Coronavirus in Veneto, il caso Vo’ diventa un libro con il ritmo della cronaca

Il primo morto in Europa per il virus cinese, il primo ospedale chiuso e riconvertito al Covid la nascita del modello Veneto dei tamponi che ha fatto scuola e dato gloria alla Regione 

PADOVA. Da anonimo borgo di campagna a luogo-chiave della geografia del Covid. Fino a venerdì 21 febbraio, Vo’ era un paesino del Padovano di poco più di tremila anime, noto fuori dai confini provinciali per una sola singolare caratteristica: essere il comune italiano dal nome più corto, assieme alla ligure Ne e alla piemontese Re.

A proiettarlo sulla ribalta nazionale, e non solo, è stato l’esplodere del coronavirus, con la prima vittima italiana anzi europea, Adriano Trevisan, e con l’esperimento dell’impiego su vasta scala dei tamponi, che ne ha fatto un esempio virtuoso mondiale di contrasto alla pandemia. Se lo merita tutto, quindi, il libro che gli dedica Nicola Cesaro, giornalista del “Mattino di Padova” ( “La storia del coronavirus nei Colli Euganei”; Typimedia editore, 151 pagine, 12,90 euro), con una puntuale ricostruzione cronistica che consente di rivivere i frenetici giorni di un’autentica guerra tuttora in atto.

E un vero e proprio inviato di guerra si rivela l’autore, a pieno titolo: fatti e personaggi li racconta non da dietro una scrivania, ma avendoli incrociati nel suo lavoro quotidiano in prima linea.

Proprio come in un conflitto, ne emergono luoghi-simbolo, a partire dall’ospedale di Schiavonia inaugurato appena sei anni fa (434 posti-letto, 165 milioni investiti) e riconvertito interamente in funzione anti-Covid fin dal pomeriggio di quel 21 febbraio: assolvendo a una meritoria azione di contrasto del virus, ma al tempo stesso creando situazioni di pesante disagio ai quasi 200 mila abitanti della Bassa padovana, visto che è l’unico dell’intera area. Luci ed ombre, quindi: le luci di medici e personale sanitario impegnati in prima linea senza risparmiarsi, le ombre di meschinità politico-burocratiche come quella di aver multato i sindaci dell’intera area (e lo stesso Cesaro lì in funzione di diligente cronista) per aver “osato” andare ad esprimere il disagio dei loro cittadini. Ma il luogo-simbolo per eccellenza è ovviamente Vo’, pioniere nella sperimentazione del lockdown: con in testa il suo sindaco Giulio Martini, e con il senso civico dei suoi abitanti che hanno accettato di fare da cavie alla ricerca scientifica. Al punto da meritare il riconoscimento del capo dello Stato Mattarella, che a settembre all’apertura dell’anno scolastico andrà a portare loro il ringraziamento di tutti gli italiani.

Il libro aiuta a rivivere i giorni del virus con uno stile asciutto ed essenziale, scevro da ogni retorica, proponendo Vo’ come il simbolo di una scienza che può sconfiggere il virus (riconoscimento conferito dall’autorevole quotidiano inglese “Times”), pur dovendo lottare non solo contro i meccanismi della malattia ma pure contro una sorta di Covid burocratico: esemplare in tal senso la vicenda di Andrea Crisanti, il medico cui va riconosciuto il merito di aver indicato per primo la via giusta, ma pubblicamente cazziato all’inizio dai vertici della sanità veneta per non aver assegnato il primato alle circolari anziché alla cura. Lo stesso Crisanti che poi, portato per settimane sugli scudi, ora viene di fatto accantonato da un establishment cui la sua meritata fama comincia a fare ombra.

Accanto a queste vicende, il racconto di Cesaro ripercorre le tante aspre e dolorose battaglie di questa guerra: la solitudine dei malati, specie anziani; il dramma dei familiari tagliati fuori anche di fronte alla morte; la guerra dei posti-letto e le ricadute sul sistema sanitario; l’impatto devastante sull’economia di una regione tra le più dinamiche d’Italia; il vero e proprio bombardamento di circolari di una burocrazia contro la quale pare non esistere vaccino possibile… Con il risultato che quella di Cesaro non è solo una cronaca pur piena di spunti da rivisitare, ma anche un monito, a futura memoria, di quanto fragile sia un sistema che si credeva a prova di bomba. E che invece, anche quando il virus sarà sconfitto, si ritroverà devastato e in macerie. Proprio come dopo una sanguinosa guerra. —

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