Biomedicale a Nordest: così seicento aziende marciano puntando su salute e hi-tech

I medical device, i dispositivi medici, non sono solo quelli che si vedono, come appunto le protesi più tecnologiche. Sono spesso meno conosciuti e invisibili. Aghi, tubi e reagenti, ad esempio

La fabbrica hi-tech


Bebe Vio che sorridente presenta il film degli Incredibili 2. La stessa Bebe che urla di gioia con il fioretto in mano, assicurata ad una sedia a rotelle. Alex Zanardi che rompe tutti i record, sfrecciando anche davanti a chi ha entrambe le gambe e non, come lui, indossa protesi per poter camminare.

Lo sport, prima ancora del cinema, racconta le imprese di queste uomini come dei super uomini, con arti artificiali che hanno restituito loro la possibilità di vivere e vincere. Come prima.

L’anima high tech della medicina

È solo una delle tante immagini che le cosiddette apparecchiature biomedicali hanno dato alla salute delle persone. L’aspetto più visibile. Ce ne sono molti altri. I medical device, i dispositivi medici, non sono solo quelli che si vedono, come appunto le protesi più tecnologiche. Sono spesso meno conosciuti e invisibili. Sono i reagenti che “leggono” nel sangue la presenza di cellule tumorali. Riconoscendole in mezzo a milioni di altre. Sono le sacche frigo speciali dove farmaci chemioterapici costosissimi e avanzati vengono conservati alla giusta temperatura. Sono i dispositivi che vengono impiantati ai bambini per somministrare la chemioterapia. Piccoli tubicini, cateteri venosi centrali.

Dalla giugulare vengono spinti fin dentro al cuore, escono dal corpo e danno accesso al sistema venoso per far arrivare farmaci che spesso salvano la vita dal cancro. Sono “colle” per cementare le ossa, sono sostanze che riescono a ricostruire porzioni di tessuti organici. Proprio come Scarlett Johansson che nel film di fantascienza Ghost in the Shell viene ricomposta tramite una stampante 3D. Organi sintetici ricostruiti sul suo corpo di donna cyborg. Tutto ciò però non è il futuro.



Innovazioni made in italy

Queste meraviglie della tecnologia a servizio dell’uomo e del suo benessere hanno un’anima spiccatamente italiana. Nel triangolo industriale tra Lombardia, Emilia Romagna e Veneto, si condensa la parte più consistente di imprese e addetti del comparto biomedicale. Secondo i dati di Assobiomedica è un comparto che genera un fatturato annuo di 11 miliardi di euro. Poco meno della metà, circa 5 miliardi è realizzato fuori dei confini italiani.

I campioni del biomedicale

La Lombardia è top in Italia per la quota di export con 1,76 miliardi, seguono Emilia Romagna con 837 milioni di euro e Veneto con 714 milioni. Per quanto riguarda le start up invece la regione è settima con 16 nuove imprese ed è preceduta dal Friuli Venezia Giulia dove le nuove avventure imprenditoriali in questo comparto sono 18.

Tra le aziende venete più significative ci sono Stevanato Group, che prendendo una competenza locale come la lavorazione del vetro, l’ha piegata per usi medici, creando le fiale high tech con le quali fornisce Big Pharma. Fidia Pharma, 240 milioni di fatturato, azienda di Abano, celebre per la sua Connettivina, la crema all’acido ialuronico che ricostituisce il tessuto epidermico. Nei medical device ha costruito sistemi avanzati di medicazione.

Come per esempio “cerotti” biologici ottenuti da cellule staminali. Grazie alle applicazioni dell’acido ialuronico Fidia realizza kit iniettabili per combattere l’invecchiamento cutaneo. Tecres, piccola azienda veronese produce cemento osseo, protesi craniche, resine da iniettare nelle vertebre. Tutti componenti usati nell’ortopedia, nella neurochirurgia, nella chirurgia spinale. Medival, infine, produce strumenti diagnostici, per la chirurgia.

«Nel Triveneto - spiga Massimiliano Boggetti, presidente di Assobiomedica - sono 1059 le imprese del settore che danno lavoro a oltre 20 mila addetti. Si tratta per lo più di piccole e medie imprese che operano nel 79% dei casi nel biomedicale. Il 9% produce dispositivi medici a base di sostanze, un buon 5% realizza e commercializza servizi e telemedicina, il restante 7% si divide tra imprese dell’elettromedicale e della diagnostica in vitro. Molto promettente anche la nuova generazione di imprese, oltre 45 le start up che operano nei settori più disparati e raccolgono l’eredità della fortissima tradizione medica padovana».
 

