5G: perché c’è chi teme l’ultima rivoluzione digitale?

Renderanno possibile l’Internet delle cose” e cambieranno per sempre il nostro mondo, ma da Nord a Sud molti comuni italiani oppongono all’installazione delle antenne di quinta generazione per paura dei possibili effetti sulla salute, mentre gli esperti sottolineano i rischi sulla sicurezza. Ma quanto c’è di vero? Cosa dobbiamo temere e quali sono invece le opportunità e gli scenari disegnati dal 5G?

 
 
Immaginate un mondo di auto che non hanno bisogno di autisti, termosifoni e forni che si regolano a distanza, robot deputati alla logistica, droni utilizzati per seminare campi o vigilare le strade. Qualche anno fa sarebbe stato uno scenario da science fiction, una delle tante visioni ottimistiche - o distopiche - di molta fantascienza novecentesca. Oggi questo processo ha un nome e grazie a una nuova tecnologia potrebbe diventare presto realtà. Si chiama “Internet of Things” letteralmente “Internet delle cose” e coinvolge gli oggetti della nostra quotidianità, le nostre infrastrutture e i nostri trasporti. Dopo aver connesso individui potenzialmente molto distanti, l’ultima rivoluzione digitale è connettere e armonizzare il mondo attorno a noi fino all’utopia, sempre più tangibile, delle cosiddette “smart city”, città in cui la rete svolgerà un ruolo essenziale nell’erogazione e nell'ottimizzazione dei servizi essenziali.
 
Ciò che renderà possibile tutto ciò è la nuova tecnologia 5G. Di cosa parliamo? Il 5G è la quinta generazione di standard per la telefonia mobile ed è una tecnologia che rende possibile il passaggio di una quantità di dati nettamente maggiore rispetto a tutte le altre che ci hanno preceduto. Di quanto? Parliamo di una rete che potenzialmente può essere 100 volte più veloce della rete 4G esistente che porterà a una velocità di download fino a 20 volte superiore rispetto alle reti di quarta generazione. Sarà possibile così scaricare sui nostri telefoni files molto grandi in pochi secondi (si pensi ad esempio a un film in HD). Ma non solo. La nuova tecnologia renderà possibile la connessione di molti più “device” nell’ambito dello stesso spazio, permettendo comunicazioni in tempo reale, con tempi di latenza minimi di appena di 4 millisecondi.
 
Una dinamica che va ben oltre i nostri dispositivi mobili. Con il 5G sarà infatti possibile la connessione in rete di una larga quantità di oggetti e infrastrutture: si pensi, ad esempio, alla possibilità concreta di sedersi e muoversi in un auto senza guidatore, gestita unicamente dalle interazioni di una rete.  Merito anche delle cosiddette antenne “intelligenti” che sono in grado di focalizzare la propria emissione sulla posizione del cellulare o del dispositivo con cui sono in comunicazione, diminuendo così considerevolmente l’esposizione (e la dispersione del segnale) verso altri soggetti e dispositivi. 
 
 
Si tratta di uno degli asset indispensabili per lo sviluppo dell’economia e dei servizi del terzo millennio: una dinamica resa però possibile da una tecnologia  “differente” da quella che ci ha preceduto.
 
Il 5G sfrutta infatti tre fasce di frequenza per trasmettere, rispettivamente basse (tra i 694 e i 790 Mhz) medie (tra i 3.6 e 3.8 GHz) e alte (26.5 Ghz- 27.5 Ghz). Le tre fasce di frequenze verranno ovviamente utilizzate per diversi scopi. Le frequenze basse arrivano infatti più lontano, ma trasportano meno informazione, quelle basse hanno una portata inferiore, ma trasmettono molti più dati. E la chiave del 5G è proprio questa: per la prima volta vengono utilizzate  onde quasi millimetriche, ovvero quelle superiori ai 26 Ghz. Queste ultime hanno la caratteristica di raccogliere e  veicolare molta più informazione in tempo reale, rendendo possibili servizi finora inconcepibili, grazie all’allargamento della banda per tutti gli utenti e gli oggetti connessi in rete. Si considera che con il 5g si riuscirà a veicolare una quantità di dati 1000 volte superiore a quanto avviene oggi.
 
