Le mafie “pulite” inquinano l’economia muovendosi come società di servizi

Atlante criminale veneto, il professor Parbonetti dell’Università di Padova: dallo smaltimento dei rifiuti alla riscossione crediti, così si propongono alle imprese

La ’ndrangheta come una holding. Oppure una multiutility. Criminale, certo, ma altamente competitiva. Anzi, altamente competitiva proprio perché criminale. Il volto formalmente pulito, le scarpe sporche di fango.

Il professor Antonio Parbonetti, docente di economia aziendale all’Università di Padova, conosce bene questo volto delle organizzazioni criminali. Le studia, le viviseziona. Ne misura l’impatto.

La 'ndrangheta come una società fornitrice di servizi per le aziende sane



Parbonetti, si può dire che il sistema economico veneto sia inquinato dalla criminalità organizzata?

Sì. Da diversi anni le mafie investono nell’economia sana per creare fonti di reddito alternative rispetto a quelle tradizionalmente criminali e in questa ottica puntano sui territori più ricchi e più vivaci economicamente, quindi anche il Veneto. Non si tratta, però, della presenza aggressiva tipica del Sud Italia ma di un radicamento mascherato e silenzioso, realizzato anche mediante aziende che sembra svolgano attività legali.

Fornitura di servizi, in un certo senso?

Esattamente. Dalla riscossione crediti allo smaltimento rifiuti a basso prezzo sino alla riduzione del costo del lavoro, sono tutti meccanismi per interfacciarsi con le aziende pulite.

Offrono sgravi fiscali, tra le altre cose…

Trovano le porte aperte perché fanno risparmiare. C’è convenienza economica a trattare con loro, usano un linguaggio che l’imprenditore capisce, parlano di riduzione dei costi e di efficienza.

E in più, tema molto sensibile in Veneto, promettono meno burocrazia, e si capisce bene.

Certo, fanno le cose in modo più rapido e meno costoso.

Fare i patti col diavolo è rischioso, però. L’effetto boomerang è spesso dietro l’angolo.

Eh sì. Quando arriva, la criminalità organizzata non vuole tanto aiutare l’azienda pulita, quanto arricchire se stessa. Il rischio è quello di cadere in una trappola dalla quale non si esce più, se non alienando o svendendo i propri beni. Spesso, l’obiettivo è proprio la spoliazione completa dell’imprenditore che ha iniziato il rapporto con una organizzazione criminale pensando di poter avere un beneficio.

Difficile indagare in quest’ambito…

Le sottolineo tre punti. Il primo: se l’usura avviene attraverso le fatture false, anche la vittima commette un reato. Dunque, se denunciasse, finirebbe a sua volta nei guai. E’ un meccanismo voluto. Secondo punto: la criminalità organizzata può fare minacce credibili, che inducono naturalmente al silenzio. Terzo punto: queste organizzazioni tendono a costruire una filiera intera di aziende dislocandole su un’ampia area geografica, per cui è difficile capirne l’ampiezza e annodare i fili. E’ quanto abbiamo visto con l’inchiesta Gambling sul gioco d’azzardo: 96 aziende in tutta Italia di cui venti direttamente coinvolte nel gioco d’azzardo e 76 che offrono i servizi e i prodotti necessari per la gestione dello stesso, dal software alla ristorazione nelle sale giochi all’elaborazione dati.



L’usura viene esercitata attraverso il cosiddetto fatturificio. Di cosa parliamo esattamente?

La dinamica classica è quella delle frodi carosello sull’Iva. Si inglobano società all’estero sfruttando la normativa fiscale sugli scambi internazionali. In caso di estorsioni e usura, non ti chiedo contanti in cambio di un prestito, ma ti vendo qualcosa. Lo strozzinaggio classico utilizza il contante e si espone facilmente alle indagini, la fattura invece giustifica la transazione.

Ma il crac delle banche non avrebbe dovuto produrre indirettamente una crescita esponenziale di fenomeni di usura, assieme alla stretta sul credito?

