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Il business della prostituzione in mano a nigeriani, albanesi e rumeni

Atlante criminale veneto, le schiave africane al centro dello sfruttamento di strada. Un patto non scritto con le mafie dell'Est e la dicotomia tra giorno e notte

DONNE DENARO DROGA

La prostituzione in Italia esiste, ma è inafferrabile. Nasce e si sviluppa nelle zone grigie delle realtà urbane e funge da bancomat per le attività illegali più disparate: dal traffico delle sostanze stupefacenti allo sfruttamento lavorativo. Quello che è certo è che il mercato dei corpi frutta milioni di euro immediati e in contanti, quindi sicuri e pronti a essere spesi per comprare.


Non a caso dal 2014 si è deciso di inserire anche il mercato sommerso nel calcolo del Pil perché i soldi vengono utilizzati per acquistare beni di ogni tipo, dalle auto alle case. In Veneto si stima che ci siano una media di circa 400 prostitute in strada che devono restituire circa 30 mila euro l’una per essere arrivate in Italia, ma il numero è al ribasso e si basa sulle donne presenti nelle strade, escludendo quindi il giro di prostituzione nelle case private e nei centri di massaggio promiscui.

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Le tre D

DDD. Donne, denaro e droga. Sono queste le parole chiave della criminalità nigeriana, radicata in Italia da qualche anno e attualmente predominante nelle strade italiane. DDD perché le Donne servono per prostituirsi e il Denaro ricavato in contanti per comprare la Droga e introdurla nel mercato italiano.

La Nigeria è infatti uno strategico crocevia per gli arrivi di eroina e cocaina dal Sul America e dal Sud Este Asiatico. Una spirale vorticosa, colpita in parte lo scorso 10 luglio a Mestre dalla polizia nell’operazione San Michele che ha portato all’arresto di 35 destinatari di misure cautelari, ma ancora viva e diffusa nel territorio.

La retata ha fatto emergere anche un altro anello poco conosciuto della catena delle tre D, quello delle confraternite che dalla Nigeria controllano il territorio, come la Supreme Eyie Confraternity, tra le più antiche e ben radicata a Benin City, da dove viene la maggior parte delle prostitute nigeriane. Sono proprio le confraternite a seguire il viaggio dei migranti e delle migranti, attendendoli al varco quando entrano nei centri di accoglienza per riceve subito la somma pagata per arrivare in Italia.

Per sanare il debito e guadagnarsi da vivere le donne spesso non trovano altra strada che quella della prostituzione, mentre gli uomini vengono usati per lo spaccio in strada. In genere le donne devono restituire una somma pari a 30 mila euro, nettamente superiore a quella degli uomini che è di circa 6000 euro.

Per sanare il debito le donne ci impiegano quasi due anni, lo stesso arco di tempo che ci vuole per chiedere il permesso di asilo (solo l’8% lo riceve nei tempi prestabiliti). Circostanza che non è sfuggita a chi coordina la criminalità organizzata che spesso sfrutta la loro permanenza nelle strutture come appoggio all’attività di prostituzione. 

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I numeri

Non è facile avere un quadro preciso di quante persone vivono prostituendosi e, di conseguenza del giro di business nero. La maggior parte delle donne si prostituisce in strada, ma ci sono anche donne, come le asiatiche, che lo fanno in promiscui centri di massaggio e altre volontariamente in casa. Il guadagno è alto e facile, in particolare per chi viene da contesti di grande povertà e miseria.

La notte tra giovedì 26 e venerdì 27 ottobre si è svolta in tutta Italia la mappatura della prostituzione di strada, svolta dalle Unità di Contatto, operanti nei progetti antitratta dei comuni. La fotografia è solo indicativa e ha coinvolto 61% delle province italiane e 13 su 14 Città Metropolitane (manca Palermo). In totale quella notte sono state contate in strada 3728 persone (nel controllo di una notte a maggio 2017 erano 3280).