Purtroppo però la contropartita è anche una maggiore “fragilità”. Le onde non sono in grado di attraversare i muri di un palazzo, possono essere distorte dalla pioggia e dagli agenti atmosferici o assorbiti dalla piante. L’unica soluzione rimane così l’installazione capillare di antenne e ripetitori in grado di distribuire meglio il segnale. Un compito per il quale servono investimenti ingenti che gli stati nazionali non riescono ad assolvere autonomamente. L’Italia ha appena messo a bando le frequenze del 5G, un’operazione che ha fruttato alle casse pubbliche ben 6.5 miliardi di euro. Le frequenze sono state aggiudicate da Vodafone, Tim, Illiad e Fastweb. Nella costruzione fattuale della rete queste compagnie si appoggeranno a colossi del digitale come Ericsson e Nokia, ma anche colossi cinesi come ZTE e Huawei. E se si diffondono dubbi sugli eventuali effetti sulla salute del 5G, in molte aree d’Italia è già finita la sperimentazione, mentre la rete di ultima generazione comincia a diffondersi anche nella provincia italiana. 
 
 
Le prime città a sperimentare il 5g in Italia sono state: Milano, Prato, L’Aquila, Bari e Matera. Vodafone ha successivamente “acceso” (questa volta in via non sperimentale) la rete 5G anche a Torino, Bologna e Napoli, mentre Tim ha aggiunto alla lista anche Sanremo e la Repubblica di San Marino. Ma le antenne cominciano ad accendersi anche nella provincia italiana. Il Mise ha inserito anche 120 piccoli comuni disseminati da Nord a Sud della penisola, caratterizzati da un forte “digital divide”, nelle aree dove il 5G dovrebbe essere pienamente operativo entro il 1° luglio del 2022. Un’operazione confusa impropriamente con la “sperimentazione” vera e propria che ha costretto l’AGCOM a chiarire che si tratta in realtà di offerte commerciali e di una copertura volta a stimolare i piccoli centri.
 
 
Ma non tutto sta andando come ci si aspetterebbe. Asolo, in provincia di Belluno è solo l’ultimo di una lista di piccoli comuni che ha deciso di bloccare, al momento, la sperimentazione della rete di quinta generazione. “Il nostro comune non fa parte di quelli predisposti dal MISE, siamo stati contattati da Iliiad per installare tre antenne che pensavamo essere per 3 e 4g e invece erano predisposte per il 5g. Le compagnie telefoniche possono infatti  fare richiesta anche al di fuori dei comuni predisposti” chiarisce il sindaco Mauro Migliorini che spiega il perché al suo stop alla sperimentazione: “Ho chiesto all’Arpa della nostra Regione di chiarire se ci fossero pericoli concreti per la salute nell’introduzione del 5G e non mi hanno saputo rispondere con certezza. So benissimo quali sono le potenzialità di questa tecnologia ma fino a quando non arriva una parola chiara da un’Istituzione chiave come il Ministero della Salute o, per l’appunto, l’Agenzia Regionale per il controllo dell’Ambiente, non me la sento, da Sindaco, di dare il via libera a questa tecnologia”.
 
 
C’è da dire che gli studi sul cosiddetto “elettrosmog” vanno avanti da anni, e gli stessi timori potrebbero applicarsi anche alle tecnologie che utilizziamo già, senza troppi problemi, quotidianamente. Ma la lista dei comuni che si oppongono alle reti di quinta generazione è già lunga. Tra quelli che, con ordinanze, mozioni e delibere si stanno opponendo all'installazione di antenne per il 5G, troviamo centri abitati che vanno da Nord a Sud: da San Lazzaro di Savina (Bologna) a Cogne, da Torreglia (Padova) a Castiglione Cosentino (Caltanisetta) fino a Scanzano Jonico, il comune di Matera è stato il primo a vietare sul suo territorio la rete di quinta generazione. Un elenco che viene costantemente aggiornato dal comitato NO 5g. La motivazione? Sempre la stessa: il timore per possibili effetti sulla salute umana che la nuova tecnologia, in termini di elettrosmog, potrebbe apportare. Molti comuni si appellano così al principio di precauzione sancito dall’Unione Europea, una disciplina che si basa sul principio di stoppare temporaneamente un’azione o un’iniziativa politica che possano danneggiare il pubblico e l’ambiente fino a quando non ci sia un concreto consenso scientifico sul tema. Ma cosa dicono i dati che abbiamo al momento a disposizione? 
 
