Ecco cosa svelano le autopsie svolte sulle vittime del Coronavirus a Padova

Mentre in numerose altre città italiane, malgrado le proteste, i medici legali venivano costretti ad abdicare, la vocazione padovana di ricerca e studio prevaleva. Ecco i primi risultati raggiunti dal team della professoressa Basso

PADOVA. A Padova i morti parlano. E svelano scenari nuovi su un universo ancora sostanzialmente oscuro come quello del coronavirus. L’Azienda ospedaliera infatti è una delle poche realtà sanitarie che in questi mesi non ha mai smesso di eseguire le autopsie sui pazienti morti a causa del Covid-19: per conoscere, capire e disegnare un futuro diverso. Perché, come dicono nell’ambiente, «hic est locus ubi mors gaudet succurrere vitae», ovvero, «questo è il luogo in cui la morte si compiace d’essere d’aiuto alla vita».
 
Una quarantina le indagini svolte dall’Unità operativa complessa di Patologia cardiovascolare dallo scorso 23 marzo, circa un mese dopo il primo decesso, sui pazienti deceduti in Clinica Medica 3, Rianimazione e Malattie Infettive: «Purtroppo abbiamo perso il primo mese perché c’erano precise direttive del ministero della Salute e della Società scientifica di anatomia patologica e medicina legale secondo cui era meglio non chiedere l’autopsia per i pazienti morti con il Covid-19 a causa del rischio elevato a cui sarebbero stati esposti gli operatori» spiega la professoressa Cristina Basso, direttore dell’Unità operativa complessa di Patologia cardiovascolare dell’Azienda ospedaliera
 
E mentre in numerose altre città italiane, malgrado le proteste, i medici legali venivano costretti ad abdicare, la vocazione padovana di ricerca e studio prevaleva. «Su spinta della Scuola di medicina e della direzione ospedaliera abbiamo cominciato a eseguire le autopsie, sapendo che sarebbero arrivati importanti riscontri utili per fornire informazioni ai clinici, consentendo loro di mettere in atto terapie efficaci» aggiunge Basso «quindi, con l’esplosione del contagio siamo tornati a fare molti esami dopo che, con gli anni, il rate era sceso al 5-10%».
 
Un’operazione che ha richiesto la firma di un protocollo interno per poter coinvolgere un numero limitato di operatori, in modo tale da limitare il rischio: così, mentre la città aspettava la fine dell’epidemia, tre medici universitari e due tecnici ospedalieri, si alternavano al tavolo autoptico delle sale utilizzate per gestire il rischio biologico, nel tentativo di “acciuffare” i segreti che il virus aveva portato con sé uccidendo il suo ospite.
 
«Stiamo raccogliendo i dati» prosegue Basso «quello che abbiamo capito subito è che Padova è stata brava a gestire l’emergenza rispetto alle altre regioni italiane, poiché qui l’età media dei deceduti è oltre gli 80 anni e si tratta di persone precedentemente affette da complicanze anche gravi come neoplasie, patologie cardiovascolari, polmonari o renali, in cui insomma il Covid è stata la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso.
 
In Lombardia, invece, l’età media dei decessi crolla vertiginosamente a 50-55 anni: questo significa che siamo riusciti a curare meglio i pazienti, trattando le fasi precoci e prevenendo le complicanze peggiori» prosegue la direttrice della Patologia cardiovascolare «e a questo punto il Ministero dovrà capire per quale motivo ci sono state differenze di risposta così grandi tra luoghi così vicini. Non è un caso».
 
I patologi padovani Basso, Calabrese e Dei Tos, sono impegnati in numerosi ambiti di indagine attivati per capire la “strategia” del virus: ad esempio, quali siano gli organi più colpiti e in quali casi il suo passaggio causi danni permanenti: «Grazie a un approccio multidisciplinare alla malattia, è stato individuato un minimo comune denominatore nel tropismo del virus: questo può colpire, tra gli altri, le cellule dell’endotelio che riveste l’interno dei vasi sanguigni, presenti in tutti gli organi del nostro corpo, dove scatena una tempesta citochinica» spiega Basso «io stessa sto partecipando a uno studio internazionale sul danno miocardico associato a un aumento degli enzimi».
 
Non finisce qui: tra i numerosi studi, uno ancora più inquietante, condotto in collaborazione con la Microbiologia del professor Crisanti, che testimonia come il coronavirus continui a crescere anche dopo che il suo ospite è morto: «Un’evidenza ancora iniziale di quanto sia resistente» conclude. 
 
 
 
 
 
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