Effetto Mirandola





È stato per la scoperta del distretto di Mirandola, colpita dal terremoto sei anni fa, che il biomedicale è entrato nell’immaginario nazionale. Si tratta del cuore produttivo dei medical device made in Italy. La sua punta più avanzata. Dove grandi multinazionali sorgono accanto a pmi con spiccata capacità innovativa e respiro internazionale.

A Mirandola si concentra circa un miliardo del fatturato del biomedicale italiano. Racconta molto bene questa perla della manifattura made in Italy l’esperienza di Stefano Rimondi. Presidente di Assobiomedica dal 2011 al 2015. Ingegnere elettronico, Rimondi ha da sempre dedicato la sua attività professionale al settore dei dispositivi medici con diversi ruoli operativi e gestionali. Dal 2001 al 2008 in Sorin Group ha ricoperto vari incarichi tra cui quello di amministratore delegato e responsabile delle attività del gruppo per il mercato italiano.

Dal 2009 al 2012 Rimondi è stato amministratore delegato di Bellco srl, società creata dallo spin off di Sorin del settore nefrologia e dialisi. Attualmente è socio fondatore di Aferetica, la start-up mirandolese che si occupa di purificare gli organi prima dei trapianti.

«Il distretto di Mirandola - spiega Rimondi - è un esempio particolare di eccellenza e la sua storia ci racconta come un territorio fertile dal punto di vista industriale e settoriale sia riuscito a risollevarsi dal terremoto del 2012. La temuta delocalizzazione delle oltre 100 imprese nazionali e multinazionali presenti sul territorio non c’è stata, se non temporaneamente per consentire il ripristino delle strutture danneggiate».

E bisogna ricordare che furono danneggiate la maggior parte degli impianti. Un intero distretto rischiava di sparire. Oggi le aziende - racconta Rimondi - godono di buona salute «soprattutto grazie all’export. Purtroppo, non si sta assistendo alla nascita significativa di nuove realtà imprenditoriali o di start-up innovative, nonostante il know-how e l’alta specializzazione presente sul territorio. Il trend legato alla nascita di nuove imprese non è pertanto brillante come la ripresa delle attività manifatturiere e l’export di quelle esistenti.


Missione export





Dalle aziende del Nordest parte un quinto delle esportazioni del settore biomedicale italiano. Secondo gli ultimi dati disponibili oltrepassano i confini nazionali poco più di un miliardo di euro di fatturato (1,073 miliardi). Le destinazioni principali sono Stati Uniti, Francia, Germania, Spagna e Regno Unito.

Digitalizzazione in corso

Nel quadrante nordorientale traina, come detto, il Veneto con un export biomedicale pari a 714 milioni (14,5% di quello nazionale), seguito dal Friuli Venezia Giulia a 241,5 milioni (4,9%) e dal Trentino Alto Adige a 118 milioni (2,4%). «Se si escludono alcuni big, le aziende del Nordest dell’industria farmaceutica che competono a livello internazionale sono per la maggior parte medio-piccole, e stanno attraversando un delicato processo di digitalizzazione», spiega Martina Vaccaro di Autoware, l’azienda vicentina che supporta la trasformazione digitale delle aziende manifatturiere, in particolare quelle dell’industria farmaceutica. «La digital transformation non è un piano da sottovalutare: quando ci si confronta con i mercati stranieri – aggiunge – devono infatti essere garantiti standard elevati in tutte le procedure interne».



Se si prendono in esame alcune classificazioni merceologica (dati Istat riferiti al secondo trimestre del 2018) per i prodotti farmaceutici di base, dal Trentino-Alto Adige si esportano circa 13 milioni, dal Friuli Venezia Giulia 21,4 milioni, il Veneto ne esporta circa 67 milioni. Per i medicinali e preparati farmaceutici l’export trentino è di 2,4 milioni, quello veneto di 68 milioni, quello del Friuli-Venezia Giulia è stato pari a 5,7 milioni. «Nel settore farmaceutico-biomedicale si è cominciato ad investire da tempo nella digitalizzazione, molto prima del Piano Industria 4.0 – aggiunge Vaccaro - gli standard sono alti, ma devono essere mantenuti alti».

