lo stato non È la soluzione lo stato È il problema

Qualcuno sostiene che il coronavirus ha messo in evidenza un fatto: l’Italia ha un regionalismo, che la rende simile ad Arlecchino. Ogni Regione va per suo conto. Bisogna rivedere il sistema e mettere nelle mani degli apparati centrali poteri di coordinamento. Prendiamone atto. Tuttavia, c’è da chiedersi: le cose stanno così? E, se così è, chi ne è il responsabile?

1)Recuperiamo un po’ di memoria. Lo Stato si sveglia sabato 7 marzo. Nel pomeriggio si diffonde il testo di una bozza di decreto del Presidente del Consiglio, che crea panico nella popolazione. Chi è fuori – anche dalla sua Provincia o Regione – si catapulta nel traffico per rientrare. Chi è al Nord, ma proviene da territori del Meridione, si precipita alla stazione per riprendere la via del Sud. Il messaggio dato dai supremi reggitori è: si salvi chi può! Questo l’antipasto. Poi, una ridda di notizie, una meno coordinata e precisa dell’altra, con le quali si combinano allarmi e sottovalutazioni dei giorni precedenti, nel corso dei quali il clima era rassicurante: siamo pronti, siamo i migliori, tutto è sotto controllo. Purtroppo, solo per parlare di qualche più recente infortunio, c’è stata la Caporetto dell’Inps, mentre il ministero degli Interni ha autorizzato passeggiate coi bimbi.


2)La realtà si è mostrata diversa. Chi era di vedetta - poniamo: l’Istituto superiore di sanità – non si è accorto che il nemico era già in casa. Lombardia e Veneto in trincea. In trincea, il Sistema sanitario regionale: vale a dire, medici, infermieri, personale amministrativo e strutture di governo. Presidente e assessori regionali alla sanità e alla protezione civile, unitamente ai sindaci. Questa era ed è la prima linea. Con la metafora della guerra, questa è la prima linea, sulla quale piovono i proiettili. Poi, c’è lo stato maggiore: a Roma, con tanto di circoli ufficiali, sott’ufficiali…

3)La forza dei fatti è sempre decisiva, perché mette all’angolo le chiacchiere. Ci si rende conto che la carenza di medici e infermieri rende ancor più tragica la situazione. Mancano tamponi, mascherine, respiratori, data la diffusione enorme del virus. Ci si rende conto, a poco a poco, di quali sono stati gli effetti perversi di un sistematico taglio di risorse alla sanità. Chi ha deciso? Gli studiosi di economia sanitaria avevano sentenziato: la sanità costa troppo, va razionalizzata. Significa, la spesa va ridotta. Ragioneria generale dello Stato, Corte dei Conti, ministero dell’Economia e, infine, Governo e Parlamento hanno detto sì: si tagli! Qualche Regione – tra cui il sempre belligerante Veneto – si rivolge alla Corte costituzionale, la quale dà torto – indovinate a chi! – alle Regioni. Il medesimo discorso vale, in particolare per i medici, il cui numero, dipendente dalle borse per le specialità, è stabilito a Roma. Capito?

4)In questi giorni, da più parti, si denunciano le incongruenze in tema di acquisti. Siamo in guerra, fioccano le bombe. Tuttavia, per avere le munizioni e difendersi dal nemico, si debbono seguire le formalità del tempo di pace, che sono demenziali anche per il tempo di pace. Nulla di nuovo, perché gli alpini di Russia hanno ricevuto, per l’inverno, la divisa estiva. C’erano, allora, le Regioni a turbare i poteri di coordinamento dello Stato, oppure non si è realizzato, piuttosto, quel che si sta pure ora verificando, in una misura sulla quale si può discutere? Siamo un Paese disorganizzato, fondato sul diritto bizantino.

5)La verità. Niccolò Machiavelli la sapeva lunga. Nel concludere il suo celeberrimo saggio – Il Principe – si è lasciato andare a questa considerazione, che qui è scritta in italiano moderno: “E in Italia non manca la materia a cui dare forma: c’è il grande valore del popolo, anche se manca il valore dei capi”. Siamo costretti a campare sull’eroismo di alcuni. Ma Bertold Brecht ne ha segnalato il difetto, perché sono “Beati i popoli che non hanno bisogno di eroi”.

Lo Stato non è la soluzione: è il problema! Da ripetere, al pari di Catone per Cartagine. —

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