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«Io, un ladro gentiluomo tanti furti e nessun erede»

Vincenzo Pipino, specialista nei colpi per rubare opere d’arte, si racconta «Ormai ho appeso i guanti al chiodo e adesso gireranno un film sulla mia vita»

VENEZIA. Partiamo dalla fine, è vero che ci sarà un film su di lei?

«Sì, ho un contratto con la Th20 Century Fox e in questi giorni sono stato messo in contatto dall’editor Becky Johnston, che ha scritto anche sette anni in Tibet, con Brad Pitt candidato all’Oscar. Il film è tratto dal mio primo libro “Rubare ai ricchi non è peccato”. Nel film c’è anche mio fratello Alfredo, un prestigiatore tra i migliori in Italia; lui fa sparire gli oggetti e poi li fa riapparire: io invece li facevo spar ...

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VENEZIA. Partiamo dalla fine, è vero che ci sarà un film su di lei?

«Sì, ho un contratto con la Th20 Century Fox e in questi giorni sono stato messo in contatto dall’editor Becky Johnston, che ha scritto anche sette anni in Tibet, con Brad Pitt candidato all’Oscar. Il film è tratto dal mio primo libro “Rubare ai ricchi non è peccato”. Nel film c’è anche mio fratello Alfredo, un prestigiatore tra i migliori in Italia; lui fa sparire gli oggetti e poi li fa riapparire: io invece li facevo sparire e basta».

Il suo libro racconta di una criminalità “romantica”, fatta di ladri colti e gentiluomini. Ma ne esistono ancora figure così?

«No. I miei furti erano realizzati senza colpo ferire, non vi era alcuna violenza sulle cose e sulle persone, nemmeno una spintarella ai proprietari».

È la passione per l’arte che le ha ispirato furti celebri come quello del Canaletto o viceversa ha studiato arte per “specializzarsi” ?

«Si inizia per necessità. Sono nato in tempo di guerra, quando la fame la faceva da padrona. Ho frequentato quattro mesi di prima elementare e poi sono stato espulso da tutte le scuole del Regno per un torsolo di mela rifiutato da un mio compagno. La cultura è venuta dopo, sono stati gli oggetti, i musei e i libri che ho sottratto che mi hanno insegnato l’arte e la bellezza delle cose. Ho frequentato parecchio la biblioteca della Marciana, studiavo l’araldica veneziana, un archivio ricco sulla nobiltà veneziana. Ho imparato a capire tantissime cose. Per esempio: quasi tutte le ricchezze provengono da un ladrocinio, e mi fermo qui».

Quali altri pittori le sarebbe piaciuto rubare oltre al Canaletto?

«In realtà è stato il Canaletto che ha rubato me, non volevo prenderlo. Una vocina mi sussurrava “liberami Pipino; non vorrai per caso lasciarmi qui a far le ragnatele?”. Si trovava in una stanza obliata da chissà quanto tempo. Dopo il furto non ho guadagnato nemmeno un centesimo, anzi ho speso soldi per farlo ritornare più splendente di prima. Pochi veneziani conoscevano quel dipinto “Il fontegheto della Farina”. Poi ho avuto tra le mani Pablo Picasso, del periodo cubista, quadri di Braque, Gris, Gleizes, Léger e poi Duchamp, Balla, Boccioni, Severini, Delaunay, Constantin Brancusi. Kandinsky, Malevic’, Mondrian, De Chirico, Klee, Chagall, Ernst, Giacometti, Miró, Magritte,Calder, Joseph Cornell, Jackson Pollock e Arshile Gorky. Tutti dipinti ritornati integri ai loro proprietari» (veniva chiesto ai proprietari un “contributo” per la restituzione, ndr).

Proprietari che le saranno stati pure grati.

«La contessa Cecilia Giustinian in Falck, dopo la consegna del dipinto ci ha regalato una cassa di vini pregiati dei vigneti trevisani, ringraziandoci per la sensibilità avuta nei confronti di suo marito Alberto Falck, per non averlo disturbato mentre era in casa».

Lei è entrato nei palazzi delle più ricche famiglie veneziane, quali colpi ricorda?

«Il più bel furto credo sia stato quello al conte enologo Brandolini d’Adda (gemello di Ca’ Foscari). Il più redditizio? Al conte Foscari alle Zattere».

Il recente furto di gioielli al Ducale è paragonabile al suo?

«No, assolutamente il mio è stato un “capolavoro” di studio, di tecnica e di risultato. Non è facile introdursi di notte al Palazzo Ducale, anzi direi impossibile, tant’è che ho fatto il percorso inverso, mi sono nascosto durante un percorso turistico dentro una cella delle prigioni e poi sono evaso col dipinto tra le mani. Fu un furto per evitarne uno più pericoloso per la nostra città. Quanto al recente furto dei gioielli, esso ha delle anomalie. La prima: il Maragià si è portato gli allarmi dall’India e non ha voluto installare i nostri. Poi: la teca era aperta il giorno prima, fatalità l’ultimo giorno della chiusura della mostra. Ancora: gli orecchini erano dell’Ottocento e pertanto di taglio vecchio. Altra anomalia: i ladri sapevano benissimo che vi erano le telecamere e quindi se un ladro sa di essere ripreso è sicuro che non sarà acciuffato. E, ultima stramberia, hanno lasciato una collana di perle dal valore di circa 4 milioni di euro... per mia deduzione qui gatta ci cova».

Un altro furto clamoroso, una ferita per la città, è quello della pala d’altare di Giovanni Bellini alla chiesa della Madonna dell’Orto di Venezia. Ha qualche sospetto?

«Quell’opera non è più recuperabile, è andata persa. All’epoca non era un furto difficile perché non c’erano tutte le telecamere di oggi. Sospetto sia stata rubata da una persona con gravi problemi di mente, finita in carcere per omicidio. Gli avevo detto di restituirla, lui mi ha risposto che non ricordava nulla».

Uno dei suoi libri è stato presentato da Toni Negri, il “cattivo maestro”. Si sente anche lei un cattivo maestro?

«È Toni Negri che porta l’epiteto del “cattivo maestro”, non io. