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La lettera del Papa ai veneti: conosco il vostro cuore grande, restiamo uniti contro il virus

Francesco: "La sofferenza e la morte che, come in altre parti d'Italia, state vivendo a causa del virus è per me motivo di preghiera e vicinanza umana". La parrocchia del carcere di Padova ispirerà la Via Crucis al Colosseo

7 minuti di lettura

Pubblichiamo qui sotto la lettera che il Santo Padre ha scritto al nostro giornale. A seguire, i testi del direttore Paolo Possamai e dello scrittore ed editorialista Ferdinando Camon

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Gentile Direttore PAOLO POSSAMAI, anzitutto mi perdoni l'informalità del gesto.
 
Attraverso il suo giornale, con tutto il mondo dei lettori, vorrei raggiungere la società civile della città di Padova e tutte le comunità cristiane con i loro sacerdoti e il Vescovo. Sono a conoscenza che questo è l'anno di “Padova Capitale Europea del Volontariato 2020”.

Scrivo a voi, dunque, per scrivere simbolicamente a tutti. La sofferenza e la morte che, come in altre parti d'Italia, state vivendo a causa del virus è per me motivo di preghiera e vicinanza umana. E' anche la ragione della speranza cristiana: anche in questi momenti Dio ci sta parlando. Spetta all'uomo saper cogliere, dentro a questa voce, una guida per continuare a costruire, quaggiù, un pezzettino del Regno di Dio.

Questa situazione di pericolo, però, è anche un'occasione per vedere di che cosa sono capaci gli uomini e le donne di buona volontà. Penso a chi, in questi giorni, si sta impegnando oltre il dovuto: il personale medico e paramedico innanzitutto. La buona volontà, sempre unita ad un forte senso di responsabilità e di collaborazione con le apposite autorità competenti, diventa un valore aggiunto di cui il mondo ha estremo bisogno.

Volontà è un termine che richiama il volontariato: un tema che per tutto quest'anno si abbina a Padova. Per la vostra città è un'occasione meravigliosa di raccontare al mondo il vostro DNA fatto di uso generoso del tempo e di condivisione dei talenti. Conosco il buon cuore della gente veneta: siate orgogliosi della vostra storia e responsabili di tutto il bene seminato da chi vi ha preceduto. Se immagino la carità come fosse un romanzo, allora ci sono dei capitoli bellissimi che sono stati scritti a Padova e poi messi a disposizione di tutti.

“Ricucire insieme l'Italia” è il motto che avete scelto come filo conduttore di tutto quest'anno. Ricucire è un verbo che richiama la cucitura e il rammendo, operazioni che si mostrano necessarie maggiormente dopo uno strappo, una ferita.

Oggi siamo sottoposti alla tentazione di gettare invece che riparare, di sfasciare piuttosto che ricucire: è la sorte che riserviamo non solo agli oggetti, ma anche alle persone, sopratutto a quelle più indifese. Le storie personali degli uomini e delle donne, però, sono il patrimonio più importante che abbiamo: a nessuna di loro dovrebbe essere rifiutato uno sguardo amorevole di attenzione e un gesto di bontà. Gesti che raccontino quanto l’altro, a prescindere dalla situazione di vita in cui si trova, è importante e amato.

In questo momento - di gioia per il riconoscimento europeo e di fatica a causa di questa situazione di pericolo -, desidero anch’io unirmi a voi condividendo una bella pagina di carità. Ogni anno, nella sera del Venerdì Santo, celebro la Via Crucis al Colosseo: in quell'occasione, tanto cara al popolo cristiano, accompagniamo Cristo lungo la via della Croce. E' un cammino che ogni anno individua una tematica perché Dio è il Dio che parla dentro ad una storia, attraverso dei volti, usando le nostre biografie.

Quest'anno ho voluto che fosse la parrocchia della vostra Casa di Reclusione, il Due Palazzi, a proporre al mondo le quattordici stazioni. Ho scelto il carcere, colto nella sua interezza, per fare in modo che, anche stavolta, fossero gli ultimi a dettarci il passo. Assieme a don Marco Pozza, che lei ben conosce, abbiamo pensato le meditazioni come un'opera corale, unendo i vari volti che compongono il mondo delle carceri: la vittima, la persona detenuta, l'agente di Polizia Penitenziaria, il volontario, la famiglia di chi è detenuto, il magistrato di sorveglianza, il funzionario pedagogico, la Chiesa, la persona innocente, a volte, ingiustamente accusata.