Di ritorno dal recente CPhl Worldwide di Madrid, una delle più importanti fiere al mondo dedicata al settore farmaceutico, Walter Bertin guida la Labomar. Venti anni fa, riposto il camice di farmacista, ha creato una realtà produttiva in provincia di Treviso. Oggi nell’azienda di Istrana lavorano 200 persone, che generano un fatturato di 43 milioni di euro (in forte crescita negli ultimi anni). La società si occupa di ricerca, sviluppo e produzione di dispositivi medici. Grazie ai suoi tre impianti produttivi può realizzare su scala industriale tutte le principali forme farmaceutiche.

«Oggi la nostra quota export è pari al 25% del nostro fatturato – spiega il farmacista-imprenditore Walter Bertin –. Ma tra i nostri obiettivi di crescita futuri c’è una forte spinta all’export nei prossimi anni». Un settore che non sembra temere la concorrenza del Sudest asiatico, dove la qualità del made in Italy viene apprezzata, prima che copiata. Fortemente votata all’innovazione, la Labomar investe ogni anno il 5% del fatturato in Ricerca e sviluppo. Tra le sue produzione ci sono i dispositivi medici in classe IIA e classe III, che coprono diverse aree terapeutiche e che sono pronti all'immissione in commercio.



Segmento dentale

Tra i principali esportatori c’è anche il polo biomedicale di Padova, uno dei quattro distretti del settore monitorati da Intesa Sanpaolo. Qui sono presenti 325 imprese che impiegano 4.760 occupati, con una produzione specializzata in strumenti e forniture mediche in particolare per il segmento dentale. Nel biomedicale di Padova sono presenti importanti realtà aziendali cresciute con rapidità negli ultimi 10 anni, come Sweden e Martina, primo produttore italiano di dispositivi medici per il settore dentale (implantologia, ortodonzia e endodonzia, chirurgia dentale conservativa).

«Nel 2017 il polo biomedicale di Padova, dopo quello di Milano, è quello più rilevante per i valori esportati raggiungendo 592 milioni di euro, con una eccezionale crescita realizzata tra il 2008 e il 2017: le esportazioni del polo biomedicale padovano sono infatti aumentate del 50,5% - spiegano dall’ufficio Studi di Intesa Sanpaolo -. L’evoluzione più recente conferma la straordinaria dinamicità del polo padovano sui mercati esteri: dopo un primo trimestre 2018 che ha registrato una crescita tendenziale a doppia cifra, il polo ha continuato nel secondo trimestre del 2018 mostrando un aumento di 6,5 milioni di euro sullo stesso periodo dell’anno precedente. Il polo su base semestrale ha realizzato la migliore performance a livello nazionale (+9,7% variazione tendenziale), staccando nettamente il Polo di Milano che ha subito invece una riduzione delle esportazioni».

Sbocco trainante

La Svizzera si è attestata come il mercato di sbocco maggiormente trainante per la crescita nel primo semestre 2018 (più 4,4 per cento) ed ha ulteriormente accelerato, raddoppiando il passo nel secondo trimestre del 2108 (più 8 per cento la variazione tendenziale). Hanno inoltre contribuito alla crescita delle esportazioni del polo biomedicale di Padova nel primo semestre del 2018, in ordine decrescente, Cina, Germania, Emirati Arabi Uniti, Paesi Bassi, Libano e Svezia.


Bebe e Alex, al Musme di Padova una nuova sezione

La protesi di Martina Caironi


Tre storie, tre esempi, tante emozioni: il mondo dello sport paralimpico, degli atleti e delle tecnologie più innovative viene raccontato a partire al MUSME, il Museo di Storia della Medicina di Padova, che si arricchisce della nuova importante installazione dedicata a Sport, Tecnologia e Disabilità.

Per la prima volta tre meravigliosi campioni, Martina Caironi, Bebe Vio e Alex Zanardi, hanno deciso di “esporsi” in un museo italiano, il MUSME, mettendo a disposizione i supporti con cui hanno vinto gare di livello mondiale: la gamba con cui Martina si è sempre allenata per diventare la donna con protesi più veloce al mondo; il braccio usato da Bebe sia nel corso degli allenamenti che nelle gare, dal gennaio 2010, dopo la malattia, ai Mondiali di Budapest dell'ottobre 2013; la handbike con cui Alex ha vinto l’Oro alle Olimpiadi di Londra nel 2012.

