Le colline e le città di Armano, un atto d’amore e un monito

L’artista padovano espone al museo di Teolo i suoi “Microcosmi scolpiti”. Una riflessione sullo scempio del paesaggio, un omaggio alla dignità del lavoro

TEOLO. Nella storia dell’arte italiana le colline compaiono per la prima volta sullo sfondo di episodi sacri o di allegorie insieme ai contadini che ne coltivano i pendii. Le ambientazioni terrene del Medioevo fanno entrare in scena paesaggi collinari toscani e umbri poiché i grandi maestri del Trecento e del primo Quattrocento vedono quelle inquadrature dalle finestre dentro le città turrite.

Le prime città moderne che sfociano in anonime periferie, appartengono invece al Novecento. Le finestre segnate di netto su alti muri opachi portano, se dipinte, la firma di Mario Sironi, se invece sono tagliate su muri di terracotta, quelle di Arturo Martini e di Fausto Melotti. Quando Elio Armano mette mano a questi due soggetti, le colline e le città, lo fa con una sensibilità contemporanea che mischia citazioni interne al linguaggio dell’arte e vibranti moniti a un presente sempre più lontano dalla centralità dell’uomo.


La mostra “Elio Armano. Microcosmi scolpiti” in corso al Museo Dino Formaggio di Teolo fino al 3 novembre, presenta i lavori più recenti su questi due temi centrali della sua poetica. La cura della mostra è di Paolo Coltro che osserva come la cifra plastica ricorrente che impronta la facies collinare siano i solchi, scavati dallo scultore con i polpastrelli e le unghie, con un fare che trasmette da un lato l’adesione, il desiderio di protezione e di cura, e dall’altro la tensione di denuncia contro la distruzione di quel tessuto di lavoro, di tradizione, di rapporto stretto con la natura.

Gli uomini e i frutti di quelle terre hanno contribuito a costruire la storia di civiltà e paesi, come ben dimostra il pregevole borgo di Teolo. I colli Euganei hanno un’identità precisa. Quei colli “si discoprono vulcanici, taciti ma rudi nella forza persa nelle ere geologiche”, scrive Coltro che cita poi una frase di Zanzotto sul “come fare per “essere” e capire il paesaggio veneto: “Bisogna stare sui colli o sulle lagune e da lì glissare in tutte le direzioni del cosmo”.

Da una parte dunque lo scempio, dall’altro quel radicato amore che spesso irrora gli adirati versi di Andrea Zanzotto, gli stessi che Armano incide sui sentieri circolari delle sue colline. I solchi marcati di scuro rimandano ai corsi dell’aratro, a camminamenti, labirinti; s’intersecano a fasce, entrano gli uni nella formazione di altri che vanno in direzione contraria. Una cifra di sintesi che ritorna nei piatti e nelle carte esposte in mostra e diventa motivo grafico. Le città montano pareti di terracotta con le finestre tagliate di netto che affacciano dal buio di interni troppo stretti per dare l’idea di contenere un po’ di vita. “Solitudine” s’intitolava il primo di simili tranci di case alte con albero mozzo di Arturo Martini. I condomini di Armano sono una moltitudine, variano per altezza, forma, coloritura. Pochi sono i colori, men che vivaci, vicini a spegnersi serbando sogno di aurore “dalle dita di rosa”, tramonti infuocati e azzurri di ogni grado nell’aperto cielo. Le colline sembrano grandi motte, curve a terra come grossi animali stanchi se non fosse per i solchi incisi con forza e andamento chiaro che esaltano, senza resa, l’intramontabile dignità del lavoro che Armano celebra ogni volta che prende in mano un pezzo di terra creta. —


 

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