Il carcere è un caleidoscopio di situazioni ed è sempre forte il rischio di raccontarne un particolare a scapito dell'insieme. La risurrezione di un uomo non è mai opera di un singolo, ma di una comunità che lavora alleandosi assieme.

Quando ho letto le meditazioni scritte mi sono commosso: mi sono sentito molto partecipe di questa storia, mi sono sentito fratello di chi ha sbagliato e di chi accetta di mettersi accanto a loro per riprendere la risalita della scarpata. Sono consapevole che non è semplice armonizzare giustizia e misericordia: laddove questo riesce, però, il guadagno è a favore di tutta la società. Ringrazio la parrocchia del carcere e, insieme a loro, ringrazio tutte le persone che operano a favore di questo mondo ristretto: Dio benedica il buon cuore di chi sfida l'indifferenza con la tenerezza.

Ho scelto di dare l'annuncio dalle pagine del suo giornale perché mi piacerebbe che questa mia scelta fosse una carezza alla sofferenza di questi giorni. Una carezza simbolica che, da “Padova Capitale Europea del Volontariato 2020”, possa estendersi a tutte le altre città che condividono questo momento e, contemporaneamente, stanno dando al mondo testimonianza di buona volontà. La storia grande è fatta di tante storie piccole, locali, particolari che hanno una bellezza tutta loro.

A lei, a tutta la redazione del suo giornale e ai suoi lettori giungano i miei auguri e la mia vicinanza. Unitamente alla mia benedizione che estendo, in maniera tutta particolare, alle persone che stanno piangendo un loro caro e alle persone anziane, ammalate e detenute che, a causa dell'emergenza, si trovano impossibilitate anche a ricevere una semplice visita di conforto.
 
Francesco
 
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Caro Papa Francesco, 

Desidero ringraziarla per aver voluto scegliere il nostro giornale per rivolgere – in questi giorni aspri e disorientati – le sue riflessioni ai cittadini veneti. Sono parole che ci chiamano a ragionare sul senso del nostro stare assieme. In tempi di virus, alle prese con il lutto, il caos, il panico; ma forti della nostra storia e della nostra identità.

Mi preme, in particolare, raccogliere il tratto della propensione a dedicare il proprio tempo da parte di tanti veneti a di chi ha bisogno di aiuto. Parlo di volontariato, parlo di Padova capitale europea del volontariato (titolo che per omogeneità va inteso e esteso al Veneto nel suo insieme). Parlo anche del volontariato che anima la “parrocchia del carcere” Due Palazzi. 

Per comporre il ritratto del Veneto e di Padova, vorrei proporre ai lettori di riflettere attorno a alcune parole: volontà, volentieri, voglia, velleità, voluttà, volubilità. Dichiariamo fin da subito che abbiamo selezionato queste parole in ragione della loro assonanza e perché le parole ci aiutano a definire la nostra identità. 

Volontà, volentieri, voglia vengono tutte dal ceppo comune del verbo latino “volere”. Per queste tre parole in questione è una libera e consapevole scelta dell’uomo.

Anche “velleità” proviene dal ceppo del verbo “volere”. Ma si tratta di una volontà insufficiente a rendere concreto il pensiero, che dunque trascolora in azioni fragili, frustrazione e astrazione. 

Parliamo un istante anche di voluttà: risale alla radice indoeuropea valp, che significa scegliere e desiderare. A questa radice rimonta anche "volontà". Ma voluttà sta a indicare un piacere fine a se stesso, tutto personale, un godimento che riguarda solo l’individuo che lo prova. Tutto gira attorno alla persona che cerca voluttà. E qui chiamiamo l’ultima delle parole: volubile. Un uomo volubile è girevole, mutevole, sempre alla ricerca del suo proprio piacere, della sua soddisfazione.

Usciamo adesso da questa sorta di giardino di parole, dove vi sono alcune piante velenose e altre che danno buoni frutti. E domandiamoci: chi è dunque il volontario? Colui che per propria scelta, con buona voglia e volentieri, si accorge di colui che ha meno e provvede. Senza velleità, senza volubilità ma con costanza, senza ricerca di piacere personale. Con spirito laico o per ispirazione cristiana, ma è questione di secondo momento. Perché se ne accorge? Dice Ezechiele: “hanno occhi per guardare, eppure non vedono”. Guardare significa osservare, sorvegliare. Vedere implica la forza di elaborare un pensiero su ciò che arriva agli occhi. Il volontario non guarda, vede la città in cui abita e ne ha cura quando ne vede la sofferenza.