La hand-bike di Alex Zanardi

 Lo sport, grazie anche alla testimonianza di questi atleti paralimpici, rappresenta in quest’ottica l’antidoto all’apatia e all’isolamento, lo strumento migliore per una riabilitazione fisica e psicologica, che ridà passione e fiducia e favorisce il confronto con gli altri. È da qui che nasce il concetto, caro al Presidente della Fondazione MUSME, Francesco Peghin, dello «sport come veicolo e medicina per il superamento di ogni barriera».

Una medicina che permette spesso di (ri)diventare protagonisti della propria vita. Obiettivo del MUSME è, infatti, proiettare una visione inclusiva della società, che restituisca qualità alle nostre esistenze e dia valore alle persone, alla loro volontà, al loro impegno, alla loro resilienza. Alla base del progetto c’è un’apertura verso tutti i campioni del quotidiano, che affrontano situazioni difficili, spesso in condizioni di estrema fragilità. Con loro e con diverse associazioni il Museo s’impegna a costruire una rete di rapporti attraverso incontri, presentazioni e momenti di dialogo, avendo già instaurato, in questa occasione, un’importante sinergia con il Comitato italiano paralimpico della regione Veneto.

Musme Padova, la nuova sezione sport e disabilità: testimonial Zanardi



Attraverso questa operazione che coinvolge, oltre ai tre grandi sportivi, anche l’Università di Padova, parte del Comitato scientifico museale, il MUSME pone, inoltre, l’attenzione sull’importanza del progresso medico-tecnologico nel campo delle protesi per disabili affinché queste siano sempre più accessibili a tutti. Dietro al coraggio e alla forza di tre singole personalità c’è una collettività di ricercatori, discipline, studi che ogni giorno sviluppa e porta avanti delle ricerche per il miglioramento della vita di tutti coloro che si trovano in condizioni di disagio. Questi straordinari supporti all’attività motoria, le protesi di Bebe Vio e di Martina Caironi, gli apparati biomeccanici come la handbike di Alex Zanardi, richiedono oramai un’interdisciplinarietà complessa e sforzi congiunti al servizio di tutti.

Scherma paralimpica, Beatrice Vio in arte bebe va forte sia con la sciabola che con il fioretto




Un modo nuovo di guardare al mondo

di Paolo Guridsatti

Componenti del corpo umano fabbricati in materiali bio-compatibili, cannule, attrezzature per l’assistenza sanitaria (a domicilio, in ospedali e case di riposo), macchinari per sale operatorie, vestiti speciali, componenti di arredo, mezzi di trasporto per persone con disabilità, strumenti di protezione.

Le tecnologie e gli artefatti che appartengono alla filiera bio-medicale presentano livelli di complessità molto diversi tra loro e un diverso contenuto di scienza e tecnologia. Sono tuttavia accomunati da un medesimo codice genetico: devono essere rigorosamente sostenibili e biologicamente neutri.

Più che un settore industriale, la filiera bio-medicale è un modo di guardare il mondo. La popolazione invecchia e la scienza medica trova ogni giorno nuovi metodi di cura delle malattie. Alla filiera bio-medicale spetta il compito di tradurre le scoperte scientifiche in materiali e strumenti più avanzati di analisi, cura e prevenzione.

La produzione di tutto quanto serve alla sanità (ad esclusione dei farmaci) risponde a due caratteristiche speciali: 1. deve rispettare capitolati tecnici e sistemi di certificazione definiti a livello internazionale (da istituzioni rigorose come la FDA americana). 2. deve fare della block-chain, della trasparenza e della tracciabilità, fattori di competitività e di innovazione, con percorsi di avanguardia nella sostenibilità ambientale.

Dispositivi che interfacciano la Tac con le tecnologie 3D, bio-materiali per le protesi e le valvole cardiache, bio-plastiche, componenti chimici, bio-chimici, bio-tecnologici, sistemi intelligenti (4.0) per la gestione integrata delle analisi e delle cure. Nell’area del Nordest sono molte le imprese che si collocano all’interno di questo sistema, pur essendo poco visibili, perché formalmente classificate in settori merceologici tradizionali, disperse sul territorio (a parte una lieve concentrazione attorno ai medico-scientifici di Padova e Verona).

Queste imprese fanno della compatibilità con le funzioni biologiche del corpo umano, della capacità di evitare complicazioni, infezioni o reazioni indesiderate in ogni singolo componente, la chiave di volta del proprio vantaggio competitivo, nazionale e globale.