 
Quello che è certo è che la nuova tecnologia appare ancora un terreno parzialmente inesplorato. Non abbiamo mappe certe per orientarci sul possibile rischio rappresentato dalle reti di quinta generazione, ma abbiamo anni di studio che possono permetterci di fare ipotesi abbastanza solide. Secondo quanto affermato dalla comunità scientifica, e ribadito dall’Istituto Superiore di Sanità, gli unici effetti nocivi delle radiofrequenze dimostrabili attualmente sul corpo umano sono quelli di natura termica: l’energia elettromagnetica viene in parte assorbita dal corpo e quando questo aumento è superiore al grado centigrado si possono avere ripercussioni sulla salute umana.
 
“Sappiamo che a una soglia di 4 Watt al Kg l’innalzamento della temperatura corporea può essere superiore a 1 grado con rischi concreti per la salute, proprio per questo i limiti fissati per i lavoratori sono a 0.4 W al KG, mentre per la la popolazione normale sono addirittura 0.08 W al Kg secondo le indicazioni dell’OMS. Per quanto riguarda il campo elettrico, il limite italiano è fissato a 6 volt per metro, un valore precauzionale, molto più basso rispetto alla media europea e internazionale. In Italia questo limite è stato stabilito nel 1998, perché il dibattito sugli effetti delle radiofrequenze non è certo una novità. Questi limiti dovranno essere rispettati anche dagli operatori che opereranno nel 5g” chiarisce  Alessandro Polichetti, ricercatore dell’Istituto Superiore di Sanità. 
 
Lo IARC, l’Agenzia Mondiale per la ricerca sul cancro, ha classificato i campi elettromagnetici provenienti dai telefoni cellulari come “possibilmente cancerogeni” (2b). I dubbi permangono per quanto riguarda un aumento del rischio di glioma (un tumore maligno del cervello) e di neurinoma (tumore benigno del nervo acustico) nel caso di uso intenso di telefoni cellulari. Gli studi si basano su un approccio di tipo caso-controllo, basati sui ricordi fattivi degli intervistati relativi all’uso intenso del telefono cellulare, ma come sottolinea l’Organizzazione, sono tutt’altro che definitivi. Secondo L’Istituto Superiore di Sanità le attuali tecnologie di telefonia mobile (2g, 3g e 4G) non richiedono aumenti di segnali elettrici in grado di innalzare la temperatura del corpo umano, a maggior ragione visti i limiti di esposizioni europea e italiani (6 volt per metro). Di conseguenza non ci sarebbe rischi evidenti, al momento, per quanto riguarda la salute.
 
 
Le radiazioni elettromagnetiche hanno però fatto registrare effetti concreti su animali in due studi molto citati, anche nel dibattito sul 5G. Uno condotto dall’Istituto Ramazzini, l’altro condotto dal National Toxicology Program americano. Entrambi hanno avuto come soggetti di studio ratti e topi esposti a livelli di radiazione molto diversi e, nonostante le diverse condizioni, hanno avuto esiti non troppo dissimili: un aumento significativo di schwannomi maligni, tumori rari delle cellule nervose del cuore e un aumento di gliomi maligni (tumori del cervello) nei ratti femmine alla dose più elevata (nel caso del Ramazzini) e significativo nei ratti maschi (nel caso dell’esperimento dell’NTP). Dati che fanno riflettere, e che hanno portato alcuni ricercatori dei due istituti a sollecitare lo Iarc per una riclassificazione delle radiofrequenze (da 2b a 2a, ovvero da possibilmente a probabilmente cancerogeni).  Me che per Polichetti vanno inquadrati nella giusta prospettiva: “I due studi hanno delle differenze, penso banalmente alla diversa esposizione degli animali e pongono dei dilemmi  statistici e interpretativi, per esempio riguardo alle diverse reazioni tra ratti (maschi) e topi. Sono sicuramente entrambi molto validi, ma vanno approfonditi, analizzati e replicati per avere qualche evidenza in più. Nel caso di quello del Ramazzini aspettiamo di leggere il resoconto completo. Si noti però che entrambi non hanno come oggetto né il 5G, né il 4G, ma si soffermano su 3G e 2G e che nello studio americano i livelli di esposizione sono molto più alti di quelli consentiti”. 
 
