La scuola riparte come sempre con il piede sbagliato, tra i suoi antichi mali e la farsa dei banchi a rotelle

Il primo giorno di scuola in un altro Comume, a Vo'

La lettera rivolta al presidente della Repubblica oggi a Vo'. "Stavolta la pandemia esaspera gli antichi mali, aggiungendone uno ben più esiziale: la povertà educativa i cui germi sono stati diffusi già nell’anno scolastico passato; e che rischia di aumentare a dismisura nel nuovo"

PADOVA. Caro Presidente, la sua scelta di essere presente oggi in Veneto, nel luogo-simbolo di Vo, per la riapertura dell’anno scolastico, assume un significato di grande rilievo, perché tiene insieme i due più importanti beni pubblici di una nazione, la salute e l’istruzione: entrambi colpiti a fondo dalla pandemia indotta dal Covid.
 
Che oltre a esercitare un devastante impatto clinico, ha messo a nudo anni e anni di colpevole sottrazione di risorse,  facendo così pagare un prezzo pesantissimo alle due categorie più deboli della comunità: gli anziani e i giovani. La sua presenza suona anche come un forte riconoscimento istituzionale a una realtà piccola nelle dimensioni ma grande nella testimonianza che ha offerto all’intera nazione: a Vo il distanziamento imposto dalle norme sanitarie ha saputo trasformarsi in esemplare coesione sociale, grazie allo spirito civico di un’intera comunità.
 
Stona tuttavia con la sua sensibilità l’atteggiamento di un capo del governo e di un ministro della pubblica istruzione i quali, pochi giorni fa, hanno dichiarato che “il 14 settembre l’anno scolastico riaprirà regolarmente”. Oggi, 14 settembre, la scuola riapre con 60mila insegnanti e migliaia di amministrativi in meno. 50mila studenti sono senza un’aula.
 
Due istituti su tre non hanno usufruito di alcun intervento di adeguamento. Ci sono realtà che ricominciano a giorni alterni, ed altre a orario ridotto. L’incertezza regna sovrana su quando arriveranno i fondi promessi, su cosa accadrà in caso di contagio, su come disciplinare ingressi e uscite, su come normare le misure di sicurezza, su come gestire i trasporti.
 
Non parliamo della farsa dei banchi, con un bando talmente maldestro da dover essere rifatto due volte in piena estate, e con forniture in vistoso ritardo annunciato.
 
Da sempre la scuola parte col piede sbagliato. Ma stavolta la pandemia esaspera gli antichi mali, aggiungendone uno ben più esiziale: la povertà educativa i cui germi sono stati diffusi già nell’anno scolastico passato; e che rischia di aumentare a dismisura nel nuovo. La didattica a distanza, indicata come risposta, presenta già squilibri strutturali di suo: un ragazzo su tre non dispone degli strumenti idonei, e nel sud questa percentuale sale a quattro su dieci.
 
Ma se anche questo gap non esistesse, rimane il fatto che la tecnologia può fornire un utile supporto alla didattica frontale, non certo sostituirla. E che la scuola è luogo di apprendimento, ma anche di socializzazione: è imparare a conoscere, ma anche a conoscersi tra diversi.
 
Oggi la polemica politica è centrata, spesso strumentalmente, sui disagi delle famiglie indotti da possibili black out o malfunzionamenti: oggettivi e pesanti, certo. Ma ben peggiori e di lungo periodo sarebbero le ricadute sulla qualità dell’apprendimento, perché ne va del domani delle nuove generazioni.
 
Caro presidente, nel lontano 1950 Pietro Calamandrei, da lei definito “un democratico appassionato del proprio Paese”, indicava nell’articolo 34 sulla scuola il più importante della Costituzione, spiegando che essa è vitale per la democrazia, perché corrisponde agli organi che nel corpo umano hanno la funzione di creare il sangue. Non rendiamo anemica la nostra.
 

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