Il volontario sono i ragazzi che in occasione dell’acqua granda a Venezia nel novembre scorso si sono mobilitati per aiutare chi era prostrato. Il volontario sono anche i medici e gli infermieri che in questi giorni lavorano ben oltre il loro contratto di lavoro per soccorrere i malati alle prese con il contagio o con il panico da virus. Il volontario potrebbero essere le migliaia di giovani che in queste settimane sono privati della scuola dal virus e potrebbero dare una mano, per esempio, agli anziani impossibilitati a uscire di casa.

Una passione, esercitata senza pazienza, non approda a molto. E invece quando la passione per il debole è così estesa e coltivata con dedizione come in Veneto, diviene un antidoto al male di vivere, alla marginalità, al carcere implicito nel quotidiano. Cura il corpo sociale. Perché la parola “solidarietà” richiama qualcosa di solido, concreto, stabile, compatto. Anche al tempo di questo virus che denuncia le fragilità dei nostri schemi di vita. Grazie Papa Francesco, per avercelo ricordato.

Paolo Possamai

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Grazie, Santità

Le siamo profondamente grati per l’informalità del gesto, perché è indice di una vicinanza e una spontaneità che sentiamo come una ricompensa e un premio al nostro lavoro e alla nostra fatica. Che sono componenti perenni della nostra vita, ma in questo momento sono più intensi che mai, perché il nostro popolo è colpito da una epidemia che lo isola e rende difficili i contatti col resto della nazione e del mondo. Il contatto che Sua Santità avvia con noi ci consola. La Sua è la lettera più bella e memorabile che sia mai giunta alla nostra Direzione, e la più alta. Vien pubblicata, come da Suo permesso, ma sarà conservata per sempre nell’archivio del giornale.

Che la città dove scriviamo e stampiamo questo giornale venga riconosciuta come “Capitale Europea del Volontariato” è un traguardo della Chiesa che qui predica e forma le coscienze, dell’università che richiama studenti da tutte le Venezie e da tutto il mondo e costruisce giorno per giorno la loro cultura, tecnica scientifica umanistica ma sempre e anzitutto morale, dei Centri Missionari che spediscono educatori e benefattori in tutti i continenti, specialmente nelle zone più disagiate, del Cuamm, che manda medici a curare e salvare vite nelle zone dell’Africa dove c’è bisogno assoluto di assistenza e nessun altro la fornisce, del Centro Comboniano dove i giovani che si radunano con la vocazione di fare del bene non vedono l’ora di partire… Ma è anche un traguardo nostro, Santità, di noi che facciamo questo giornale, seguiamo giorno per giorno, ora per ora, la vita di coloro che qui vivono, e la descriviamo, con lo scopo di favorire il suo miglioramento.

Questa è una terra di lavoro e di sacrificio, una terra dove i giovani che crescono sono educati a studiare forte nelle scuole e lavorare forte nelle fabbriche e nelle aziende. E nel passato, quando non trovavano lavoro in casa, andavano a cercarlo all’estero, nei pasi vicini, Francia, Germania, ma anche in paesi lontani come il Suo, Santità, l’Argentina: la metà della popolazione argentina è di origine italiana, e la metà di questa di origine italiana è di origine veneta. L’attaccamento al lavoro e la disposizione all’emigrazione insegnano il risparmio.

Questa è una terra di forti risparmiatori. E ciò rende ancor più meritevole il volontariato, perché col volontariato diamo qualcosa, il lavoro, che è prezioso anche per noi. Non diamo il superfluo, diamo il necessario. Siamo una terra di contrasti, Santità, perciò anche di conflitti e di errori. Abbiamo un grande complesso carcerario, che si chiama Due Palazzi, e anche all’interno di questo carcere è in opera una multiforme attività di volontariato, volta all’istruzione e all’educazione, che sono le due forme più autentiche di redenzione.

Vi lavorano insegnanti laureate e un sacerdote nostro collaboratore, don Marco Pozza. Siamo orgogliosi che Sua Santità abbia scorto anche questo spicchio del nostro mondo. Orgogliosi e ancor più grati. E più incentivati a proseguire per questa strada, ora che abbiamo il conforto della Sua attenzione e della Sua approvazione. Grazie, Santità, a nome di tutti coloro che scrivono su questo giornale, ragionando sul mondo per renderlo, se possibile, un po’ ogni giorno, più vivibile.

Ferdinando Camon, collaboratore

 


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dott. PAOLO POSSAMAI
c/o Il Mattino di Padova
Via Niccolò Tommaseo, 65/B
35131 PADOVA

 

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