In Veneto sono circa 356 le donne che quella notte si sono prostituite (62 a Venezia, 60 a Treviso, 64 a Padova, 90 a Verona , 77 a Vicenza e 3 a Rovigo),  numero inferiore solo a Lazio (395), Lombardia (959) ed Emilia Romagna (630). A maggio 2017 si era svolto un altro conteggio e le donne in Veneto risultavano 452, mentre in Italia 3280.

I soggetti che hanno partecipato alla notte della mappatura in Veneto sono: il comune di Venezia, l’associazione Comunità Papa Giovanni XXIII (Padova, Treviso, Verona), la cooperativa sociale Azalea (Verona), la cooperativa Equality (Padova, Treviso, Vicenza) e il Progetto NAVe (Treviso, Belluno).

Dalle osservazioni si evince che delle 3728 persone in strada quella notte il 2,6% (98) erano minori, l’82,6% (3079) donne, il 16,2% (604) transessuali e l’1,2% (45) uomini. Le due provenienze geografiche predominanti sono l’Europa dell’Est (41,8%, quindi 1557) e Africa (38,5%, 1434), seguito da Centro e Sud America (15,8%, quindi 590) e Asia (1,4%, 52). Solo il 2,5% (92 persone) è italiano. L’80% degli utenti presi in carico dai servizi viene dall’Africa, in particolare dalla Nigeria.

Facendo un calcolo all’estremo ribasso. Se si moltiplica il debito di 30 mila euro (soldi in nero) di ognuna delle 1434 donne africane contate in strada la notte della mappatura, si arriva a una media di circa 43 milioni di euro illegali che vengono immessi nel mercato anche per l’acquisto di altri beni, come l’auto, una casa e tanto altro. Per questo l’economia sommersa (“traffico di sostanze stupefacenti, prostituzione e contrabbando (di sigarette o alcol)” determina anche il Pil italiano. La cifra è non solo calcolata al ribasso, ma anche su un numero limitato di donne dato che la mappatura è stata fatta solo da alcune associazioni e il numero delle donne cambia anche di giorno in giorno.

In Veneto, tenendo conto che su 356 donne contate la notte della mappatura circa 135 sono africane, il giro di nero, calcolato sempre per estremo difetto, è comunque di 4 milioni e riguarda solo le donne nigeriane.

Le donne asiatiche vengono invece fatte prostituire in ambiti che sono difficilmente distinguibili dal lavoro e che vanno dai centri di massaggio alle case private. Anche in questo caso è davvero difficile stimare la quantità di soldi illegali introdotti perché spesso nei centri di massaggi vengono eseguiti i trattamenti come previsto, ma con delle opzioni in più (servizi sessuali) che sfuggono ai controlli e si confondono in quella zona grigia che sta tra illegale e legale.

DIETRO LA STRADA

Se i numeri sono difficili da estrapolare, le dinamiche negli anni iniziano a emergere, grazie anche alle denunce delle donne prese in carico dai servizi che, nel percorso di reinserimento, vengono spinte a rivolgersi alla questura.

Nel 2017 su 64 donne accolte nelle strutture del comune di Venezia, ben 32 hanno denunciato, facendo partire quindi altrettante inchieste giudiziarie che coinvolgono attori più o meno importanti di chi sta dietro alla strada. Le donne nigeriane sono infatti inglobate in quella che ormai è stata riconosciuta dalla Direzione Nazionale Antimafia come organizzazione mafiogena, cioè la criminalità organizzata nigeriana.

Gianfranco Della Valle, responsabile del servizio Numero Verde Antitratta del comune di Venezia e autore del blog sull’Africa www.sancara.org  spiega la complessità della mafia nigeriana: “La questione nigeriana è molto articolata perché droga e prostituzione sono collegate, a differenza della prostituzione dell’Est che è costituita in genere dal “compagno” che costringe la donna ad andare in strada per  fare soldi e non da vere struttura organizzate come quella nigeriana che, con i soldi della prostituzione, acquista la droga per poi rivenderla - spiega Della Valle - la mafia nigeriana è costituita dalle tre D, donna, denaro e droga, che ben sintetizzano il meccanismo. Le donne in strada sono una fonte dirette di guadagno immediato che permette di acquistare droga per poi spartirla anche nel mercato italiano dato che in Nigeria arriva sia dal Centro America che dal Sud Est Asiatico”.

