Morra, presidente dell'Antimafia: Veneto, attento ai colletti bianchi

Il senatore M5s da poco nominato a capo della Commissione parlamentare interviene dopo la nostra inchiesta sugli appetiti legati in lavori della TAV

Nicola Morra è il nuovo presidente della Commissione aprlamentare antimafia. Subentra a Rosj Bindi. Senatore grillino, iscritto ai Meetup dal 2011, questa è una delle prime interviste a tutto campo che rilascia dalla sua nomina. Lo fa dopo aver letto la seconda puntata della nostra inchiesta, Atlante criminale veneto, dedicata ai rischi di infiltrazioni mafiose sui lavori della Tav Brescia-Verona.

Qui la prima puntata dell'Atlante

Linee ad Alta Voracità: la seconda puntata

Presidente Morra, ha letto? Imprenditori del ramo ferroviario vicini alle cosche stanno aspettando con cupidigia i cantieri della Tav veneta…

Le mafie non sono più coppola e lupara da almeno vent’anni. Il più delle volte, ormai, si fanno rappresentare da colletti bianchi, o grigi che siano. Personaggi che, magari, hanno studiato in prestigiose università italiane o estere, capaci di eludere le leggi e le norme con raffinatissimi sistemi. Proprio per questo, uno degli obiettivi che ci porremo come Commissione antimafia sarà quello di responsabilizzare gli ordini professionali, per convincerli che è nel loro stesso interesse segnalare eventuali comportamenti anomali da parte dei loro associati.

Spesso sono commercialisti o prestanome non iscritti agli albi, però.

Vero, ma se esercitano abusivamente la professione, lo fanno anche con la compiacenza di tanti altri. E’ per questo che diventa un fenomeno endemico e diffuso, proprio laddove si tollera la continua violazione delle norme. E non penso solo ai dottori commercialisti, sia chiaro. Se parliamo del mondo dell’edilizia, ci sono altri colletti bianchi: professionisti come architetti, ingegneri, geologi e architetti. Queste categorie hanno tutto l’interesse a bonificarsi da sé, prima che intervenga la magistratura. Solo così possono rendere le condizioni di mercato accettabili per tutti.

Le grandi opere sono molto appetibili anche per il frazionamento degli appalti: nella filiera spesso invisibile che redistribuisce i compiti si inseriscono le ditte amiche. Il Veneto, questo, dovrebbe saperlo.

Rivolgo il mio appello soprattutto a chi pensa che certi territori siano miracolosamente immuni: fate attenzione ai ribassi oltremodo significativi: se i margini si riducono prepotentemente, in qualche modo questo contenimento dei costi vorrà dire qualcosa… Sul movimento terra, le mafie mobilitano cifre incredibili perché nello smaltimento fanno di tutto e di più. Sono le imprese sane, danneggiate dal mancato rispetto delle regole del mercato, a dover segnalare comportamenti altrui irrazionali».

Il subappalto per far girare l’economia mafiosa. E’ così?

Certo che lo è. Mentre un’azienda sana partecipa agli appalti per ottenere profitti, quella figlia delle mafie non è detto che debba fare profitto. Può anche fare solo fatturato, per inserire nel circuito dei capitali leciti quelli di provenienza illecita. Attraverso un semplice percorso di fatturazione più o meno artefatta, si può anche lavorare in perdita, pur di riciclare capitali provenienti dal mercato della droga o altro. Questo è un elemento che va sempre tenuto ben presente. Luigi Gaetti (ex membro della Commissione antimafia, M5s, ndr) ha devoluto il suo Tfr da parlamentare agli studi universitari del team di Nando Dalla Chiesa: così è emerso che nel Mantovano l’arrivo delle imprese mafiose ha prodotto il collasso di quelle autoctone.

Il Nordest rischia di fare la fine del Nordovest, dove il radicamento mafioso è ormai un dato storico?

Bisogna prestare particolare attenzione, soprattutto nelle aree dove si possono ottenere appalti pubblici. Ed è certo preoccupante che sia la spesa pubblica ad alimentare fenomeni che rappresentano l’antistato. Su questo, lo dico da presidente dell’Antimafia bisogna stare molto attenti.

Il suo partito, M5s, è notoriamente contrario alla Tav e molto freddo verso le grandi opere pubbliche. Lei sostiene l’assioma secondo cui più gli appalti sono consistenti, più le mafie vi si insinuano?

In termini di potenzialità, questo è certo, oltre che assolutamente logico e dunque verosimile. La ‘ndrangheta ad esempio è capace di insediarsi ovunque vi siano ragioni economicamente sufficienti: il pericolo aumenta con l’aumento dei numeri. Anche perché le grandi opere, come giustamente diceva lei più sopra, permettono la filiera sterminata dei subappalti e il controllo si fa molto difficile.

Si parla molto poco degli appalti privato su privato, un settore che pare fuggire a ogni tipo di controllo ma dietro il quale si possono nascondere mille rivoli di illegalità.

E’ vero, le mafie possono lavorare con il privato in un modo e con il pubblico in un altro. Chiamiamole offerte diversificate, come alternativa al “vecchio” effetto dumping, ovvero la vendita sottocosto pur di danneggiare la concorrenza.

L’attenzione è rivolta in genere all’edilizia e all’azzardo. E il resto?

L’agroalimentare, ad esempio. Ma in generale c’è una diversificazione impressionante. E’ straordinaria la capacità mafiosa di anticipare i trend, per questo bisogna veramente dotarsi di antidoti potentissimi, sfruttando la competenza delle polizie tributarie e fiscali. A partire dalle banche dati delle Pubbliche amministrazioni che dovrebbero essere comunicanti: cosi potremmo avere molte più informazioni e contrastare il fenomeno. Mentre la realtà è che le amministrazioni hanno software che non dialogano neppure tra loro, come ha detto in audizione il procuratore antimafia Cafiero De Raho per cui persino le interdittive arrivano in ritardo.

A proposito, come si colloca lei nel dibattito sulle interdittive: strumento obsoleto e inadeguato o strumento decisivo in mano ai prefetti?

Le interdittive vanno mantenute ma potenziate, come misura preventiva. E poi bisogna colpire i patrimoni non fermandosi al mercato domestico perché le mafie investono fuori dai confini nazionali, a partire dalle coste orientali del Mediterraneo. Come è accaduto a Malta.

E il Veneto, sta o no sottovalutando il graduale radicamento delle mafie?

Nell’ultima relazione della Commissione è contenuta la dichiarazione di un camorrista, Mario Crisci, legata all’inchiesta Aspide partita da Selvazzano (Padova). Al processo gli chiedono perché la sua banda aveva scelto il Nordest e lui risponde così: “Beh, siamo venuti qui perché qui sono disonesti. Più disonesti di noi. (...) Vede, abbiamo scelto di concentrare le nostre attività nel nord-est perché qui il tessuto economico non è così onesto. Anzi, tutt’altro. Io sono un esperto di elusione fiscale. Qui lavoro bene. Il margine di guadagno era buono, perché qui la gente non ha voglia di pagare le tasse, peggio che da noi”.

 

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