma è in ambito immunologico con “Car-T”, ovvero i linfociti del malato che vengono modificati per creare un “attrezzo” capace di aggredire il tumore, e una volta individuati li si moltiplica in un incubatore ».
 
Ricerca e tumori: chi vincerà?
«Più saremo in grado di capire le mutazioni del tumore, meglio potremo batterlo. Grazie alla ricerca la sopravvivenza è aumentata per tutte le neoplasie. È una sfida difficilissima, ma la speranza di vincerla c’è». —
 
 
 
La recente conferma da parte del Ministero della Salute del carattere di Irccs, ovvero di Istituto di ricovero e cura a carattere scientifico, ha posto una volta di più l’accento su quello che è il carattere specifico dello Iov: un Istituto dove la cura e l’assistenza del paziente oncologico viaggiano sullo stesso binario della ricerca. Ciò che quest’ultima è in grado di offrire si traduce automaticamente in terapie innovative. Questo è il punto: fare ricerca e portarne i frutti a beneficio del paziente. Sono cinque le linee di ricerca sviluppate allo Iov e approvate dal Ministero sulle quali si investono circa 10 milioni l’anno. 
 
Cinque linee La prima linea di ricerca è quella dell’Oncologia sperimentale a cui vengono dedicati il 10% dei progetti: si tratta dello studio dei meccanismi genetici e molecolari alla base dell’eterogeneità dei tumori, dei rapporti fra tumore e microambiente sia in tumori umani che in modelli pre-clinici di neoplasia. L’obbiettivo è implementare nuovi trattamenti e approcci diagnostici molecolari. L’Immunologia dei tumori assorbe il 6% dei progetti di ricerca volti ad analizzare nello specifico le interazioni fra immunità e cancro per trovare soluzioni terapeutiche basate sulla stimolazione della risposta immunitaria.
 
Dati. Genomica e Big Data rappresentano la terza linea di ricerca, pari al 17% dei progetti dello Iov: qui lo scopo è arrivare a “leggere” le impronte molecolari del tumore, mettendo a disposizione dell’oncologo clinico nella fase diagnostica una visione molto dettagliata dell’assetto mutazionale della neoplasia. Si sfruttano tecniche di sequenziamento massivo anche per lo studio del Dna tumorale da biopsia liquida.
 
Innovazione. La ricerca clinica traslazionale e le Terapie oncologiche innovative fanno la parte del leone nella suddivisione dei progetti, assorbendone il 52%. Del resto elemento caratterizzante e prioritario della ricerca dello Iov è la conduzione di studi clinici innovativi, di medicina di precisione e traslazionali, con percorsi di personalizzazione delle cure. I nuovi modelli organizzativi costituiti dai Percorsi diagnostico terapeutici assistenziali (Pdta) (15%) che si sviluppano nell’ambito della Rete oncologica per garantire la tempestività nella presa in carico del paziente, adeguati livelli di cura e continuità assistenziale, dall’ingresso del paziente nel percorso, alla valutazione multidisciplinare fino al fine vita.
 
Le valutazioni. La suddivisione dei fondi ministeriali fra i 51 Irccs nazionali (21 pubblici e 30 privati) deriva da alcuni parametri: la produzione scientifica e relativa efficienza e impatto (55%), la capacità di attrarre risorse (10%), l’attività assistenziale (20%), la capacità di operare in rete (10%) e il trasferimento tecnologico (5%).
 
Scienza. Sui parametri “scienza” lo Iov è all’ottavo posto nazionale e quarto tra gli Istituti oncologici, in un testa a testa con “colossi” come il San Raffaele e l’Istituto tumori di »Milano o il Bambino Gesù di Roma. In particolare per l’indice di citazione è quarto a livello nazionale e secondo tra gli Oncologici. Un altro parametro che premia lo Iov è quello riferito al numero di pazienti trattati con farmaci sperimentali: l’Istituto di via Gattamelata è quarto in Italia e secondo tra gli Irccs, un dato strettamente connesso alla capacità di offrire ai pazienti cure innovative.
 
La ricerca clinica. Dal laboratorio al letto del paziente: la ricerca che si fa allo Iov è mirata a tradursi in cure e terapie. Dal 2015 sono in costante aumento gli studi che hanno avuto esito favorevole: in cinque anni si è passati da 55 a 122, per un totale fino al 2019 di 516 studi, di cui 253 sperimentali su nuovi farmaci. Nello stesso periodo hanno visto un’impennata i nuovi pazienti arruolati negli studi clinici: erano 780 nel 2015, sono arrivati a 1.805 nel 2019, per un totale di 5.975, di cui 3.652 inseriti in studi sperimentali sui farmaci. Le principali aree di patologia sono la gastrointestinale (colon retto, stomaco e epatocarcinoma in particolare), urogenitale (prostata e vescica), tumori cerebrali, neoplasie mammarie, polmonare e melanoma. Dalle 234 pubblicazioni firmate Iov del 2016 si è passati alle 280 dell’anno scorso. — 
 
Riproduzione riservata