Non solo caporalato: l'ampia zona grigia dello sfruttamento lavorativo

Atlante criminale veneto vi racconta le agromafie: gli schiavi del lavoro e le bande che ne gestiscono il traffico con vessazioni quotidiane, tramite false cooperative e commercialisti di comodo

 

L'Atlante criminale veneto, ovvero la nostra inchiesta a puntate sulle organizzazioni che egstiscono i traffici illeciti in regione, si occupa questa volta di agromafie dopo aver toccato altri "settori merceologici" come lo spaccio di droga, gli appalti pubblici, la prostituzione.

I GIRONI INFERNALI




In fondo in fondo troviamo i gironi infernali del lavoro nero e del crudo sfruttamento, senza orpelli e infingimenti. Come è capitato agli 11 giovani bengalesi che, nelle campagne di Sant'Anna a Chioggia, per 10-15 euro al giorno, a fronte di 10-11 ore di lavoro, raccoglievano radicchio senza uno straccio di contratto. Vivevano in roulotte accanto ai campi.

O come nel caso dei 18 lavoratori in nero, tutti originari del Marocco, trovati dalla Guardia di finanza in un'azienda agricola Concadirame di Rovigo. In questo caso è stato identificato, e denunciato per intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, un connazionale che provvedeva a reclutarli. O sempre in provincia di Rovigo il caso, scoperto, nel luglio scorso, da una visita dell'Ispettorato del Lavoro, dei sei lavoratori in nero impegnati nella raccolta delle fragole.

Il lavoro grigio. Ma non è questa la regola. Il lavoro nero tout court è in diminuzione anche grazie alla nuova legge "anticaporalato", la 199 del 2016 che prevede sanzioni severe e, perfino, la confisca dell'azienda in caso di gravi episodi di sfruttamento. Tra i campi di tutta la penisola e anche qui, a nordest, si fa strada un volto diverso dello sfruttamento in agricoltura. Prende piede il “lavoro grigio”.

Al centro di questo nuovo sistema le cooperative o le srls – società semplificate – che forniscono manodopera alle aziende agricole nel periodo necessario al raccolto. Cooperative che alle volte durano una stagione quando vengono messe in liquidazione giusto in tempo per non pagare l'iva.

Così alla somministrazione irregolare di manodopera si assomma l'evasione fiscale. Per l'azienda che si avvale di questi metodi il costo del lavoro viene abbattuto fino al 40%.

Un fenomeno che le ultime riforme hanno oggettivamente favorito come nel caso del DL 8 del 2016 che ha depenalizzato il reato di somministrazione illegale di manodopera. Tra i metodi più usati dalle false cooperative per lucrare dalla somministrazione di manodopera c'è quello di “segnare” meno giornate lavorate di quelle effettivamente passate nei campi.

Uno stratagemma possibile in agricoltura dove le giornate non sono dichiarate all’Inps contestualmente a quando sono lavorate ma dopo, con un modulo compilato mensilmente. Un trucco così diffuso da divenire sistema a dar retta alle stime proposte da Andrea Gambillara, segretario regionale del sindacato braccianti della Cgil: "Se guardiamo alla produzione annuale, ad esempio nella provincia di Padova, e alle giornate ufficialmente lavorate, dobbiamo concludere che o le zucchine si depositano da sole nei cassoni o almeno la metà delle ore sono in nero".

Agenzie rumene. Le cooperative vengono messe in piedi molto spesso da immigrati, ma sarebbero all'opera, secondo Gambillara, strutture più raffinate.

"Abbiamo la traccia di vere e proprie agenzie – racconta il sindacalista - che operano in Romania nel reclutamento e nell'impiego qui della manodopera. Arrivano qui già con il contratto fatto con una paga di 4 euro all'ora".