Sono una filiera “chiusa”. Nel senso che non ammettono inquinamenti indesiderati dall’esterno. Escludono fornitori che non rispettano condizioni molto precise, di qualità e sicurezza, lungo l’intero ciclo di vita del prodotto. Ogni componente della filiera deve non soltanto essere progettato e prodotto secondo procedure certificate (in modo che sia sempre possibile identificarne anomalie in tempo utile), ma deve essere anche smaltito (nel caso sia rifiuto non riciclabile), smontato, decomposto, rimesso in circolazione secondo regole e condizioni altrettanto precise e controllate.

Il bio medicale è la quintessenza dell’economia circolare. È nato come filiera dell’usa e getta (vediamo l’esempio delle siringhe monouso), ma sta diventando l’avanguardia della lotta agli sprechi, delle tecniche di ri-uso, riciclaggio e ri-generazione, prima ancora e meglio di altri settori industriali (alimentare incluso). Un esempio?

La filiera di gestione degli strumenti e dei capi di abbigliamento per sale operatorie. Come ci racconta Marco Ricchetti (Blumine) nel libro Neo-Materiali nell’Economia Circolare – Moda, una sola azienda oggi si occupa dell’intero ciclo di produzione e distribuzione, ri-uso dei bisturi, dei camici e altri componenti utilizzati dalle equipe di chirurgia.

Tutti materiali notoriamente asettici, anti-settici. Nulla è proprietario, tutto in affitto. Altro che car sharing! Proprio nel medicale funziona alla perfezione il dress sharing, lo scalpel sharing e così via. Senza contaminazioni. Paradossalmente è il sistema di mercato più avanzato possibile dell’economia circolare, che permette di innovare la logistica, i materiali, le tecniche di recupero e smaltimento, grazie alla specializzazione. Un’esperienza destinata a contaminare, tecnologicamente e organizzativamente, altri settori e altre filiere.

Il bio-medicale è oggi laboratorio avanzato di un esteso processo di revisione dei sistemi produttivi one-way, che coinvolge diversi settori. Per ridurre gli sprechi e imparare non solo a comporre nuovi materiali attraverso la chimica e la biologia di sintesi (quella che parte dalla tavola di Mendeleev per costruire molecole nuove), ma anche a smontare, pulire, ri-utilizzare i materiali di scarto o a fine vita, per tornare agli elementi puri.

Da quanto detto finora si deduce una considerazione importante. Se trasparenza e tracciabilità sono fattori indispensabili per la gestione sostenibile di questa filiera speciale, le soluzioni testate al suo interno saranno buone in generale. Per questo tale industria ha un rapporto particolare con il territorio. Ha bisogno di un sistema logistico e informatico di avanguardia, di una diffusa cultura dei materiali e della loro composizione chimica, per diventare vettore di contaminazione positiva e trasferimento tecnologico. Può prosperare meglio in un territorio sano, che apprende, che consolida una buona reputazione internazionale per qualità della vita, pulizia, cura del paesaggio, conservazione dell’ambiente.

Paradossalmente, per continuare a vincere nel comparto bio-medicale, il Nordest deve continuare a essere territorio di sperimentazione, nella manutenzione dell’ambiente e nella costruzione di nuove infrastrutture dell’economia circolare, della depurazione, oltre che nelle università locali, nel sistema sanitario, nelle cliniche innovative. Tutto questo ha un impatto positivo più alto della stessa reputazione tecnologica delle singole imprese. Le amministrazioni locali, le utility e non solo le aziende sanitarie, sono avvertite.

 

Medicina predittiva, parla Boggetti




di Roberta Paolini

Un comparto fortemente diversificato. Con tecnologie avveniristiche, come lo stampaggio di tessuti organici o protesi super tecnologiche. Massimiliano Boggetti, lei è presidente di Assobiomedica, il raggruppamento di Confindustria che somma la quasi totalità delle aziende italiane. Come hanno costruito le aziende del settore biomedicale questa grande spinta innovativa?

«Il settore dei dispositivi medici è meravigliosamente complesso ed eterogeneo. Al suo interno operano aziende che producono e commercializzano tecnologie mediche che vanno dagli aghi ai reagenti chimici per gli esami di laboratorio, passando per protesi, pace-maker e grandi apparecchiature come le Tac e le risonanze magnetiche. Ma anche stampanti 3D, dispositivi wearable e apparecchiature per il bioprinting. Si tratta di una gamma amplissima che comprende oltre 500 mila prodotti altamente innovativi. È per questa straordinaria varietà e per la stessa natura dei prodotti realizzati che le imprese del settore puntano sull’innovazione. Non a caso questo è un settore dove si investe quasi un miliardo di euro all’anno in ricerca e sviluppo solo in Italia e che incide fortemente sulla qualità della vita dei pazienti. Si pensi a puro titolo di esempio a un diabetico che grazie ai microinfusori può gestire 24 ore al giorno il monitoraggio della glicemia o a tutte le persone che grazie alle protesi robotiche tornano a usare i quattro arti».