Sì, perché la caratteristica del 5G è esattamente quella di utilizzare onde di frequenza più alta e intensità più lieve, quindi teoricamente meno capaci di penetrare nei tessuti rispetto alle tecnologie precedenti. 
 
“Per quanto riguarda la peculiarità del 5G, ovvero l’utilizzo di onde ‘quasi millimetriche’ (da 26 ghz in su) abbiamo a disposizione sicuramente meno studi, ma non vuol dire che non ne esista nessuno. Inoltre c’è già una vasta letteratura scientifica sulla telefonia cellulare. Fermo restando i limiti legali vigenti, al momento non abbiamo indicazioni che correlano emissioni a specifiche frequenze a danni biologici. Inoltre, per la loro natura,  le onde del 5G (caratterizzate da una frequenza molto più alta delle precedenti) tendono a venire assorbite dalla pioggia o disperdersi facilmente. Si dovrebbero quindi arrestare sullo stato superficiale della cute e quindi non venire assorbite dal corpo umano. Non che la cute non sia rilevante, sicuramente bisogna ancora studiare e monitorare, ma le evidenze, finora, ci autorizzano a stare relativamente tranquilli. Sottolineo poi che la paura della proliferazione delle ‘antenne’ è invece sicuramente ingiustificata: più c’è diffusione, minore è l’intensità del segnale.  Questo avverrà anche (e soprattutto) in presenza di antenne e ripetitori capillari delle reti di quinta generazione ” sottolinea Polichetti. 
 
E se lo stesso Istituto Superiore di Sanità auspica nuovi studi sugli effetti a lungo termine del 5G e delle radiofrequenze, non si riscontrano al momento particolari criticità, anche in virtù dei limiti stringenti di esposizione messi in campo dalla normativa italiana. 
 
“La scienza deve lavorare e verificare, ma si consideri che forse non ci saranno mai certezze assolute. Quindi capisco la posizione di chi dice che è meglio aspettare prima di avere la certezza dei rischi connessi a una tecnologia, ma molti studi sono stati già effettuati e il rischio zero non esiste mai” conclude Polichetti. 
 
Ma mentre il dibattito prosegue in tutta Italia, animato dall’Alleanza Italiana Stop 5G, e la scienza ancora non riesce ancora ad esprimere un parere definitivo sui rischi, le norme precauzionali a cui attenersi sono sempre le stesse, anche se non si riferiscono al 5G. Quali? È preferibile usare sempre sempre l’auricolare e non avvicinare il telefono vicino al corpo (e in particolare vicino alle aree genitali), mettere il telefono in stand-bye o in modalità aerea durante le ore di sonno, allontanare i dispositivi dai bambini. 
 
 
Ma mentre gli occhi sono puntati sugli eventuali rischi per la salute, quelli finora concreti e tangibili sono i rischi legati alla sicurezza. Se aumenteranno i servizi, le infrastrutture e i nostri oggetti connessi in rete, aumenteranno anche le minacce provenienti da attacchi hacker o dalla violazione della nostra privacy. Un attacco informatico potrebbe coinvolgere aspetti molto importanti della nostra quotidianità, ma potrebbe anche influire con la vita di città o infrastrutture di ampie dimensioni. Anche se le maggiori criticità riguardano proprio i nostri dati personali.
 
