Derby gialloverde, Salvini la spunta su Di Maio. Prima un abbraccio, poi le frecciate

Vicenza, il leghista accolto come una star alla Fiera della caccia. Sui crac bancari il M5S veneto attacca Zaia

VICENZA. Il fischio d’inizio del derby gialloverde coincide con l’abbraccio tra vicepremier a beneficio di una foresta di telecamere che mette alla frusta la nervosa security vicentina; energica la stretta di Matteo Salvini, baldanzoso nell’abituale giubbotto della polizia; felpata, quasi guardinga, la replica di Luigi Di Maio, serafico in gessato e cravatta. Ma l’abito non fa il tribuno del popolo.

E se la prima schermaglia nostalgica finisce in parità – «Juncker si mette di traverso? Noi tireremo diritto», sbotta il leghista; «La procedura d’infrazione Ue? Ce ne freghiamo», fa eco il 5 Stelle – la sensazione è che il cuore veneto palpiti per il capo del neonato Carroccio tricolore, abile a incanalare il malcontento popolare verso totem negativi; i migranti e la Fornero, i tecnocrati di Bruxelles e i notabili romani, fino i radical chic che antepongono i criminali alle vittime, of course: sono «quelli che fanno il tifo contro gli italiani» e vanno trattati alla stregua di traditori della patria.

Al pubblico ludibrio. Ecco, sul versante populista Di Maio si batte da par suo e addita i poteri forti al pubblico ludibrio, ultimo, in ordine di tempo, l’inviso presidente francese Emmanuel Macron e la sua quinta colonna dem – «Il Pd, quando si tratta di schierarsi con l’Italia è sempre, dall’altra parte. Li conosco» – ma avverte la pressione dell’alleato-concorrente al quale i sondaggi accreditano il vento in poppa. Così prova a tenerlo sulle spine sul versante della richiesta di autorizzazione a procedere legato al sequestro della nave Diciotti.

«Questa è una settimana nella quale ci saranno l’istruttoria e il dibattito in commissione, finita questa fase, ovviamente, decideremo con molta serenità»; a rimarcare l’influenza decisiva di un voto grillino smentendo - quasi uno zuccherino all’ala legalitaria del movimento - la previsione di un “no” scontato in partenza. Sciorina cifre e dossier, il ministro del Lavoro, deciso a tacitare quanti lo accusano di incompetenza arruffata.

Ma non convince appieno la platea in materia di procedura dei rimborsi al risparmiatori turlupinati, suscitando anzi l’irritazione di Massimo Bitonci, in prima fila all’assemblea; il sottosegretario all’Economia, artefice della stesura originaria del decreto che prevedeva l’arbitrato - poi rimosso per volontà grillina e ora rivendicato dalla Commissione europea con inevitabile contenzioso e lungaggini - non ha nascosto il disappunto, opponendo un nervoso “no comment” ai cronisti.

Il buffetto di Variati. Certo, Salvini gioca in casa, nel capoluogo di una provincia a spiccata vocazione leghista dove lo stesso Achille Variati, sindaco uscente dem, lo accoglie con un amicale buffetto sulla guancia assicurandogli «appoggio totale» nella battaglia per garantire un qualche indennizzo agli azionisti raggirati.

E per contrasto Di Maio, lontano dai lidi natali campani, sconta l’effetto simbolico di un reddito di cittadinanza che agli occhi di gran parte delle partite Iva (e dei loro dipendenti) si tradurrà in una regalia agli sfaticati.

Diversi interlocutori. Alleati di governo, rivali nelle amministrazioni locali, lontanissimi per concezione del partito, radicamento nel territorio e interlocutori sociali. Così, concluso l’impegno a Vicenza, il leader del M5S sceglie di visitare una start up ad alta tecnologia nel Padovano, scortato dal luogotenente veneto Jacopo Berti che non risparmia, en passant, l’abituale frecciata al governatore Luca Zaia: «Altro che gli applausi della claque, la Regione non si è neppure costituita parte civile nel processo ai banchieri infedeli e quando in aula io ho denunciato l’imminente crollo delle popolari, i leghisti mi hanno chiamato terrorista».

Olè dalle doppiette. Ben diverso il bagno di folla pomeridiano di Salvini: la fiera della caccia gli ha riservato un tributo che ricorda tempi remoti - tra le fucilate amplificate dagli schermi e gli improperi del sit-in animalista - tanto da rendergli, materialmente, complicato il cammino attraverso i padiglioni. Sommerso dai microfoni, ha parlato di Tav, di certezza della pena e di altro ancora. Frasi inintelligibili nel caos generale, eppure scandite da applausi, cori e olè. Stile derby, già.

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