Confraternite e giuramento juju

Un ruolo centrale lo hanno le confraternite, come emerso anche a Mestre nell’operazione San Michele per stanare gli spacciatori della droga killer: “Le confraternite nascono negli anni Cinquanta come realtà positive nelle università della Nigeria” spiega in sintesi Della Valle “Avevano lo scopo di contrastare le barriere sociali, ma poi nel 1985 con l’arrivo della dittatura di Ibrahim Babangida cambiarono.

Il dittatore iniziò a finanziarle e ad armarle per far tacere chi si opponeva al regime e così fecero i ricchi che volevano mantenere i loro privilegi. Da questo momento le confraternite piano piano si staccano dalle università e si spostano nei centri urbani, diventando poi autonome cellule. Sono loro che controllano la droga, quindi la prostituzione”.

Il lavoro degli operatori è a stretto contatto con quello delle forze dell’ordine: “Noi cerchiamo di far capire alle donne l’importanza della denuncia” prosegue Della Valle “Abbiamo un luogo segreto che riceve le chiamate delle donne al Numero Verde Gratuito (800 290 290) del Dipartimento Pari Opportunità che è gestito dal comune di Venezia e dobbiamo sempre essere pronti per riceverle. Più denunciano, più partono i processi e più c’è la possibilità di smantellare queste organizzazioni”.

Per quanto riguarda il traffico di nero Della Valle afferma che è molto difficile quantificare: “Con il nero della prostituzione” prosegue “chi gestisce il mercato sulle strade ha un guadagno immediato per comprare la droga, ma una parte viene usata anche per la vita normale, quindi per l’acquisto di quello che rientra nella quotidianità. È così che i guadagni derivati dalla prostituzione o da altre attività vengono immessi in modo “pulito” nel mercato”.

Le donne nigeriane vittime di tratta sono incastrate anche da un giuramento, il cosiddetto juju, sigillato con la figura spirituale della comunità prima di partire. Fino allo scorso marzo questo patto vincolava la migrante a una promessa che se non avesse mantenuto avrebbe potuto avere effetti negativi sulla famiglia natale. Da qualche mese il capo spirituale nigeriano, Ewuare II, ha posto a tutti i religiosi locali il divieto del giuramento juju che costringeva le prostitute a dover pagare una grande somma, pena la maledizione sulle famiglie. Nei prossimi mesi si capirà se le parole di Ewuare II hanno avuto degli effetti.

Minori

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Paola Degani, docente di Politiche pubbliche e diritti umani, parte del Centro di ateneo per i Diritti Umani e Women’s Human Rights presso il Dipartimento di Scienze Politiche, Giuridiche e Studi Internazionali dell’Università degli Studi di Padova ha ultimato di recente uno studio sulla tratta di persone.

“Negli ultimi anni il tratto più saliente è caratterizzato dalla presenza consistente di donne nigeriane di un’età media inferiore e per la prima volta tante ragazzine minorenni o in età prossima al compimento della maturità che arrivano in Italia attraverso la Libia con anticipazione di traumi e di violenze che poi vivranno di nuovo qui. Queste ragazze arrivano qui con disagi psicologici e poche risorse di consapevolezza del contesto e in una condizione potenziale di grave sfruttamento se non che è già presente”.

Oltre alla figura della madame che gestisce le prostitute nigeriane, è sempre più presente la figura dell’uomo: “La presenza maschile sta sempre di più acquisendo i tratti della struttura criminale organizzata” spiega la docente “Questo perché nelle rotte del deserto richiede una negoziazione in cui la presenza maschile è molto importante”.

La docente sostiene che siamo di fronte a un mercato in espansione anche per la trasversalità del cliente e la diversificazione delle prestazioni. Il fenomeno non interessa ci sono sole le nigeriane perché ci sono target nazionale diversi: rumene, bulgaro, cinese nell’indoor e ritorno di donne albanesi. Dall’Africa le donne provengono invece più da Nigeria, Costa d’Avorio, mali e Gambia.