E’ ragionevole pensarlo, ma non ho elementi per confermare il trend. La crisi ha portato a una riduzione della liquidità disponibile per cui è plausibile ipotizzare che chi ha ampia disponibilità di risorse ha possibilità di cogliere molte opportunità.

C’è un’ampia zona grigia tra legale e illegale, è così?

Sì, il confine è labile. Non parliamo di attività banalissime, servono professionisti di spessore, sul riciclaggio ma anche sulla fiscalità e altre materie.

Tendiamo a credere che ci sia ancora un “noi” e un “loro”.

Vero. Ma non c’è. Il problema ce l’abbiamo in casa, è pervasivo ma si nasconde bene. Con forti conseguenze che corrodono il tessuto sociale perché si abbassa la democrazia, la ricchezza, il capitale sociale del territorio.

Le mafie hanno a disposizione tutti i colletti bianchi che vogliano: avvocati, commercialisti fiscalisti... Giornalisti, anche. Gli Ordini professionali se la prendono quando lo si dice, ma il problema c’è.

Figure decisive, tema centrale. Le attività economiche delle mafie sono complesse e quindi necessitano il coinvolgimento dei professionisti. In molti casi, però, i professionisti sono di fiducia e spesso provengono dall’area geografica di origine del gruppo criminale. Non sempre sono coinvolti i professionisti locali. Ci sono, però, operazioni societarie in cui il commercialista e il notaio dovrebbero riconoscere potenziali infiltrazioni. Un elemento critico è legato al fatto che il professionista che fa una segnalazione antiriciclaggio rischia di essere coinvolto direttamente e subire sanzioni.

Come possono autotutelarsi le aziende sane?

Qui c’è una chiara alterazione delle regole sulla concorrenza, del resto è risaputo che il margine operativo lordo (ebitda) delle aziende sane aumenta del 20 per cento se nel tessuto a loro contiguo si rimuove un’azienda criminale. Una volta liberate dalla concorrenza sleale, le imprese sane investono di più e pagano più tasse.

Siamo in Veneto. Ovvero, in un’area strategica anche sotto il profilo criminale. Un corridoio di transito, una porta spalancata da e per l’Est Europa...

Il Veneto è una terra ricca, che confina a est con Paesi che hanno una legislazione... diciamo soft. E poi, è una terra con flussi turistici significativi, tra mare e montagna. E questo si traduce inevitabilmente in una importante movimentazione di denaro contante. Infine, a Nordest ci sono i porti: altro elemento tutt’altro che secondario.

Il Veneto terra di riciclaggio, o c’è dell’altro?

La criminalità organizzata si struttura per aree di affari. Vere e proprie business unit. Ci sono quelle sporche che trafficano in droga, prostituzione, armi etc. Ma ci sono anche quelle apparentemente pulite, che devono in qualche modo autoalimentarsi, sviluppandosi e crescendo. Come “benefit” sul fronte criminale hanno la possibilità di corrompere o di ricorrere all’usura, oppure al racket delle estorsioni. Queste aziende, però, ribadisco, devono mantenersi economicamente in vita da sole. Perché devono fare reddito, arricchire la “casa madre”, fornirle all’occorrenza un supporto logistico e creare un ponte con le istituzioni a vario livello: un imprenditore è certo un interlocutore più gestibile rispetto, che so, ad un trafficante di armi.

E la politica, in tutto questo, che ruolo gioca?

Difficile generalizzare perché le tracce sono labili ma è vero che i rapporti potrebbero essere più profondi di quanto si riesca a vedere, perché tra il politico e il mafioso propriamente detto c’è quasi sempre un’interfaccia di raccordo, tipicamente un professionista o un imprenditore.

In una situazione amorale non c’è mai una morale, ma di certo c’è sempre qualcosa da imparare. Nel nostro caso?

Se pensiamo che il problema ce l’hanno gli altri, finiamo per perdere il controllo del territorio.

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