Imprenditori in trincea: «Governo contro di noi, pronti a scendere in piazza per protestare»

I leader veneti di Confindustria esprimono malessere per le scelte dell’esecutivo giallo-verde. Zoppas: «I nostri lavoratori ci precederanno» 

VENEZIA. «Noi stiamo trattenendo tanti imprenditori che sono pronti a scendere in piazza: prima di decidere, vogliamo vedere i prossimi passi concreti di questo governo contro la precarietà delle aziende. E penso soprattutto a quelle in crisi che, se chiudessero, provocherebbero ulteriore disoccupazione e impoverimento diffuso. Sono convinto che se lo scenario degraderà, saranno i nostri lavoratori a precederci in piazza e a voler condividere con noi la protesta perché con la salute delle aziende sono in gioco anche i posti di lavoro». Matteo Zoppas non ha di sicuro l’attitudine del guerrafondaio e il suo cuore non batte a sinistra. Il presidente di Confindustria Veneto condensa così un pensiero sempre più diffuso tra gli imprenditori e soprattutto nel quadrante di Nordest.

Lo conferma senza remore Luciano Vescovi, presidente di Assindustria Vicenza, che sostiene di ricevere «quotidianamente fax, sms, mail, telefonate che dichiarano profonda preoccupazione per il sentimento anti-impresa propalato dal governo. Preoccupazione non solo di imprenditori ma dei nostri collaboratori, che vivono l’azienda come fosse loro. Non mi sorprenderei davvero se fossimo costretti a andare in piazza, ma non saremmo soli poiché sono persuaso avremmo accanto i nostri dipendenti».

Ecco qui che gli industriali veneti fanno un passo in più rispetto alla linea indicata l’altra sera a Cortina in un incontro pubblico dal presidente nazionale Vincenzo Boccia, che ha parlato di «imprenditori pronti alla piazza», sottolineando pure di avere deciso fin qui di «contenerli per senso di responsabilità». Boccia pare aver intrapreso da Cortina una strategia di comunicazione nuova, perché pure la base chiede vigore e determinazione. Cresce tra gli imprenditori, infatti, la tesi di interpretare la loro leadership sociale accanto a sindacati e lavoratori, in una stagione di aperta battaglia alle politiche economiche del governo giallo-verde.

L’idea di organizzare una marcia e di sfilare per strada per rendere visibile e pubblica la polemica passa di bocca in bocca in queste settimane. «Se non fosse per le politiche sull’immigrazione, che da queste parti miete consensi facili, il tono sarebbe ad alzo zero» aggiunge un altro industriale veneto il cui cognome è esso stesso un marchio a tutti noto. L’elenco del cahier des doléances è lungo e noto: riforma pensioni, blocco infrastrutture, abbattimento jobs act, decreto dignità, Ilva, Ceta, reddito di cittadinanza.

Ma non basta. «Francamente trovo offensiva, volgare, inqualificabile la espressione che ci rivolge di continuo il ministro allo Sviluppo economico, secondo cui noi saremmo dei prenditori. Il nostro giudizio sarà sulla prossima manovra economica ma soprattutto sull’atteggiamento che il governo esprime nei nostri riguardi» aggiunge Vescovi. Ma occorre notare che la espressione “prenditori” non è una prerogativa del solo Di Maio: è stata usata qualche giorno fa a Venezia anche dal ministro degli Interni, Matteo Salvini, ed è rimasta nel gozzo ai confindustriali presenti. Che si sentono traditi dalla componente leghista a Palazzo Chigi. «Sono amareggiato e preoccupato dalla cultura anti-impresa espressa da questo governo - dice Massimo Finco, presidente di Confindustria Veneto Centro - poiché sta danneggiando il tessuto economico e la coesione sociale. Stiamo valutando come reagire, non possiamo rimanere oltremodo passivi dinanzi alla china pericolosa che sta prendendo il Paese».

«Il primo atto collegiale del nuovo Governo, il cosiddetto “decreto dignità” è a tutti gli effetti un decreto “anti-dignità” per l’impresa» secondo Vincenzo Marinese, presidente di Confindustria Venezia e Rovigo. Ecco il senso del voto che Giulio Pedrollo, veronese, vice presidente nazionale di Confindustria, assegna al governo: “rimandato a settembre”. Settembre tempo di manovra e di giudizi. Sapendo che, dinanzi alla disintermediazione praticata dal governo nei riguardi delle organizzazioni di categoria, occorrerà fare alleanze inedite. Con i lavoratori. Perché non basterebbe più, in questo clima, nemmeno replicare il gesto attuato nel 1995 dalla Confindustria guidata da Nicola Tognana, che consegnò le chiavi delle aziende a Palazzo Chigi in segno di protesta. 

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