L'imprenditore vicentino, la "massaggiatrice cinese" e il viaggio a Medjugorie: Covid-XXX

La vera storia del focolaio di Coronavirus ha dell'incredibile perché ricalca perfettamente la trita parodia del Veneto laborioso e porcellone. Un cluster a luci rosse e preghiere, insomma

VICENZA. Il viaggio d’affari, la sveltina al ritorno, la ripartenza per pregare la Vergine Maria, le gozzoviglie con gli amici del paese in barba alle cautele in tempi di Covid. Non ci fosse di mezzo un’epidemia, il cluster vicentino ricalcherebbe la trita parodia del Veneto laborioso e porcellone, opulento e incurante delle regole.

Succede che il 24 giugno l’imprenditore della Laserjet srl, artefice materiale del contagio, parta per la Serbia in compagnia di due collaboratori e un amico, compia una visita alla filiale locale dell’azienda, si infetti nel contatto con personale malato e rientri allegramente in auto a Sossano, il suo paese, insieme alla comitiva.

Sessantacinque anni, benestante - vive in una villona in compagnia di un maggiordomo - decide di spezzare la noia contattando una “massaggiatrice” cinese attiva nel Padovano, dove ha già rimediato qualche denuncia per sfruttamento della prostituzione. Vabbé. Consumato il rapporto, il capitano d’impresa richiama gli adepti. All’indomani si riparte, bandita la crapula, stavolta la destinazione è mistica, Medjugorje in Bosnia Erzegovina, luogo consacrato alle apparizione mariane.

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Qui la mappa interattiva dei suoi spostamenti

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Tornato infine all’ovile - è il 27 - l’uomo avverte inappetenza, spossatezza, dolori agli arti mentre il termometro registra 38°. Segnali eloquenti di questi tempi, non tali però dal dissuaderlo dal partecipare ad un’affollata festa di compleanno, dal presenziare ad un funerale, dal recarsi come al solito in fabbrica e al bar. Il giorno dopo, però, il malessere si aggrava: alla buon’ora l’industriale si rivolge al pronto soccorso di Noventa Vicentina dove il tampone, manco a dirlo, ha sito positivo. Caricato in ambulanza, è trasferito all’ospedale di Vicenza: gli propongono il ricovero, lui reagisce in malo modo e rifiuta. «Ha manifestato un atteggiamento irrispettoso verso medici e infermieri, infine ha firmato la dimissione volontaria e se n’è andato», riferisce Giovanni Pavesi, il direttore generale dell’Ulss Berica.

A persuaderlo, così, c’è voluta l’insistenza del sindaco di Sossano, Enrico Grandis, efficace anche nel convincerlo a collaborare con i camici bianchi, fornendo loro l’elenco dei contatti intercorsi nei giorni precedenti. Non proprio un contributo esemplare, il suo: dimentica il terzo compagno di viaggio, glissa sulla “massaggiatrice” e fornisce vaghe indicazioni sulla festa. «Da altre fonti abbiamo appreso che gli invitati erano oltre un centinaio, incluso un gruppo di bambini», puntualizza sempre più sconcertato Pavesi.

Lo ricoverano in rianimazione - sarà segnalato alla procura della Repubblica - e nel frattempo gli amici avvertono a loro volta la sintomatologia temuta e si rivolgono ai medici, snocciolando finalmente la verità. Anche la cinese si reca al pronto soccorso, quello di Schiavonia, e al pari degli altri risulta infetta, salvo negare le circostanze del contatto e raccontare una discreta serie di frottole.

È tutto? Non proprio. Mentre l’elenco delle persone in isolamento cautelare sale a 117, si apprende che alla fatidica festicciola ha preso parte anche il vulcanico Joe Formaggio, già sindaco-sceriffo di Albettone e ora consigliere regionale di Fratelli d’Italia: «Lo conosco, è una brava persona che ha commesso una leggerezza imperdonabile», dice del paziente zero «quando hai la febbre e te ne vai in giro è come uscire con un’arma, può sempre partirti un colpo. Io? Ho fatto il tampone, tutto bene, domani lo ripeterò». E l’isolamento fiduciario previsto dal protocollo? «Non ce n’è bisogno, non ho avuto contatti diretti con lui», taglia corto. Come dire, la profilassi fai-da-te. —

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