Metà dei contagi Covid in Veneto è fra i giovani. «Sono i più esposti e i meno attenti»

Cattelan (Malattie infettive): «Sviluppano una infezione meno grave, senza polmonite. In reparto l’emergenza continua»

L’intervista
 
Se c’è un luogo dove il Covid continua a rappresentare una emergenza quello è il reparto di Malattie infettive dell’Azienda ospedaliera universitaria di Padova. L’Unità complessa diretta da Annamaria Cattelan si trova oggi con venti dei suoi trenta posti letto occupati da pazienti Covid positivi e nell’area ambulatoriale ha dovuto fare spazio al triage per i tamponi, assorbendo il lavoro che fino a un paio di settimane fa veniva svolto nelle tende della Protezione civile. Un carico che si somma all’attività ordinaria ripresa a maggio: per limitarsi agli ambulatori,
 
Malattie infettive effettua oltre 35 mila prestazioni l’anno. Pur mantenendo i connotati dell’emergenza, è comunque uno scenario con sfumature diverso quello con cui ci si confronta oggi in ospedale. Metà dei pazienti Covid sono giovani, età media sui trent’anni, e per lo più asintomatici o con sintomi lievi. L’altra metà corrisponde all’identikit che ha quasi monopolizzato la prima fase di emergenza sanitaria: ultra settantenni, quasi tutti con altre patologie, che si ammalano in forma più grave. 
 
Dottoressa Cattelan, vi siete spiegati in qualche modo perché sia cambiato in parte il profilo di chi contrae il Covid 19? 
«Ci sono vari fattori da tenere in considerazione: i giovani sono quelli che escono di più e che hanno il maggior numero di contatti, quindi una maggiore esposizione al virus. D’altro canto sono anche quelli che si proteggono di meno, mentre gli anziani sono molto più attenti a seguire le norme di prevenzione. Ora abbiamo metà anziani e metà pazienti in età più giovane, soprattutto stranieri quasi tutti asintomatici che vengono ricoverati perché non hanno possibilità di rimanere in isolamento a casa, vivendo in famiglie numerose. Abbiamo ricoverato anche un giovane ricercatore dell’Università che ha superato in fretta la fase acuta dell’infezione ed è stato dimesso in pochi giorni».
 
Crede che dovremo abituarci a questi focolai?
«Sta succedendo quello che ci aspettavamo. La capacità di tracciare i positivi e isolarli rapidamente ci consente di limitare il propagarsi del virus. Poi è ovvio che più ricerca si fa, più casi si trovano. Credo che agosto e settembre saranno caratterizzati da questo tipo di focolai, mentre per l’autunno c’è un punto interrogativo. Non sappiamo come evolverà la situazione e come si comporterà il virus». 
 
Secondo lei sta funzionando il sistema di tracciamento e sorveglianza sul territorio?
«Il lavoro che viene fatto è fondamentale: per ogni positivo vengono rintracciati i contatti più vicini ma il cerchio viene allargato ulteriormente, c’è molta prudenza nell’indagine epidemiologica proprio per arginare i focolai. In questo senso diventa cruciale la velocità di risposta del tampone: perché se uno che si sottopone al test mentre attende per due o tre giorni l’esito, continua a uscire e avere contatti, di fatto sta rischiando di contagiare altre persone». 
 
Cosa si dovrebbe fare?
«È utile un richiamo alla responsabilità di ciascuno: in attesa dell’esito del tampone sarebbe opportuno stare in isolamento. È importante che non ci siano “vuoti” nella filiera diagnostica. Per lo stesso motivo ogni minimo sintomo, come febbre, tosse, difficoltà respiratoria non va sottovalutato: si deve subito contattare il medico. In questo periodo girano molte virosi, non è detto che debba per forza essere coronavirus, ma il rischio va evitato. Poi vanno monitorati attentamente tutti coloro che rientrano dall’estero». 
 
Quanto dovremo convivere con questo virus?
«Lo scenario può mutare solo con il vaccino. Vediamo che in tutto il mondo le ondate si ripetono, dove c’è stato il lockdown i contagi hanno subito una importante frenata, ma il virus non è sparito. La stessa Oms ha parlato di una accelerazione della pandemia. Purtroppo è calato molto il livello di attenzione rispetto alle misure di prevenzione». 
 
Imputa qualche colpa anche alla cosiddetta “movida”?
«All’aperto il rischio di contagio è molto minore rispetto ai luoghi chiusi. Ma distanziamento e mascherina sono precauzioni che andrebbero sempre adottate. Non credo si debba rinunciare a uscire o limitarsi, ma semplicemente prestare massima attenzione». 
 
Molte aziende continuano a far lavorare i dipendenti in smart working. Ritiene sia una misura utile in questa fase?
«Al netto di una valutazione sull’efficacia, lo smart working certamente è una misura per limitare i contatti. Anche noi in ospedale stiamo conducendo un importante progetto per la telemedicina per limitare gli accessi dei pazienti, a maggior ragione in vista dell’autunno e dell’inverno». 
 

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