Partecipi a una gara? Fuori per due anni. Il Veneto discrimina le imprese venete

Rigorosa applicazione nel comparto idraulico di una norma per la rotazione delle ditte, ma che le altre regioni ignorano 

il caso

Come brand “made in Lega”, circola da tempo, e verosimilmente tornerà a circolare diffusamente nell’ormai prossima campagna elettorale per le regionali di settembre: “prima i veneti”, anche nella variante “il Veneto ai veneti”. Ma qualcosa non torna, al centinaio di venetissime imprese che operano nel comparto idraulico e della difesa del suolo: perché da qualche tempo, nell’affidamento delle gare promosse da una Regione da ormai dieci anni saldamente a guida leghista, di veneto c’è poco assai, mentre figura un’ampia rappresentanza del resto del Paese, dalla Vetta d’Italia a capo Lilibeo. E non dipende certo da una regola nazionale: succede esattamente il contrario, giusto per fare qualche esempio, nelle due regioni confinanti a guida leghista, Friuli-Venezia Giulia e Trentino-Alto Adige. Forse perché godono dello statuto speciale? Nossignori: lo stesso si verifica nell’Emilia-Romagna, che è a statuto ordinario e dove il colore politico dominante è il rosso.


Dove nasce l’inghippo? Tutto parte da una delibera regionale che introduce il criterio della rotazione delle imprese nell’affidamento delle gare: chi partecipa ad una di queste, per i successivi due anni non può più venire invitato, e deve saltare il giro. Con il paradosso che se si aggiudica un incarico per qualche decina di migliaia di euro, deve poi rimanere a secco per un paio d’anni. Con ricadute più che rilevanti, per un comparto che come detto conta in Veneto un centinaio di aziende, per un complesso di oltre 3 mila dipendenti e un fatturato che si aggira sul mezzo miliardo. Ne deriva un’evidente e pesante discriminazione, e non soltanto perché – come spiegano - i loro colleghi che operano in altre regioni non devono sottostare a questa clausola, ma anche perché quello slogan di cui si parlava finisce per essere rovesciato di fatto in “dopo i veneti”, o “il Veneto ai non veneti”.

Gli esempi si sprecano, e basterà citarne qualcuno. Gara per 300 mila euro sul Canalbianco, in Polesine: 5 imprese venete invitaste su 14. Gara per 400 mila euro su Sile e Muson: 3 su 17. Gara per 390 mila euro su Livenza e Monticano: 2 su 16. Gara per 399 mila euro sul Piave: 2 su 17. Gara per 489 mila euro nell’Estense: 2 su 15. E si potrebbe continuare. A rendere ancor più discriminatoria la decisione, c’è una scelta ulteriore adottata dal Veneto: dove la Regione utilizza una piattaforma digitale nazionale cui le imprese del settore interessate sono invitate ad iscriversi; ad ogni singola gara l’invito è limitato a non più del 30 per cento delle aziende venete, soglia che non esiste invece nelle regioni vicine prima citate, le quali al contrario blindano la partecipazione alle ditte dei loro territori. Confindustria veneta, non ha nulla da dire al riguardo?

Il Veneto motiva la decisione richiamandosi a una legge nazionale; ma gli interessati ribattono che ne fa un’applicazione immotivatamente restrittiva, e producono un denso incartamento giurisprudenziale in cui una scelta del genere si traduce in un’irragionevole limitazione della concorrenza e un’alterazione del mercato, con chiari profili di incostituzionalità. E per documentarlo citano cinque sentenze al riguardo del Consiglio di Stato e sei di altrettanti Tar regionali. E guardando a quanto accade nelle altre regioni, chiedono che si arrivi a una misura uguale per tutti.

Un’eguaglianza che tra l’altro, per un curioso fenomeno, risulta violata anche all’interno del Veneto: dove le norme restrittive valgono in sei delle sette province, mentre quella di Belluno rappresenta una zona franca, dove nei confronti degli imprenditori locali non viene applicata alcuna limitazione. Curioso, ma non troppo, ascoltando i commenti che circolano all’interno della stessa Regione. Dove oltretutto non si tratta del solo pasticcio relativo ai lavori pubblici: lo scorso anno vennero approvati progetti per quasi 16 milioni relativi alla difesa dei litorali adriatici (Eraclea, Caorle, Cavallino, Jesolo, Chioggia, Isola Verde, Po di Levante), con interventi tutti immediatamente cantierabili. A oggi, risultano attivati lavori per poco più di un milione. Il resto è silenzio. Pesante. —




 

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