Topi vivi, la lettera di scuse di Zaia all'ambasciatore cinese

"La stanchezza accumulata in questi giorni di grande tensione non basta a giustificarmi". Poi precisa: "In Cina esiste un grosso problema di rispetto di regole igienico-sanitarie e di sicurezza alimentare nei mercati locali"

VENEZIA. Dopo la frase sui cinesi che "mangiano topi vivi", lettera di scuse del presidente della Regione Veneto Luca Zaia all’ambasciatore cinese Li Junhua. Ecco di seguito il testo. 

Sono davvero dispiaciuto per quanto accaduto. Le scrivo non per accampare scuse: quando si sbaglia, si sbaglia. E a nulla valgono giustificazioni basate sulla stanchezza accumulata in questi giorni di grande tensione o sulla frettolosità di esposizione di concetti e di ragionamenti assai più articolati svolti nei giorni precedenti - senza peraltro suscitare polemiche - in molte sedi pubbliche e a molti organi di stampa.

Osservazioni che erano e sono relative alla diversità di contesti nei quali il virus si trova ad agire, facilitato in particolare dalle differenti norme igieniche e dai protocolli alimentari identificabili in Cina e in Italia. Ho, più semplicemente, sottolineato le differenze di usi e costumi, cosi come avrei potuto sottolineare le differenze fra noi e alcuni paesi europei, fra cui la stessa Europa e gli Stati Uniti, fra la Ue e il Giappone, e cosi via...

Insomma, Signor Ambasciatore: non è mio stile e mio costume, mia abitudine e modalità espositiva, aggredire e sottolineare diversità di pelle, di religione, di genere, di scelte sentimentali. Chi mi conosce lo sa. Chi afferma questo di me, lo fa strumentalmente. Sono io il primo a dire che la Cina, Governo e popolo, in queste settimane hanno fornito una grande prova di fermezza, resistenza e determinazione nel combattere il virus. Una lotta per proteggere tutto il mondo, non soltanto la Cina.

La comunità cinese in Veneto è peraltro, composta da grandi lavoratori, gente molto ben integrata, persone che hanno per primi dato prova di grande responsabilità autocollocandosi in isolamento fiduciario, come indicato da Pechino.

So (è di pochi gironi fa la decisione del Comitato Permanente del 13° Congresso Nazionale dei Popolo di vietare consumo e commercio illegale di animali selvatici) che in Cina esiste un grosso problema di rispetto di regole igienico-sanitarie e di sicurezza alimentare nei mercati locali (che non riguarda, tuttavia, le grandi città come Pechino, Shanghai e le aree metropolitane) in cui vengono messi in vendita capi vivi e morti senza alcun controllo.

Abbiamo constatato e apprezzato come il governo cinese abbia avuto mano fermissima nel bloccare questa possibile causa di diffusione del coronavirus. Volevo, con quella mia frettolosa osservazione, dire esattamente questo. Nulla di più.

Chieda alla comunità cinese del Veneto, e scoprirà che non mi sono mai negato e sottratto alla partecipazione a eventi pubblici e privati organizzati da operatori economici. C'è tuttavia un aspetto di cui entrambi i nostri popoli sono vittime, a fronte di questa minaccia globale che dobbiamo fronteggiare insieme: quello della cosiddetta “pandemia mediatica”, come l'ho definita in più occasioni.

E' innegabile che, già molte settimane prima che il virus dilagasse in Italia e in Europa, sui social di tutto il mondo siano apparse fake-news e video che hanno attribuito al Suo popolo nefandezze e negligenze di ogni tipo. E' questo il substrato su cui ha poggiato il panico che tanto male sta facendo al Veneto e alle sue economie. Mi fermo qui, Signor Ambasciatore.

Ribadisco che non volevo offendere nessuno, spero di poterLa incontrare quanto prima e La saluto cordialmente.

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