Trony e le altre crisi «Grande distribuzione se non cambia muore»

Limoni, Auchan, Tuodì, Conbipel: non soffre solo l’elettronica L’esperto: «Più servizi in negozio». Cisl: appello alla Regione 

VENEZIA . Non è solo “colpa” di Jeff Bezos e di Amazon che ha, dati Gfk, solo il 10% del mercato dell’elettronica di consumo. La crisi del commercio, arrivata adesso anche alla grande distribuzione dopo la moria delle botteghe dei centri storici, è anche la conseguenza di gestioni “vecchio stile” o pre-internet, della crisi dei consumi, di politiche poco oculate e di anni di saturazione dei metri quadri, complice l’irrefrenabile nascita di centri commerciali. Poi c’è pure la concorrenza di micro-imprese che giocano al ribasso dei prezzi; anche sul web. I frutti li raccogliamo oggi: dalla chiusura di una serie di negozi a marchio Trony a quelli Auchan, Tuodì e Mercatone uno, dai licenziamenti di Mediamarket alla solidarietà in Canforama, poi Conbipel, Dico, Limoni-Douglas (si parla di 26 chiusure e 20 vendite in Italia su prescrizione Antitrust post fusione) e ora c’è pure Prenatal. «È urgente aprire un tavolo con le istituzioni - dice Maurizia Rizzo segretaria Fisascat Cisl Veneto - l’assessore Donazzan ha avviato un confronto su Trony ma è evidente che non possiamo più avere tavoli per singole aziende, ora c’è una lista di problemi su più settori a cui vanno sommate librerie, agenzie di viaggio e pure concessionarie d’auto». Qualche buona notizia c’è come il gruppo Th Resort che ha appena rilevato tre villaggi Valtur, società in liquidazione con licenziamento collettivo di 108 dipendenti fissi e 123 a tempo determinato. E ora, aggiunge Rizzo, «speriamo che il gruppo Pam rilevi la catena Tuodì che in Veneto conta oltre cento occupati». I numeri in regione degli “a rischio” arrivano a lambire migliaia di persone. Ma ci sono altri segnali preoccupanti: «Mediaworld ha soppresso il bonus presenza e la maggiorazione economica del 90% per il lavoro domenicale, interrompendo i contratti di solidarietà in 17 negozi, per fortuna non in Veneto - dice Rizzo - ma questo è segno che pensano già a qualcos’altro».

Eppure, fa notare Romano Cappellari docente a Unipd di marketing e retail, «anche Apple è nel settore dell’elettronica ma continua ad aprire store: questo ci dice che non c’è una crisi del settore ma del modo di fare retail e della concezione del negozio che non è più un magazzino dove trovare cose». «Il retail dev’essere scoperta ed esperienza non serve accumulare prodotti ma aiutare il consumatore a scoprire: servono scouting, editing e relazioni che sono il cuore della strategia Apple. Persone in carne e ossa che ti spiegano il prodotto, te lo fanno amare e ti rendono piacevole il punto vendita» continua il docente. Gli store Apple sono pieni di dipendenti in t-shirt pronti ad aiutarti. «Il nuovo core business del negozio sono le relazioni e il servizio- continua Cappellari - nell’ultimo Carrefour aperto a Milano trovi la lavanderia, l’idraulico, il fabbro».


Ma devono cambiare anche regole del punto vendita: «Amazon avrà sempre più assortimento ma non avrà mai il personale che spiega le tecnologie o cos’è una tv oled». Il rischio? «È che i negozi diventino showroom dove la gente va, guarda e poi compra su web. Bisogna fidelizzare il consumatore con incentivi, assistenza e garanzie». Ma siccome i consumi non crescono a due cifre e l’e-commerce segna più, dovranno per forza diminuire i metri quadri dei negozi. E i centri commerciali? «Ora il modello è Westfield che sta costruendo anche a Milano: i flagship sono pieni, gli affitti sempre più alti e il core business è il food - dice Cappellari - la gente cena lì scegliendo tra più ristoranti, i negozi sono sempre più belli e interessanti, con gli ultimi prodotti e se non funzionano... li cambiano».



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