«Entrò un uomo e mi chiese 4 valigette, le usò per Piazza Fontana»

Padova, cinquant’anni dopo la strage parla Loretta Galeazzo. Fu lei a vendere a Freda le “diplomatiche” esplose a Milano

PADOVA. Toccare la storia nera d’Italia e portarsela dentro una vita intera, con i se e con i ma, con i dubbi e gli incubi, con giornali e telegiornali che riavvolgono il nastro ogni volta che passa quel nome: piazza Fontana.
 
Loretta Galeazzo era una ragazza di 24 anni fresca di matrimonio quando, un pomeriggio di dicembre, toccò con le sue mani quattro valigette “diplomatiche”, come le chiamavano alla Valigeria Duomo di Padova. Due giorni dopo ne vide una al telegiornale della sera, sullo sfondo le macerie dello scoppio della bomba alla Banca Nazionale dell’Agricoltura. 12 dicembre 1969.
 
La Cabala del terrore imbratterà quella data con il sangue di un centinaio di persone. Diciassette morti, 88 feriti, misteri mai chiariti. Per quella strage, compiuta dalla cellula eversiva fascista Ordine Nuovo, Franco Freda e Giovanni Ventura non pagheranno mai. Cinquant’anni dopo Loretta Galeazzo è una donna di 74 anni, con tre figli, tre nipoti, un marito che fa giardinaggio e un senso d’angoscia che si rinnova ogni volta che sente quel nome: piazza Fontana. Loretta apre il portoncino di casa con le mani imbiancate di farina, sta preparando l’impasto per la pizza. «Quasi vi aspettavo», dice lasciando scappare un sorriso.
 
Sono passati 50 anni. Ha un ricordo nitido di quel giorno?
 
«E chi se lo dimentica. Ho desiderato tante volte di dimenticarlo ma quel ricordo me lo porto qua dentro (si batte una mano sul petto)». 
 
Come andò precisamente?
 
«Avevo 24 anni, mi ero sposata da poco, ero madre da soli sei mesi. Ero a casa in maternità ma c’era un sacco di lavoro alla Valigeria di piazza Duomo. Fausto, il titolare, mi chiese il favore di rientrare. Accettai». 
 
E così arrivò quel giorno.
 
«Era pomeriggio. Entrò quell’uomo. Pensai che era proprio un bell’uomo, distinto. Voleva comprare quattro valigette diplomatiche, di quelle che si aprivano con la molla e si chiudevano facendo clic. Nessuno comprava quattro valigette. Mio marito Giancarlo Beggiato lavorava con me. Dovette andarle a prendere in magazzino. Parlai con quel cliente, gli spiegai come funzionavano. Pagò, mi salutò». 
 
Quando capì come vennero usate quelle valigette?
 
«Due giorni dopo eravamo a casa, io e mio marito all’ora di cena. Al tiggì della sera parlavano dell’attentato di piazza Fontana a Milano. Inquadrarono la valigetta della bomba inesplosa alla Banca Commerciale. Non ci potevo credere: era una delle valigette che avevo venduto a quell’uomo. Lo dissi a mio marito, quella notte faticammo a prender sonno. Il giorno dopo l’abbiamo detto al titolare Fausto Giuriati che è subito corso in Questura a sporgere denuncia». 
 
E poi cosa successe?
 
«Nulla. Per tre anni non successe nulla. Ogni tanto ci chiedevamo che fine avesse fatto la nostra segnalazione. Per tre anni nessuno ci chiese più nulla fino a che, un giorno, arriva in negozio Pietro Calogero, il magistrato». 
 
Cosa le chiese?
 
«Mi mostrò una foto della valigetta, mi chiese se era vero che era stata venduta lì, nel negozio in cui lavoravo. Certo, gli dissi. Gli raccontai che avevamo denunciato tutto tre anni prima. Aveva fretta, lo seguii in Questura». 
 
Fino a che punto aiutò le indagini?
 
«Andai al carcere di San Vittore per un riconoscimento all’americana. Con noi venne anche il giudice Emilio Alessandrini. C’erano cinque imputati ma non riuscii a riconoscere l’uomo che tre anni prima era entrato in negozio (Franco Freda). Quando venne da me aveva una chioma di capelli neri, fluenti. Le persone che mi fecero vedere quel giorno, invece, erano tutte brizzolate. Io volevo aiutare, volevo essere utile ma non ci riuscii. Questo è il mio grande rammarico. Mio marito e il titolare della Valigeria Duomo scesero anche due volte a Catanzaro, per testimoniare a un processo».
 
È cambiata la vostra vita? Avete mai avuto paura?
 
«I giornali iniziarono a scrivere di Freda e del fatto che aveva comprato le valigette da noi. Una notte scagliarono un cubetto di porfido contro la vetrina. Un po’ di timore c’era ma poi la vita di tutti i giorni è più forte della paura. C’erano da crescere tre figli».
 
Quella vicenda giudiziaria è finita praticamente senza colpevoli. Cosa ne pensa?
 
«Penso che, forse, era proprio questo che volevano. Penso che l’impunità di allora sia la stessa di oggi e che, alla fine, in mezzo secolo l’Italia è rimasta tale e quale ad allora». 
 
Cosa intende dire?
 
«Come posso dimenticare i tre anni di silenzio dal momento in cui abbiamo fatto denuncia? Era chiaro che c’era qualcosa di strano. Allora avevo 24 anni, ero una ragazzina. Oggi vedo tutto con occhi diversi».
 
A cosa si riferisce?
 
«Si parla tanto dell’ergastolo che viola i diritti ma qualcuno ci pensa agli orfani di piazza Fontana? Chi devono ringraziare oggi? E poi le persone che hanno messo quelle bombe, come possono ancora parlare di ideali? Quale ideale può concepire il massacro di tutta quella gente?».
 
Posso chiederle cosa vota?
 
«Ho sempre votato sinistra, continuerò a farlo. Anche se questa sinistra non mi convince, per non parlare di Renzi: proprio non doveva comportarsi in quel modo».
 
Senza volerlo siete entrati, in qualche modo, in uno dei capitoli neri della storia d’Italia e già sono trascorsi cinquant’anni. Come vivete, oggi, questa cifra tonda lei e suo marito? 
 
«A volte mi fermo e mi chiedo dove siano finiti questi cinquant’anni, volati via in un batter d’occhio. Quanto alla cifra tonda, io e mio marito ci sforziamo di pensare che questo sia semplicemente l’anno delle nostre nozze d’oro. Come le ho detto, la vita di tutti i giorni è più forte della paura». 
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