La ricerca di lavoratori prende la forma, sinistra, della preferenza etnica: meglio gli immigrati dall'Europa dell'Est più individualisti e disciplinati, piuttosto che i nordafricani inclini alla rivendicazione collettiva. Cruciale nella gestione delle cooperative e nei raffinati metodi di elusione fiscale e del diritto del lavoro, il ruolo dI sedicenti commercialisti spesso veri e propri burattinai di diverse cooperative.

Come nel caso della cooperativa veronese New Labor gestitata di fatto da Gaetano Pasetto in cui compare, in un ruolo strategico, Leonardo Villirillo: presente anche nelle carte dell'inchiesta Aemilia sulla 'ndrangheta cutrese nel nord Italia.

Effetto mafia. "Il caporalato è considerato un reato spia della presenza di attività mafiose – racconta Marco Omizzolo, studioso e attivista dei diritti dei lavoratori agricoli - è infatti probabile che lì dove esso si manifesta vi siano organizzazioni criminali variamente intese, anche straniere, che agiscono con metodologie tipicamente mafiose. Attività che servono ai clan per riciclare denaro sporco e fatturare milioni di euro”.

Dal nero al grigio spesso non cambia la condizione di violenza esplicita e crudele vessazione a cui sono esposti i lavoratori. Come nel caso degli immigrati che, in aziende agricole, in particolare dedicate all'allevamento dei polli, tra la Romagna e il Veronese, sottostavano ad orari giornalieri fino alle 14 ore, alle volte senza cibo e acqua.

Le tre persone arrestate per caporalato gestivano diverse cooperative con cui avevano reclutato decine di persone che vivevano in veri e propri tuguri. Sul caporale è stata scaricata l'intera colpa dello sfruttamento. In realtà, chiarisce Omizzolo, siamo di fronte ad un fenomeno più complesso.

"Si determinano filiere produttive, distributive e commerciali governate o condizionate da organizzazioni nazionali e transnazionali, anche mafiose, fondate spesso sull’intermediazione illecita di manodopera e sulla tratta internazionale, anticamera dello sfruttamento e della riduzione in servitù".

LE FILIERE

Caporalato e lavoro in nero, in Veneto l'agricoltura è il settore più esposto



Un unica filiera che li accompagna dalla partenza all'arrivo e "organizza" l'inserimento nel mondo del lavoro. Vere e proprie società di servizi che gestiscono il percorso migratorio, con il passaggio della frontiera, per poi prendersi una fetta del salario per l'"intermediazione" con l'azienda agricola per cui lavori. Si tratta di organizzazioni che da una parte speculano sulla disperazione di chi non vede altre alternative se non migrare e dall'altra approfitta dell'assenza, in nome della lotta ai "clandestini", di canali immigratori legali e sicuri.

Una volta giunti in Italia le organizzazioni perfezionano l'assoggettamento delle persone sia nei luoghi di lavoro, ad opera dei caporali, sia in altre occasioni anche attraverso l'imposizione, ad esempio, l'imposizione del prestito ad usura. Modalità che oltre ad arricchire i gruppi criminali sortiscono l'effetto di tenere a bada le comunità di riferimento.

L'agricoltura, un settore poco regolato, spesso al riparo da occhi indiscreti e che ha bisogno di importanti apporti di manodopera non specializzata per periodi determinati di tempo rappresenta il terrno ideale per questi gruppi criminali.

E' una delle conclusioni a cui arriva uno studio curato da Francesco Carchedi intitolato "I lavoratori migranti sottoposti alla volontà delle organizzazioni criminali" e pubblicato nell'ultimo numero del rapporto Agromafie e caporalato dell'Osservatorio Placido Rizzotto.

I primi ad organizzare la manodopera nelle campagne furono, vent'anni fa, i gruppi criminali albanesi. Oggi le organizzazioni rumene sono le più organizzate e tecnologicamente attrezzate in grado di comunicare senza essere rintracciati. Questi gruppi sono specializzati nel contrabbando delle persone e nel loro utilizzo nei campi così come nel riciclaggio del denaro sporco e nella clonazione delle carte di credito.

