Coronavirus Fase 2, dura la fondazione Gimbe: "Anteposta l'economia alla salute"

Il presidente Nino Cartabellotta: "Ministero della Salute tagliato fuori dal monitoraggio sull'epidemia, tutto dipende dalle Regioni e dagli individui: stiamo attenti al numero dei nuovi ricoveri"

PADOVA. «È evidente che le decisioni sulle riaperture hanno anteposto gli interessi economici del Paese alla tutela della salute. Tuttavia la dichiarazione del Premier Conte secondo cui si tratta di un rischio calcolato è smentita dall’impossibilità stessa di calcolarlo, perché la gestione e il monitoraggio dell’epidemia sono affidati a 21 diversi sistemi sanitari delle Regioni che decideranno in totale autonomia ampliamenti e restrizioni delle misure in base ad una situazione epidemiologica autocertificata. La storia insegna che non è sano quando controllore e controllato coincidono. Il rischio non solo non è calcolato, ma non è neanche calcolabile: di fatto i risultati del contenimento del contagio sono affidati alle responsabilità individuali e al rispetto delle norme di distanziamento sociale e uso delle mascherine».

E' fermo - e negativo - il giudizio di Nino Cartabellotta, presidente di Gimbe, fondazione che ha come obiettvo la "diffusione e l’applicazione delle migliori evidenze scientifiche con attività indipendenti di ricerca, formazione e informazione scientifica, al fine di migliorare la salute delle persone e di contribuire alla sostenibilità di un servizio sanitario pubblico, equo e universalistico".

Cartabellotta sulla Fase 2: fondamentale identificare i focolai e spegnerli subito

La Fase 2 della riapertura, con la delega alle Regioni del monitoraggio sull'andamento dell'epidemia, non lo convince affatto: «Il Ministero della Salute rimane spettatore passivo da informare sui dati e sulle eventuali azioni intraprese dai governatori. Secondo il nuovo decreto spetta infatti a ciascuna Regione in totale autonomia monitorare la situazione epidemiologica nel proprio territorio, valutare le condizioni di adeguatezza del proprio sistema sanitario e introdurre misure in deroga, ampliative o restrittive, rispetto a quelle nazionali».

«L’emergenza coronavirus – afferma Cartabellotta – e soprattutto la gestione della fase 2 hanno accentuato il cortocircuito di competenze tra Governo e Regioni in tema di tutela della salute, oltre che la “competizione” tra Regioni su tempi e regole per la riapertura. Questo decentramento decisionale dimostra che, sulla tutela della salute, dalla leale collaborazione Stato-Regioni siamo passati ad una “ritirata” del Governo al fine di prevenire  conflitti con le Regioni».

Qui il link al report della fondazione Gimbe dal quale è tratta la tabella che segue con i diversi parametri di rischio delle Regioni, che vede il Veneto in fascia intermedio-alta con 7,87 contagi ogni 100 mila abitanti.

Violazioni costituzionali. La Fondazione Gimbe va oltre le critiche ed adombra violazioni costituzionali dell'ultimo decreto:  «La Costituzione affida allo Stato da un lato la legislazione esclusiva in materia di profilassi internazionale (art. 117 lett. q) - come nel caso di una pandemia - dall’altro l'esercizio del potere sostitutivo a garanzia dell'interesse nazionale nel caso di pericolo grave per l'incolumità e la sicurezza pubblica (art. 120). Tuttavia, a fronte della più grave emergenza sanitaria della storia repubblicana, il Governo sin dall’inizio ha inspiegabilmente scelto di non esercitare i poteri conferiti dalla carta costituzionale».

Monitoraggio  dell’epidemia. Secondo Gimbe, la decisione di affidare alle Regioni una totale autonomia sul monitoraggio dell’epidemia e sulle conseguenti azioni da intraprendere avverrebbe «in un contesto molto incerto e poco rassicurante», per le differenze tra le diverse Regioni: non tutte hanno fornito a livello centrale  tutti i 21 indicatori previsti dal decreto del Ministero della Salute del 30 aprile scorso e quindi non utilizzabili per l’applicazione degli algoritmi e la definizione del livello di rischio.

I tempi troppo stretti. «L’impatto sulla curva dei contagi di qualsiasi intervento di allentamento del lockdown può essere misurato solo 14 giorni dopo il suo avvio", insiste il presidente Cartabellotta, "in altri termini, le conseguenze delle riaperture del 4 maggio possono essere valutate solo a partire dal 18 maggio e quelle del 18 maggio lo saranno non prima del 1° giugno. Dal 3 giugno, data in cui inizieremo a intravedere le conseguenze sulla curva epidemica delle riaperture del 18 maggio, il via libera alla mobilità interregionale e alla riapertura delle frontiere sancirà la libera circolazione su tutto il territorio nazionale anche dei soggetti contagiati».

Strategia per la gestione sanitaria della fase 2. A fronte di linee guida elaborate da Governo e Regioni per la riapertura delle attività produttive e sociali - sostiene la fondazione - «non esiste una strategia sanitaria nazionale ma solo variabili orientamenti regionali variabili per bilanciare tutela della salute e rilancio dell’economia. In particolare: le Regioni hanno una propensione molto diversificata ad effettuare tamponi diagnostici: a fronte di una media nazionale di 61 per 100.000 abitanti al giorno, si va dai 17 della Puglia ai 166 della Valle D’Aosta. In assenza di uno standard nazionale, tali differenze condizionano l’implementazione della strategia delle 3T (testare, tracciare, trattare), permettono un utilizzo “opportunistico” dei tamponi e sanciscono ancora prima della sua introduzione il fallimento dell’app Immuni, che per definizione è uno strumento “tampone-dipendente”. L’indagine siero-epidemiologica nazionale è partita in grande ritardo e non sappiamo quando saranno disponibili i risultati; le Regioni peraltro hanno adottato protocolli propri utilizzando test differenti. Le modalità organizzative per la gestione territoriale dei casi positivi - Unità Speciali di Continuità Assistenziale (USCA),  isolamento domiciliare in strutture dedicate, prescrivibilità dei tamponi da parte dei medici di famiglia, etc.), sono caratterizzate da immancabili diseguaglianze regionali».

Attenzione ai nuovi ricoveri. «Gli indicatori più affidabili per monitorare l’eventuale risalita della curva epidemica", conclude la Fondazione, "non possono che essere i ricoveri ospedalieri e l’occupazione delle terapie intensive, dati al tempo stesso tempestivi e affidabili in quanto raccolti dai flussi ospedalieri. I risultati sul contenimento del contagio sono in larga misura affidati alle responsabilità individuali dei cittadini, attraverso il rispetto delle norme di distanziamento sociale e l’uso delle mascherine».

 

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