Degani ha anche analizzato le telefonate giunte al Numero Verde che ammontano in Italia nel 2017 a997 persone e il tipo di sfruttamento che riguarda matrimoni forzati.

Sfruttamento lavorativo

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Come si è detto all’inizio, la prostituzione si nasconde in una zona grigia per mimetizzarsi al meglio. Oltre al mercato dei corpi per prestazioni sessuali c’è anche il mercato dei corpi per prestazioni lavorative, a volte sottopagate al limite della schiavitù. Di questo se ne occupa a livello internazionale una sezione dei carabinieri.

“Siamo ufficiali della polizia giudiziaria e ispettori del lavoro” spiega maggiore Gianfranco Albanese della Tutela del Lavoro di Venezia “il Veneto è come le altre ragioni, anche qui abbiamo avuto casi di caporalato e addirittura tra Cavarzere e Chioggia abbiamo trovato una coppia del Bangladesh che sfruttava i propri connazionali al limite della schiavitù. Questi problemi non sono solo in Italia, ma anche all’estero. Se allarghiamo il discorso alla tratta degli esseri umani gli altri Paesi hanno gli stessi difficoltà degli investigatori italiani perché sono attività transnazionali che richiedono la collaborazione degli Stati d’origine della vittima, in particolare di quelli subsahariani”.

Un tratto accomuna tutte le vittime, la privazione della libertà: “Bisogna partire dal principio che sono persone che partono da situazioni considerate inaccettabili per Paesi come l’Italia e che a volte non hanno consapevolezza di essere vittime perché vengono comunque a migliorare le loro condizioni” conclude Albanese “La tratta richiede un reclutamento nel Paese d’origine e quindi comunque si parla di persone che non sono libere, ma altre volte già all’inizio lo sanno e accettano perché fuggono da guerre o situazioni nella speranza di migliorare la loro condizione”.   

NON SOLO NIGERIANI

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Non solo nigeriani. Il «quarto rapporto sulle aree settentrionali», curato dall’Osservatorio sulla criminalità organizzata dell’Università di Milano, diretto da Nando Dalla Chiesa, si occupa anche delle altre organizzazioni criminali. La prostituzione è una sorta di campo aperto in cui si inseriscono diverse mafie.

Gli sfruttatori albanesi occupano un ruolo preminente, “essendo i protagonisti principali della tratta delle donne” destinate ai marciapiedi e provenienti dai Paesi dell’est. Hanno “imposto un modello operativo imperniato su un utilizzo spregiudicato della violenza”, reclutano le donne con l’inganno (false promesse avanzate da parenti o conoscenti che propongono loro lavori puliti e ben retribuiti) o i rapimenti “che avvengono in genere per strada nelle zone rurali dell’Albania e che prevedono anche lo stupro delle vittime”.

Un ruolo importante svolgono anche i gruppi criminali rumeni: qui, il reclutamento non avviene per assoggettamento psicologico: “In alcuni casi le ragazze sono consapevoli della loro futura attività”, in altri interviene la prassi delle false promesse (annunci sui giornali, settore ristorazione) ma il carattere della violenza rimane una costante di fondo.

Ci sono poi le giovani rom: qui “ le vittime vengono vendute dalle proprie famiglie alle organizzazioni albanesi che le fanno poi prostituire” e molte di loro sono minori.

Veneto e Friuli sono considerate aree strategiche per la criminalità proveniente dall’area balcanica, “attestandosi come le regioni terminali della rotta terrestre del narcotraffico” ma generando ovviamente un corollario di attività criminali, come appunto la prostituzione.

Quanto alla prostituzione cinese, “i molti casi segnalati nel corso degli anni potrebbero essere la spia di una presenza di gruppi ben organizzati operanti in società con cittadini italiani”. Un vecchio episodio, la scoperta a Vicenza di un centro massaggi con presenza di ragazze sudamericane, confermerebbe secondo il rapporto “la spinta espansiva della criminalità cinese, ormai in grado di reclutare alle proprie dipendenze anche ai di là della cerchia dei propri connazionali”. Gli italiani verrebbero utilizzati come prestanome per le pratiche relative agli appartamenti dedicati alla prostituzione.

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