“Non cambia il tipo di minaccia, ma sicuramente la scala della minaccia, con più dispositivi e infrastrutture connesse in rete” sottolinea Stefano Zanero esperto di cybersicurezza e professore associato del Politecnico di Milano “I rischi sono connessi a un’aggressione hacker e alla violazione della privacy, il secondo mi pare molto più probabile è pericoloso del primo. Ogni volta che io creo un dispositivo connesso, creo un pozzo di dati che fanno gola a molti. Non è un caso che le aziende producano sempre più oggetti connessi alla rete”.
 
 
L’altro aspetto essenziale è che a costruire fisicamente l’infrastruttura della rete di quinta generazione saranno multinazionali, molte delle quali (è il caso di ZTE e Huawei) cinesi. Una dinamica che ha già scatenato una guerra fredda fra USA e Huawei. Il timore di Washington è infatti che il 5G, asset essenziale nel flusso di dati e informazioni che caratterizzeranno questo secolo, sia gestito massicciamente da un’azienda come Huawei legata a doppio filo con il regime cinese. Un tensione sfociata lo scorso mese di maggio, quando l’amministrazione americana ha inserito Huawei in una “entity list” che nega di fatto la possibilità alle aziende hi-tech americane di rifornire Huawei con i propri prodotti. L’accusa principale per il colosso cinese è quella di spionaggio industriale. Ma l’accusa è rivolta anche all’altro colosso cinese ZTE, accusato nel novembre dello scorso anno dalla Federal Communications Commission (Fcc) con Huawei  di rappresentare una "minaccia alla sicurezza nazionale". Entrambe le aziende sono state bandite dai sussidi federali, mentre è atteso l’ulteriore mossa della FCC potrebbe costringere le aziende Usa a sostituire le attrezzature Huawei e Zte già acquistate per l’infrastruttura 5g: un'operazione che potrebbe costare 1,8 miliardi di dollari in due anni. 
 
E la tensione che si riverbera anche a livello internazionale con il segretario della difesa USA che ha avvertito gli europei che l’utilizzo di infrastrutture Huawei nell’implementazione del 5G mette a rischio nientemeno che l’Alleanza Atlantica. Un messaggio lanciato indirettamente anche al nostro Paese che non ha scelto di limitare l’utilizzo di infrastrutture e liquidità cinese nell’infrastruttura della rete 5G nostrana.
 
“Oltre alle preoccupazioni, devo dire motivate, sullo spionaggio e sul possibile sabotaggio, c’è anche il problema del monopolio del 5G. I maggiori attori impegnati nella costruzione della rete sono essenzialmente Huawei ed Ericsson, e quindi le azioni contro Huawei sono inquadrabili in una sorta di azione antitrust. Poi c’è da dire che gli Usa sono in guerra commerciale con la Cina al momento e questo sicuramente non aiuta a distendere i toni” sottolinea Zanero.
 
Una difficoltà che lo Stato affronta legalmente con la disciplina del cosiddetto “Golden Power” estesa dal Governo anche allo sviluppo delle reti di quinta generazione. Si tratta di una sorta di potere speciale di cui l’Italia può disporre per difendere l’interesse nazionale. Lo Stato ha così’ la facoltà, in ogni momento, nel caso i costruttori non rispettino gli standard indicati di sicurezza o mettano al rischio gli interessi nazionali, di porre un veto. Tradotto: le autorità si riservano di monitorare l’andamento delle rete 5G e avere l’ultima parola sui contratti stipulati dalle compagnie telefoniche per la costruzione della rete.  “Un’azione sensata, che la tecnologia si debba allineare agli standard di privacy e sicurezza dei differenti stati è sensato” aggiunge  Zanero.
 
Ma anche così  le polemiche non si fermano. Nello scorso mese di dicembre il Copasir (Il Comitato Parlamentare per la Sicurezza della Repubblica) ha sollecitato il Governo italiano a innalzare i livelli di sicurezza e, in caso, stoppare l’utilizzo della tecnologia cinese nelle infrastrutture italiane predisposte per il 5G. L’ennesimo segnale che la corsa verso l’”Internet delle cose” e le reti di quinta generazione potrebbe essere più travagliata del previsto.