I gruppi criminali romeni, secondo il magistrato Anna Capena, hanno la caratteristica di essere "molto flessibili e mobili, dal punto di vista geografico-territoriale al punto che vengono definiti gruppi criminali itineranti”. Le organizzazioni rumene, così come quelle albanesi, sono spesso l'ultimo anello nella catena migratoria prendendosi carico dell'ultimo miglio e dell'organizzazione del lavoro in Italia degli immigrati provenienti dall'estremo e dal medio oriente.

L'influenza e la capacità organizzative di questi gruppi criminali sono in forte crescita anche perchè "negli ultimi quindici anni - scrive Carchedi - non esistono altri istituti giuridici per favorire gli ingressi regolari dei migranti (se non per ricongiunzione familiare) e pertanto l’unica modalità resta quella irregolare, gestita, appunto, da queste organizzazioni". Possono esserci momneti di frizione con le organizzazioni criminali autoctone con cui per altro vengono stipulate partnership per singoli e temporanei business.

Quasi tutti i gruppi criminali stranieri impegnati nella gestione dell'immigrazione sono attivi nel settore agricolo ed in particolare i gruppi nazionalità marocchina, tunisina, albanese e macedone. Segnalati dai sindacati, ma non ancora nei documenti investigativi ufficiali, gruppi criminali del Punjabi e dell'Ucraina. Anche i gruppi criminali nigeriani sono segnalati, a Nord nell’astigiano.

EFFETTO GDO

Asta elettronica al doppio ribasso: così la grande distribuzione abbatte i costi

La denuncia del camerunese Yvan Sagnet: "La grande distribuzione alimenta il caporalato"



Se troviamo sugli scaffali un barattolo di pomodoro a 0,40 centesimi una domanda è giusto farsela: pagata la bottiglia di vetro, il tappo, il trasporto, quale salario ha ricevuto il lavoratore che quei pomodori ha raccolto? E' in corso una gara sempre più spericolata – fino al "sottocosto" o "bassi e fissi" – tra le grandi centrali della distribuzione, in particolare i discount, ad abbassare i prezzi dei generi alimentari. Ma come avviene questa corsa al ribasso?

I promotori della campagna "Filiera sporca" – le associazioni Terra!, Terre Libere e da Sud – puntano il dito contro il meccanismo dell'asta elettronica al doppio ribasso. Funziona così: la centrale della grande distribuzione chiede alle aziende agricole di presentare un'offerta per un determinato prodotto e, dopo aver raccolto le proposte, indice un'ulteriore gara usando come base di partenza l’offerta più bassa.

In questo modo la grande distribuzione riesce a spuntare prezzi stracciati, che spesso non coprono nemmeno le spese delle aziende produttrici. Aziende che vengono prese per il collo e che pur di rimanere sul mercato accettano margini di guadagno ridottissimi o addirittura nulli.

La Grande Distribuzione in questo modo fa valere il suo potere sull'intera filiera del cibo controllando il 70% degli acquisti di generi alimentari. Se la rincorsa al ribasso diviene al principale strategia di marketing le conseguenze vengono scaricate prima sugli industriali che trasformano i prodotti, poi sulle aziende agricole ed infine sull'ultimo anello della filiera: il bracciante che nei campi vede erodersi sempre più i suoi diritti e che così finisce sotto il controllo delle diverse organizzazioni criminali.

I promotori di "Filiera sporca", alleati con il sindacato degli agricoltori della Cgil nella campagna ASTEnetevi, hanno ottenuto una prima significativa vittoria nel giugno del 2017 con la firma di "un patto di impegno" tra il ministero delle politiche agricole, Federdistribuzione e Conad, per promuovere attraverso un codice etico pratiche commerciali leali lungo la filiera agroalimentare.

