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Coronavirus in Veneto, Ferrari (Cgil): "Riaprire è sbagliato e rischioso"

Il segretario regionale del sindacato: "Non sono le misure di salute pubblica a deprimere l’economia, ma il virus. Metà delle imprese venete tra essenziali e in deroga non si sono mai fermate"

PADOVA. «Intanto smettiamo di parlare di ripartenza, ok? Il 50 per cento delle imprese del Veneto, fra quelle considerate essenziali e quelle in deroga, non si è mai fermato. E poi perché fino al 4 maggio c’è un decreto che impone il blocco produttivo». Christian Ferrari, segretario generale della Cgil del Veneto, risponde al telefono proprio mentre il presidente della Regione Zaia sta aggiornando, con una nuova ordinanza, le regole anti-contagio. «Sono giorni che ci dice che il lockdown non c’è più. Trovo che sia un messaggio sbagliato», va dritto al punto, Ferrari. «Suona come un “liberi tutti” e non va bene. Siamo nel mezzo di una stretta sociale e produttiva che durerà fino ai primi di maggio».
 
Eppure il tema degli ultimi giorni è stato soprattutto questo: quando ripartire.
«Invece noi non abbiamo fretta. Abbiamo ben presente il fatto che ci sono settori fermi, addirittura tramortiti - per esempio il commercio, il turismo, la ristorazione - e siamo molto preoccupati. Di più, sentiamo l’ansia di tanti lavoratori che temono di tornare e non trovare più neppure il posto che avevano prima. Ma siamo nel picco dell’epidemia e la priorità deve essere ancora quella di fronteggiare l’emergenza sanitaria. Che non può essere contrapposta all’emergenza economica, perché finché non si supera la prima non si può affrontare la seconda».
 
Anche perché è opinione diffusa tra gli esperti che aprire prima del tempo può avere conseguenze ancora più gravi. Anche sotto il profilo economico.
«Basta ricordarsi come era andata con la Spagnola. Chi ha resistito più a lungo e meglio, ha avuto meno morti ed è ripartito con più forza. Noi oggi abbiamo il dovere di tutelare i lavoratori e anche di rispettare lo sforzo che stanno facendo i medici».
 
Però le categorie economiche scalpitano ed è comprensibile.
«Riaprire oggi sarebbe una scelta miope, punto. Bisogna capire che non sono le misure di salute pubblica a deprimere l’economia, ma il virus. Se non per etica o per motivi sanitari, si faccia almeno un calcolo economico».
 
D’altra parte è lecito chiedersi: oggi le aziende sarebbero in condizione di ripartire?
«No, perché siamo in piena glaciazione economica. Non c’è domanda. E c’è una disarticolazione delle catene produttive. Qualcuno ha riaperto e chiuso subito. Se non hai fornitori e non hai clienti, cosa fai?».
 
La sfida sarà quella di azzeccare il momento giusto.
«Sì, ma non lo decidono né gli industriali, né Zaia. Lo diranno gli scienziati».
 
E allora questo tempo dovrebbe tornare buono per pensare a come ripartire.
«Esatto. E non mi pare che si stia facendo».
 
Da dove cominciamo?
«Il primo passo è garantire la salute e la sicurezza di tutti. Vogliamo sperimentare misure di sicurezza? Facciamolo nel 50 per cento di imprese aperte, che in tanti casi non hanno neanche mascherine a disposizione. Zaia faccia un’ordinanza per imporle. E cominciamo a ragionare con gli industriali di organizzazione del lavoro, turni, distanziamenti, rarefazione delle presenze concomitanti, uso di tamponi, termoscanner e test sierologici. E di mobilità, perché anche questo è un tema visto che dovremo convivere a lungo con il virus. Come si va al lavoro in sicurezza? E il telelavoro vogliamo strutturarlo in modo efficace o lasciamo che tutto si esaurisca in questo slancio improvviso?».
 
Sta suggerendo un tavolo che guardi oltre l’emergenza?
«Sì, dico che dovremmo cominciare a parlarci, noi, la Regione, le categorie economiche, gli scienziati - penso al professor Plebani - e l’università per chiarire alcune cose. I test sierologici, per esempio, si faranno? E quando ? E a chi? Queste sono le cose da discutere. Noi diciamo di no all’urgenza di riaprire, ma sì a questo laboratorio che affronti i temi chiave. Poi si faranno accordi a livello territoriale, senza forzature pericolose».
 
Cosa pensa della proposta di istituire presidi medici nelle aziende o almeno per aree produttive?
«Credo che serva una forte discontinuità con il passato. Abbiamo imparato, spero, l’importanza dei presidi sanitari territoriali. Le aree a più alta densità di lavoro devono essere tutelate. Se fin qui il Veneto ha retto il colpo, lo dobbiamo all’eredità lasciata da chi aveva costruito uno dei migliori sistemi sanitari pubblici articolati sul territorio. Nonostante gli sforzi fatti negli ultimi tempi, non siamo riusciti a smontare quel gioiello. E dico “siamo” ironicamente, ovvio. È ora di rimettere la sanità pubblica al centro di tutto».
 
Deve essere questo il primo passo della ricostruzione?
«Dovremo essere capaci di costruire un nuovo modello di sanità e del welfare che abbia lo Stato al centro. I servizi sociali, dopo una lunga stagione di tagli che hanno avuto un impatto pesante in termini di vite umane - perché questo è successo, non dobbiamo nasconderlo - devono tornare al centro, per dare risposte adeguate. E lo stesso vale per il lavoro. In questo senso sono d’accordo con la visione di Marianna Mazzucato (economista, consulente del presidente Conte, ndr): lo Stato deve incarnare lo spirito del vecchio Iri».
 
Tante aziende hanno cercato la strada della deroga, anche con qualche scorciatoia pericolosa. Che cosa ne pensa?
«È un segnale che fa emergere una scarsa consapevolezza della situazione che stiamo attraversando. Non si risolve niente con comportamenti superficiali. Tra l’altro qualcuno dovrebbe dirmi che vantaggio ricava da una settimana di apertura in più, in questo momento. Il business è compromesso. Chi ha la responsabilità istituzionale e di rappresentanza politica e sociale dovrebbe essere lucido e mandare un messaggio chiaro anche agli imprenditori, dando loro una prospettiva di percorso».
 
Come giudica le misure di sostegno ai lavoratori e alle imprese adottate dal governo?
«Sono provvedimenti senza precedenti e promettono di garantire continuità di reddito. Ma ora facciamo arrivare le risorse alle persone, in pochi giorni, con anticipazioni bancarie. Stesso discorso vale per le imprese: è fondamentale aiutare soprattutto le piccole a stare a galla, dando loro liquidità prima che si inneschi l’effetto domino delle insolvenze che porta al default. Abbiamo un bazooka da 750 miliardi, ma i tempi non sono una variabile irrilevante».
 
Il rischio, paventato da qualcuno, è che nell’eccezionalità del momento si finisca per abbassare la guardia sulle verifiche, favorendo l’illegalità.
«Da questo punto di vista non sono ammesse deroghe. Sarebbe paradossale se con la miglior intenzione di sostenere le Pmi si finisse per finanziare le mafie. Verifichiamo con scrupolo chi prende soldi. E che siano usati per mantenere i livelli occupazionali. Nessuno deve fallire e nessuno deve perdere il posto di lavoro». —
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