Come stanno modificando tutte queste innovazioni il mondo della medicina e del farmaco?

«Oggi la medicina sta evolvendo verso una personalizzazione delle cure e i dispositivi medici ne sono strumenti essenziali. La medicina delle 4P (predittiva, preventiva, personalizzata e partecipativa) ha l’obiettivo di passare da una medicina che cura a una che previene l’insorgenza della patologia, a tutto vantaggio del cittadino che non si ammala e della sostenibilità del Servizio sanitario nazionale. Dalla nutraceutica alla nutrigenomica, dalla medicina rigenerativa alle scienze omiche, la medicina sarà sempre più tarata sugli specifici bisogni dell’individuo e sulle sue patologie incrociando dati e informazioni, che contribuiranno a individuare la terapia più adatta alle specifiche esigenze del suo patrimonio genetico. Il nostro Paese non può rinunciare a questa sfida, quando tutti i moderni sistemi sanitari si stanno attrezzando per seguire questo approccio».

Il settore biomedicale ha una presenza importante nel nostro Paese. Quali sono i numeri del comparto e la sua presenza a Nordest?

«Nel panorama produttivo italiano, che conta quasi 4000 imprese per un fatturato complessivo di 11 miliardi e mezzo, si registrano grandi eccellenze. I grandi gruppi convivono con le piccole e medie imprese, che impiegano complessivamente oltre 76 mila dipendenti. In alcuni territori come nel Nordest, pur non essendoci una specializzazione in termini di tipologie di prodotto, si registra una grande vitalità e una certa polarizzazione nel comparto biomedicale».

Si registra dinamismo nelle nuove imprese?

«La nuova generazione di imprese è promettente, oltre 45 le start up che operano nei settori più disparati e raccolgono l’eredità della fortissima tradizione medica locale».

Ma questo non è un settore solo domestico.

«Infatti. Il mercato dei dispositivi medici in Italia, forte della sua propensione all’innovazione, riesce ad esportare prodotti per un valore di quasi 5 miliardi di euro. Si tratta di un dato che continua a registrare aumenti significativi e che nel Nordest occupa una quota significativa pari al 37,8% ».

Il recupero sui mercati esteri è indice di problemi legati agli investimenti nel settore sanitario in Italia?

«Purtroppo nel mercato italiano la tendenza alla centralizzazione degli acquisti e le spending review degli anni scorsi nei confronti della sanità pubblica hanno disincentivato le imprese a investire nel nostro Paese e inibito l’accesso al mercato di piccole realtà e start up domestiche».

Perché l’inserimento dei costi standard non è una scelta virtuosa per il biomedicale?

«Da quello che capiamo sembrerebbe che per recuperare risorse stiano valutando di inserire nella manovra i costi standard negli acquisti sanitari sul modello del lombardo-veneto. Se da una parte il modello veneto ci rassicura perché ha visto una riorganizzazione territoriale volta all’efficienza e all’appropriatezza dell’intero ciclo di acquisto, ci preoccupa invece che a livello nazionale si parli di costi standard e non è chiaro come si intendano applicare. Ci chiediamo come possano essere applicabili al settore dei dispositivi medici, quando gli acquisti dei prodotti sono correlati a una serie di servizi extra ed elementi variabili, che dipendono dalle specifiche richieste delle Asl e dei singoli reparti».

Quali sono le variabili di cui parla?

«Una possono essere i ritardati pagamenti: se un ospedale paga l’impresa dopo 49 giorni come l’Aas 5 Friuli Occidentale, non sarà la stessa cosa che venir pagata dopo 181 giorni come al Centro riferimento oncologico di Pordenone, dove nel prezzo della fornitura possono essere tenuti in considerazione anche i costi del factoring per la cessione del credito. Non dimentichiamo che il Servizio sanitario nazionale viaggia con un debito di oltre 2 miliardi di euro nei confronti delle imprese del settore, che solo nel Triveneto ammonta a 164,3 milioni di euro».—