Sette venetisti condannati per la costruzione del Tanko

Condanne per 26 anni e 10 mesi, e 102 mila euro di multa, a parte del gruppo di secessionisti veneti e lombardi accusati di aver costruito il famigerato Tanko 2.0

CASALE DI SCODOSIA. Si è chiuso con sette condanne e otto assoluzioni il processo di primo grado a 15 "venetisti" per la vecchia ruspa agricola sequestrata a Casale di Scodosia (Padova) nel 2014, ribattezzata Tanko 2.0, riprendendo il termine coniato per il veicolo usato nell’assalto piazza San Marco nel maggio 1997.

Era allestita come un'arma da guerra, secondo il pubblico ministero, Sabrina Duò; si trattava invece di una semplice arma, non da guerra, per il collegio del tribunale di Rovigo composto da Nicoletta Stefanutti, Raffaele Belvederi e Angelo Risi (presidente).

La ruspa in sé, solamente blindata, non è stata giudicata un'arma. Sono invece tali i due piccoli cannoni artigianali, sequestrati assieme al Tanko.

I rinviati a giudizio erano in tutto 15. Il Tanko 2.0, appunto, era stato sequestrato nell’aprile 2014 in un capannone di Casale di Scodosia. Il pm aveva richiesto le condanne più pesanti per i tre imputati considerati le “menti” che hanno progetto e costruito il trattore blindato e armato: 5 anni di reclusione e 30 mila euro di multa per Flavio Contin, ex artigiano di 76 anni di Casale di Scodosia, per Luigi Massimo Faccia, 65 anni di Agna, e per Tiziano Lanza, 58 anni di Bovolone (Verona). Una pena minore - 3 anni e 6 mesi di reclusione e 15 mila euro di multa - era stata chiesta per altri dieci imputati, a partire da Severino Contin, fratello gemello di Flavio e residente a Urbana. Stessa pena per Marco Ferro di Arquà Polesine; Luca Vangelista, Antonio e Monica Emanuela Zago, Andrea Quirico Meneghelli, Corrado Turco di Bovolone (Verona); Pierluigi Bocconello di Chivasso (Torino), Michele Cattaneo di Castelli Calepio (Bergamo) e Stefano Ferrari di Sulzano (Bergamo). Chiesta invece l’assoluzione per Sergio Bortotto di Villorba (Treviso) e per il moldavo Alexandru Budu di Cremona.

Dei condannati, quattro sono stati ritenuti responsabili sia della fabbricazione che della detenzione dell'allestimento artigianale: lo “storico” componente dei Serenissimi Flavio Contin, Tiziano Lanza e Luigi Massimo Faccia, che sono stati condannati a 4 anni e 6 mesi più 20.000 euro di multa ciascuno; Marco Ferro è stato invece condannato a 3 anni e 6 mesi e 12.000 euro di multa.

Assolti invece per la detenzione, ma non per la fabbricazione, gli altri tre: Michele Cattaneo è stato condannato a 4 anni e 15.000 euro di multa, Stefano Ferrari a 2 anni e 8 mesi e 7.000 euro mentre Alexandru Budu a 3 anni e 8.000 euro.

Assolti da tutti i capi d'imputazione infine Sergio Bortotto, Pierluigi Bocconello, Severino Contin, Corrado Turco, Andrea Quirico Meneghelli, Luca Vangelista, Monica Zago e Antonio Zago.

Il dibattimento processuale, che si era concluso alla vigilia dell'emergenza Covid-19, si era concentrato soprattutto sulla potenzialità offensiva del Tanko 2.0 e sulla “pericolosità” del cannoncino (in realtà quelli sequestrati sono due, uno lungo e uno ridotto) che si sarebbe dovuto installare sul trattore blindato. Il pm aveva sottolineato tutti i limiti di questa fase, a partire dal fatto che per l’incidente probatorio non sono state utilizzate le 104 sfere di acciaio che i venetisti volevano usare come proiettili.

Proprio l’uso di munizioni “non originali” ha equiparato la potenza dal cannoncino a un’arma da caccia grossa, e non ad un’arma da guerra. La pubblica accusa ha tuttavia ricordato come, in sede di perizia, quel cannoncino fosse riuscito a perforare anche un vetro blindato. Insomma, quello che per le difese era un «tubo innocente da ponteggio» o «che poteva andare bene per soffiare della farina», si è dimostrata un’arma costruita da persone con «competenze notevoli, con capacità costruttive di pregio e con soluzioni ingegnose», come nel caso dell’otturatore del cannoncino più corto.

Il Tanko 2.0 poteva far sorridere alla vista ma aveva più di qualche elemento sofisticato: la blindatura, la vernice ignifuga, una benna per rimuovere gli ostacoli. Al suo interno c’era persino una cassetta di sopravvivenza per resistere a un attacco prolungato. I consulenti della pubblica accusa hanno paragonato quel tanko ai migliori bulldozer dell’esercito serbo.

 

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