Lanzarin: gli ospedali del Veneto assumeranno i medici all’ultimo biennio di specialità

L'assessore regionale Manuela Lanzarin durante il forum in redazione

Forum in redazione con l’assessore regionale alla sanità: «È previsto dal Piano sociosanitario 2019-2023, saremo i primi in Italia». Schede ospedaliere tra popolazione che invecchia e culle vuote: più spazio a medicina e geriatria, tagli al materno-infantile

PADOVA. La scommessa della sanità veneta ha un profilo giovane, quello dei laureati in medicina giunti all’ultimo biennio di specialità - le Università di Padova e Verona ne sfornano mediamente un centinaio l’anno - : la Regione intende assumerli tout court, offrendo loro contratti a tempo indeterminato, così da radicarli stabilmente nei reparti dove stanno completando la formazione clinica oppure impiegarli altrove, in soccorso agli ospedali in debito d’ossigeno.

Quei concorsi disertati La svolta nelle parole dell’assessore leghista Manuela Lanzarin, protagonista di un forum nella nostra redazione: «Per effetto di un’errata programmazione nazionale, il nostro Paese sta scontando una seria carenza di medici, al Veneto mancano circa 1300 figure, concentrate in specialità cruciali quali urgenza/emergenza, pediatria, anestesia/rianimazione, ortopedia. Le risorse disponibili ci consentono di procedere immediatamente alle assunzioni: da ottobre ad oggi Azienda Zero, la nostra governance, ha bandìto a concorso 600 posti ma i candidati sono stati appena 260. Perciò intendiamo reclutare gli specializzandi che già lavorano in corsia da tre o quattro anni. Non è una fuga in avanti, lo prevede esplicitamente il nostro Piano sociosanitario 19-2023 che, scaduti i termini di impugnazione da parte del Governo, è diventato legge regionale. Anche l’ultima legge statale di bilancio consente questa opportunità. Noi intendiamo coglierla».


Camici bianchi ai margini Altre regioni, dal Piemonte alla Lombardia, stanno valutando l’opzione ma il Veneto si candida al ruolo di battistrada, forte della sponda romana assicurata da Luca Coletto, sottosegretario alla Salute e precedessore della stessa Lanzarin al Balbi...

«Siamo pronti», ribadisce lei «e intendiamo affrontare il problema alla radice. La specializzazione post-universitaria è requisito essenziale per l’ingresso nel sistema sanitario pubblico e la scarsità di medici è legata all’insufficienza di borse di studio – 6500 a fronte di una media annuale di oltre 10 mila laureati in Italia – che relega ai margini un terzo dei nostri giovani. Quest’anno lo Stato ci erogherà 420 borse, noi abbiamo raddoppiato quelle regionali, da 46 a 90, investendo 10 milioni, ma non basta ancora. Martedì porremo la questione al ministro Grillo, che ci ha convocati in vista del nuovo Patto della salute. La spesa, dopo 15 anni ininterrotti di tagli, è stata finalmente ripristinata e agganciata al Pil 2019. È un segnale positivo che dobbiamo tradurre in risposte strutturali, rapide e adeguate».

Uno sguardo all’Europa Si guarda ai baby medici ma nell’immediato la ricetta suggerita ai manager è quella di reclutare i camici bianchi in pensione. Difficile immaginarli in servizio di notte, nei festivi, o a copertura dei turni di 14 ore... «Il ricorso a specialisti in quiescenza è l’ultima spiaggia, la misura d’emergenza che le Ulss sono autorizzate ad adottare qualora tutte le procedure ordinarie si rivelino vane e si configuri il rischio di un’interruzione di servizio. Saranno le singole aziende a valutare come impiegarli, spesso si tratta di professionisti di 65 anni già attivi nel privato che abbinano bagaglio d’esperienza e vitalità professionale. Non a caso, dal Molise al Friuli, altri stanno attingendo a questa risorsa. Detto ciò, noi lavoriamo per il ricambio generazionale e i giovani sono il nostro target privilegiato, inclusi quelli costretti a laurearsi all’estero: abbiamo previsto convenzioni con le università europee più vicine per agevolarne il rientro e l’ingresso nel circuito ospedaliero».

La scure del decreto 70 Le nuove schede ospedaliere quinquennali accendono discussioni e polemiche. Da più parti si lamentano tagli ai posti letto (-338 su un totale di 19. 800) e sacrificio del pubblico a vantaggio della medicina privata. Qual è la ratio della manovra? «Siamo partiti da una ricognizione accurata della realtà attuale e dal fabbisogno nell’immediato futuro. La popolazione veneta invecchia e la natalità è al minimo storico, perciò abbiamo scelto di potenziare Medicina e Geriatria riducendo le degenze nel settore materno-infantile ed anche in Chirurgia dove le tecnologia microinvasive e la robotica consentono di ridurre sensibilmente la permanenza in ospedale. I posti letto? La legislazione nazionale ne prevede 3 ogni mille abitanti per i malati acuti, 0, 5 per la riabilitazione e 0, 3 per i pazienti extraregionali; noi abbiamo censito quelli inutilizzati – l’ultima verifica risaliva al 2013 – e proposta di riconversione risponde a criteri di funzionalità parametrati alla situazione reale non alle stime superate. Ricordiamo che il famigerato “Decreto 70” non fa sconti e impone alle regioni la chiusura dei reparti che non raggiungano i volumi e gli esiti prefissati».

Salvare i punti nascita «La rete degli ospedali è stata confermata senza alcun taglio, idem per i punti nascita al di sotto dei 500 parti l’anno: abbiamo ottenuto la deroga ministeriale a Venezia, Vittorio Veneto, Pieve di Cadore, Asiago; ci è stata negata invece a Piove di Sacco, Valdagno e Adria ma non li abbiamo chiusi perché si profila uno spiraglio in sede di Conferenza Stato-Regioni. Lo spazio ai privati accreditati? La linea è quella di ampliare l’offerta di riabilitazione, dove scontiamo un 20% di pazienti in fuga verso Friuli ed Emilia. Ma il trattamento degli acuti e le grandi specialità resteranno in ambito pubblico. L’abolizione delle lungodegenze? Erano diventate una forma di ricovero improprio, diventeranno ospedali di comunità». Al momento, esistono solo sulla carta... «Occorre accelerare, ne siamo consapevoli». La frecciata finale: «Stiamo dialogando con tutti ma non è bello assistere ai rimpalli di campanile tra poli limitrofi, che dovrebbero collaborare, anziché competere. Penso a Dolo e Mirano, Cittadella e Camposampiero, Bassano e Santorso... Per noi, tutti i veneti hanno diritto all’identica qualità di trattamento». –

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