Il virologo Crisanti: «Famiglie e case di riposo, qui c’è il pericolo di contagi»

Il professor Andrea Crisanti (a sinistra) con il sindaco di Padova Sergio Giordani

Fase 2, il professore frena: «Siamo molto vicini. Ma non lo siamo nelle case e nelle comunità. Perché stiamo assistendo a una trasmissione prevalentemente intrafamiliare e intracomunità» 

 

PADOVA. «Mascherine, tamponi e tracciamento dei contatti». Sono gli ingredienti della fase 2 secondo la ricetta di Andrea Crisanti. Il virologo del Bo, in questi giorni, è l’uomo più ascoltato d’Italia per la gestione della pandemia. E ha in mente un modello di ripartenza improntato alla cautela: «Non importa la data, è importante arrivare preparati a quella seconda fase». Una fase in cui sarà fondamentale anche il contributo di comuni ed enti locali, «in particolare per quanto riguarda la distribuzione di mascherine e l’attenzione alle persone più vulnerabili e alle case di riposo».
 
Incrociamo Crisanti all’uscita da Palazzo Moroni, dopo l’incontro con il primo cittadino Giordani. L’improvvisa notorietà lo porta ad essere punto di riferimento per tutti coloro che hanno bisogno di informazioni. Lo fermano per strada anche gli agenti della polizia locale: «Sa professore, siamo molto esposti. Ci dia qualche consiglio su come proteggerci». Lui non si nega a nessuno, neppure ai cronisti.
 
Professore, di cosa ha parlato con il sindaco Giordani? 
«È stato un incontro cordiale, incentrato principalmente sulla tutela delle persone vulnerabili. In particolare anziani che vivono soli e anziani che vivono nelle comunità».
 
 
Un Comune cosa può fare per loro?
«La prima cosa è assicurare l’accesso alle mascherine. A Padova, fortunatamente, c’è un’importante rete di associazionismo e l’amministrazione ha accesso a una grossa quantità di mascherine che sono state donate dalla Cina. In parte sono già state distribuite, anche ai padovani. Giustamente ne riservano uno stock per aiutare ancora le comunità più a rischio».
 
Perché le case di riposo sono diventate un problema serio?
«Perché le comunità sono l’ambiente migliore per il contagio. E poi perché la malattia rischia di diffondersi tra persone particolarmente suscettibili. Dovrà esserci un’attenzione particolare per le persone che vivono nelle case di riposo».
 
 
In che modo?
«Mascherine. Lo ripeto ancora una volta: forniamogli mascherine. E poi assicuriamoci che abbiano ossimetri, per misurare l’ossigenazione del sangue. Perché molto spesso nelle persone anziane una delle prime manifestazioni della malattia è proprio la polmonite. Non bisogna scoprirla quando la situazione è già compromessa».
 
Giunti a questo punto dell’evoluzione dei contagi si è iniziato a parlare di fase 2. Lei che ne pensa?
«Che alla fase 2 bisogna arrivarci preparati».
 
Cosa può fare il Comune?
«Il Comune chiaramente non può fare altro che far leva sulle proprie risorse per allinearsi alle direttive nazionali. Però ha una capillare presenza nella comunità che può servire molto. Anche perché la fase 2 non potrà prescindere dalla disponibilità di mascherine».
 
Anche per la popolazione?
«Sì, le mascherine vanno date anche alla popolazione. E non potremo prescindere dall’aumentare la capacità diagnostica. Quindi fare tamponi. E poi serviranno gli strumenti informatici per il tracciamento dei contatti».
 
Qui si apre il delicato problema della privacy.
«Ne abbiamo discusso con Giordani, ovviamente. È un problema politico, prima di tutto. E poi di accettazione sociale di questi strumenti».
 
La possibile riapertura però è legata all’indice di R0, cioè il numero medio di infezioni secondarie prodotte da un singolo infetto. Se il valore è inferiore a 1 la diffusione diminuisce. A che punto è questa curva in Veneto? 
«Sicuramente questo indice è calato moltissimo grazie alle misure di restrizione messe in campo in queste settimane. Siamo molto vicini al valore 1. Ma non lo siamo però nelle case e nelle comunità. Perché stiamo assistendo a una trasmissione prevalentemente intrafamiliare e intracomunità».
 
C’è la necessità dunque di isolare gli eventuali positivi asintomatici. Anche dalle loro stesse famiglie o comunità. Il Comune potrebbe mettere a disposizione degli alberghi o altri luoghi come scuole o palasport?
«Scuole e palasport assolutamente no. Di certo servono strutture da mettere a disposizione delle persone che sono positive ma che stanno bene e non hanno bisogno del ricovero ospedaliero. Quella degli hotel è una soluzione complessa che passa necessariamente attraverso un accordo con gli albergatori».
 
Serve un intervento del governo?
«Servono gli strumenti legislativi per fare una cosa del genere. In tutta Italia, e anche qui in Veneto, ci sono tantissime strutture alberghiere vuote che potrebbero sicuramente essere utilizzate a questo scopo».
 
Il sindaco Giordani probabilmente le avrà espresso una preoccupazione che non riguarda i virologi ma che è molto sentita da chi governa la cosa pubblica: le ricadute economiche di questa situazione.
«Capisco la preoccupazione del sindaco. Ma abbiamo affrontato la problematica attraverso una visione di carattere di sanità pubblica. Se è qui che vuole arrivare: non abbiamo parlato di quando far partire la fase 2 ma di come arrivarci preparati».
 
Tutti però aspettano una data. Dal governo arrivano delle indicazioni, dai tecnici dei “rumors” diversi. 
«Non voglio mettermi a discutere di date. È importante come ci si arriva a quella data. Se ci si arriva preparati o meno. Davvero la data in questo momento non ha importanza. Dobbiamo avere la maturità di aspettare una data e arrivarci preparati».
 
Il Veneto è preparato, secondo lei?
«È un problema di carattere politico nazionale, non riguarda solo una regione piuttosto che un’altra. Le voglio dire una cosa chiara, per quanto sia perfettamente a conoscenza delle difficoltà che molte persone stanno vivendo».
 
Prego.
«Noi tutti dovremo fare uno sforzo per non incalzare l’autorità politica a prendere decisioni frettolose. Serve un po’ di senso di responsabilità da parte di tutti. Non dobbiamo avere fretta».
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