Le organizzazioni della GDO si impegnano a non fare più ricorso alle aste elettroniche al doppio ribasso per l'acquisto di prodotti agricoli e agroalimentari. Un impegno, appunto.

LE SFRUTTATE

Il caporalato etnico: quando gli stranieri sfruttano i propri connazionali



Non figuratevi delle vittime, manco per sogno. Jola e Dashamira hanno il viso sorridente e fiero dei migliori vent'anni. Determinate ad andare fino in fondo.

Le incontriamo in una sede della Cgil dove discutono del proseguimento della causa contro il loro ex datore di lavoro, Gaetano Pasetto, l'animatore delle cooperative di somministrazione di manodopera finito nel ciclone di un'inchiesta per caporalato nel settembre di quest'anno.

Albanesi, sono arrivate in Italia da una quindicina d'anni e per diversi anni hanno lavorato per le cooperative di Pasetto che periodicamente cambiavano nome. Il titolare in realtà lo vedevano un paio di volte all'anno, erano i suoi luogotenenti ad accompagnarle al lavoro in pulmino dalla bassa padovana, dove abitano, al veronese dove spesso lavoravano.

"Non abbiamo mai visto una busta paga, non ricevevamo l'indennità di trasferimento e le cose che ci spettavano di diritto. Quando domandavamo spiegazioni, la risposta era sempre la stessa: se non ti va puoi andrea da un'altra parte".

Quando arriviamo all'ufficio vertenze staziona sulla soglia un gruppetto di colleghe di Jola e Dashamira che chiedono di ritirare la delega alla Cgil per la causa di lavoro in corso. Insomma, si defilano.

Il motivo ce lo spiegano le due ragazze, "Pasetto, malgrado l'inchiesta, ha aperto un'altra cooperativa e ha riassunto tutti, così le nostre colleghe hanno rinunciato alla causa. Le persone così approfittano del bisogno delle persone di lavorare". Jola e Dashamira sono specializzate nella potatura, la loro maestria è ricercata e, dopo l'arresto di Pasetto e dei suoi sodali, hanno subito trovato un lavoro regolare.

"Siamo sempre state trattate con rispetto" sottolineano, anche se peggio di loro se la passavano i lavoratori rumeni con cui loro non avevano in rapporti. Per i rumeni altri caporali, altri pulmini ed altre condizioni di lavoro.

Ma meglio delle albanesi stavano le lavoratrici italiane che "facevano lo stesso lavoro nostro, ma prendevano di più" raccontano.

Pasetto dichiarava il minimo di giornate lavorative possibili, prese un po' a caso, e le giovani albanesi non potevano controllare la busta paga.

Ma il caso ha voluto che dichiarasse proprio le giornate in cui le due ragazze erano in Albania come certifica il loro passaporto. Una svista che gli è costata cara.

Il controllo incrociato dei dati ha messo in allarme gli ispettori del lavoro e i carabinieri e ha dato nuova linfa all'inchiesta in corso. Il 12 settembre dello scorso anno, Pasetto e suoi luogotenenti sono stati arrestati.

IL PROTOCOLLO
 



Se si vuole sconfiggere il caporalato, è evidente, occorre costruire un sistema trasparente di incontro tra domanda e offerta di lavoro. Ed è quello che si propongono di fare le associazioni di categoria del mondo agricolo, i sindacati e la Regione Veneto con il "Protocollo di Intesa in materia di contrasto al caporalato e lo sfruttamento lavorativo in agricoltura".

La firma è attesa a breve, il testo è pronto e prevede tra l’altro che la Regione Veneto con il supporto di Anpal spa (ovvero l’agenzia nazionale politiche attive del lavoro) e con Veneto Lavoro “avvierà presso il sistema dei servizi pubblici per il lavoro attività finalizzate a potenziare e messa in trasparenza dell'incrocio domanda e offerta di lavoro in relazione alle peculiarità del sistema agricolo".

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