Chi salvare? I medici di fronte al dilemma etico

Scelte drammatiche nei reparti di terapia intensiva: con tanti pazienti a chi bisogna dare la priorità? Il principio di tipo “utilitaristico” rischia però di sconfinare nell’azzardo morale

Se l’Italia è “chiusa per virus”, giustamente e doverosamente, sono aperti i reparti di terapia intensiva e di rianimazione, dove ci sono le apparecchiature, e le competenze umane, per contrastare gli effetti devastanti sul sistema respiratorio dei casi più gravi di pazienti che il coronavirus ha contagiato. E la gratitudine di tutti noi cittadini per loro è davvero infinita.

È ormai chiaro a tutti però che il numero insufficiente di posti letto in quei reparti è il problema numero uno dei nostri ospedali, che mette a serio rischio la tenuta stessa del sistema sanitario nazionale, pur eccellente, e non per dire, nelle regioni in cui il virus ha finora colpito più duro. Non ci vuole molta fantasia per comprendere che in questi frangenti, assai più di quanto non accada in periodi di normalità, i medici che operano in quei reparti si trovano di fronte a scelte drammatiche: se è più alto il numero di pazienti che devono essere trattati in quei reparti rispetto al numero di posti letto attrezzati per riceverli e curarli, è necessario scegliere a chi dare la priorità.

Sono scelte che devono essere fatte ogni volta che ci si trova in presenza di risorse troppo scarse. E sempre più spesso, anche in tempi normali, i nostri sistemi di welfare sanitario saranno chiamati a definire strategie per affrontare scelte di quel tipo.

Oggi il dramma è che un posto di terapia intensiva o un passaggio in rianimazione può fare la differenza tra la guarigione e il decesso, dolorosamente certo. In un simile drammatico frangente, come devono comportarsi coloro che queste scelte sono chiamati a fare? È altamente probabile che i medici, o il comitato di bioetica, chiamati a decidere, ragionino valutando la maggiore o minore probabilità di sopravvivenza, esaminata comparativamente.

Sembra ovvio questo modo di ragionare. Ma se ci facciamo un attimo di riflessione sopra, ci accorgiamo subito che è un modo di ragionare che si ispira a un principio ben preciso di etica filosofica, quello di tipo “utilitaristico”. Il termine qui non è usato nel suo significato comune nel linguaggio corrente, ma in quello che gli dà una prospettiva filosofica secondo la quale le scelte etiche, anche in casi drammatici come questi, devono guardare non al singolo, ma a ciascun singolo in rapporto agli altri. Ed alle conseguenze che derivano non solo per il singolo, ma per la collettività.

È una prospettiva, questa, spesso contestata da altri filosofi: poiché le valutazioni degli esperti, nel caso in questione, sono di tipo statistico-probabilistico e quindi non danno certezze assolute, ragionare in termini “utilitaristici” comporta qualcosa che assomiglia al moral hazard, all’azzardo morale.

Ogni essere umano è persona. Anche il vecchietto un po’acciaccato ha il diritto a giocarsela con il virus, anche se il giovanotto di chances ne ha di più. Non è immorale, né irragionevole, nemmeno questa posizione. Ma dobbiamo sempre ricordarci che “nessun uomo è un’isola”. Nemmeno di fronte alla morte. 

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