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Nebbia, talassemia, agricoltura: ecco Rovigo, città del Veneto immune al Coronavirus

I numeri bassissimi della provincia polesana incuriosiscono gli studiosi che provano a cercare una spiegazione

ROVIGO. «La nebbia ti copre e ti protegge, annulla tutto». Chissà se Gian Antonio Cibotto, tra gli scrittori che meglio hanno raccontato il Polesine, pensava alla nebbia anche come scudo dalle malattie. Già, perché quel "tabarro che indossavano i nostri contadini in inverno" - come lo descrive Toni, così chiamavano il giornalista-scrittore nel Rodigino – pare essere uno dei fattori che, oggi, sta proteggendo la provincia di Rovigo dal coronavirus.

I NUMERI

Pare, appunto, perché le cause ipotizzate son molte e tutte senza una inequivocabile prova scientifica. Che si tratti di suggestioni o di effettive cause poco importa, i numeri parlano chiaro: i cittadini della provincia di Rovigo contagiati dal Covid-19 pesano solamente per l’1,72 per cento nel totale dei positivi del Veneto. Stando alle rilevazioni di ieri mattina (bollettino delle 8 di Azienda Zero), i casi di contagio nel Polesine sono in tutto 180, di cui 16 già guariti. Una cifra minima se considerata che, nel Veneto, i cittadini che hanno dato tampone positivo sono in tutto quasi 10.500. La percentuale cala ancor di più con il computo dei decessi: 4 su 572, ossia lo 0,7 per cento. E ancora, i cittadini rodigini in isolamento domiciliare erano ieri 599, lo 0,3 del totale veneto che si aggira attorno al 20.300.

LA GEOGRAFIA

Stando sempre agli ultimi bollettini di Azienda Zero, inoltre, i Comuni padovani ancora “risparmiati” dal Covid-19 sono in tutto tre e tra questi c’è Masi, guarda caso l’ultima municipalità padovana prima dei confini con la provincia rodigina. Le limitrofe Boara Pisani, Vescovana, Barbona e Sant’Urbano ne hanno meno delle dite di una mano. Polesine fortunato? Non solo. La questione fortuna pare infatti legata al ritardo con cui si è manifestato il contagio rispetto alle altre province: i primi casi, infatti, sono arrivati a parecchi giorni di distanza rispetto a Padova.

VANTAGGIO

Se infatti i padovani hanno conosciuto il Covid-19 il 21 febbraio con il doppio contagio dei due cittadini di Vo’ in ospedale a Schiavonia, nel Rodigino il primo caso si è verificato il 28 febbraio: un 50enne di Adria che peraltro aveva contratto il coronavirus dopo il contatto con un imprenditore padovano di Saonara. Una settima di “vantaggio” ha permesso di adeguare misure di sicurezza e di prevenzione nelle strutture sanitarie – che spesso si sono rivelate focolai importanti – e nei comportamenti dei cittadini.

BARRIERA

C’è poi la nebbia, appunto, quella cantata da Cibotto come protezione che «annulla tutto»: proprio questo fattore del microclima avrebbe potenzialmente fatto da effetto-barriera contro la penetrazione del virus nell’area geografica. Esattamente con nel Ferrarese, altra “zona franca” rispetto alla funestata Emilia Romagna, che con Rovigo condivide proprio le lunghe giornate nebbiose tanto decantate da Marco Paolini, sbeffeggiate da Natalino Balasso e immortalate da Carlo Mazzacurati. E chissà, d’ora in poi studiate anche dagli esperti infettivologi.

TALASSEMIA

Proprio con la provincia di Ferrara, il Polesine condivide un altro fattore ritenuto decisivo: l’antica e pesante diffusione della malaria e della talassemia. Secondo Sergio Venturi, commissario per l’emergenza coronavirus in Emilia Romagna, queste due malattie avrebbero innervato nel Dna dei ferraresi una sorta di anticorpi naturali. Lo stesso Venturi ha sottolineato che lo stesso ragionamento è condivisibile per il Polesine, tanto da invitare il mondo universitario a studiare il fenomeno e l’eventuale correlazione.

DENSITA' ABITATIVA

Ultima considerazione, non trascurabile: la provincia di Rovigo è, in Veneto, al penultimo posto per densità abitativa. Con i suoi 129,1 abitanti per chilometro quadrato, è seconda solo a Belluno (56,2) ma ben distante da Padova (437,4), Treviso (358), Venezia (345), Vicenza (316,8) e Verona (299,2). Meno centri affollati, più distanza tra le abitazioni, minori possibilità di contatto, probabilmente meno relazioni umane e vaste campagne a distanziare i rapporti: elementi, questi, che di certo non hanno agevolato il Covid-19 nella sua corsa verso il contagio di massa. Va inoltre riportato che in provincia di Rovigo il settore agricolo rappresenta la principale fonte di reddito per molti lavoratori, e in questo settore i contatti tra lavoratori sono certamente minori rispetto a quanto avviene dentro a una fabbrica o ad un ufficio. L’immunità rodigina, tirando le fila, è una questione di Dna: storico, fisico ed ambientale.

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