Messina: mafie del Nordest, gli imprenditori dovrebbero farsi più domande

Intervista al capo della Divisione Anticrimine della Polizia: Veneto terra di conquista perché ricco, la ’ndrangheta avvicinerà le vittime del Coronavirus promettendo liquidità per poi ricattarle o rilevarne le attività

VENEZIA. «Siamo di fronte, non v’è dubbio, a un agire mafioso diverso rispetto a zone di tradizionale insediamento dell’organizzazione, ma proprio per questo ancora più pericoloso. Perché è una mafia che cerca la sommersione e va a caccia di rapporti utili a costruire capitale sociale. In Veneto soprattutto siamo già a una fase evoluta dell’infiltrazione: ci troviamo al punto in cui esistono già interlocuzioni con imprenditori e amministratori. La situazione è seria e chiederà molto impegno: combattiamo contro una mafia che non ha più bisogno di mostrare i muscoli, che ha fatto il salto di qualità».

Francesco Messina è il capo della Divisione Anticrimine della Polizia di Stato italiana. Da dirigente della Squadra Mobile di Milano aveva già “saggiato” la forza colonizzatrice della ‘ndrangheta al Nord. L’aveva contrastata anche da Questore di Varese e di Torino. E tocca a lui fare il punto dell’avanzata della mafia calabrese nel Nordest dopo aver coordinato le ultime due operazioni in Veneto e Trentino.

Messina, perché il Nordest è diventata terra di mafia?


«Perché è ricco e le mafie vanno dove ci sono i soldi. E questa condizione ha consentito alla ‘ndrangheta di costruire rapporti con una parte dell’imprenditoria».

Quindi anche gli imprenditori veneti non disdegnano i soldi della ‘ndrangheta?

«Non generalizziamo. Bisogna anche comprendere quale sia il grado di consapevolezza della mafiosità dell’interlocutore».

Quale grado avete riscontrato voi in queste indagini allora?

«Diciamo che c’è il rischio che una parte degli imprenditori non si faccia molte domande. Che preferiscano l’opportunità a una responsabile curiosità».

Qual è il tipo di rapporto emerso tra la ‘ndrangheta e pezzi di economia del territorio. Come si parlano? Quali punti di convergenza trovano?

«Gli ‘ndranghetisti conferiscono soldi agli imprenditori in difficoltà, questi – in contemporanea - producono false fatturazioni. Ciò consente agli amministratori di società di ottenere liquidità e allo stesso tempo di scaricare l’Iva sulle stesse fatture fittizie. Non devono nemmeno più andare in banca».

La mafia calabrese cosa ci guadagna?

«Raggiunge il suo obiettivo principale in questi territori: accede a una serie di rapporti sociali ed economici che poi piega ai suoi metodi e interessi criminali. È una nuova forma di estorsione: quella classica che conosciamo e che impone l’utilizzo della violenza pubblica, in molti casi, è superata. È per questo motivo che dobbiamo colpire i patrimoni: abbiamo scelto di specializzarci ancora di più su questo fronte con un intervento sia preventivo sulla base della pericolosità sociale, sia penale puro con le indagini investigative».

A quali rapporti hanno avuto accesso i boss a Verona?

«Parliamo di corruttela con pezzi dell’azienda municipalizzata che si occupa del ciclo dei rifiuti. Gli Arena-Nicoscia hanno importato questo know-how già sperimentato in Emilia. I soldi arrivano dalla Calabria e vengono reinvestiti».

Ma i vecchi business della mafia che fine hanno fatto?

«Ci sono ancora e sono rilevantissimi: il traffico di droga in testa, la disponibilità di armi. Questa però è una fase confinata al livello militare se vogliamo, che ad esempio abbiamo trovato a Bolzano».

L’infiltrazione della ‘ndrangheta in Trentino e in Alto Adige è un passo indietro dunque?

«Credo che l’abbiamo intercettata in una fase ancora embrionale a livello, non di epoca di insediamento, ma di sviluppo delle potenzialità criminali. Sono ottimista che riusciremo a debellarla».

Cosa offre la mafia calabrese in Trentino oltre la droga?

«Offre servizi di protezione e cerca di controllare il territorio perlomeno nella sua fetta criminale».

Ci riesce?

«C’è un fatto preciso che sintetizza molto di questa capacità: una signora un giorno va al bar di Sergi a lamentarsi perché non si può bere un caffè in pace al bancone senza essere borseggiati. Gli autori del furto vengono individuati, convocati, obbligati a chiedere scusa e a restituire il maltolto. Erano nomadi sinti stanziali da decenni in zona». —

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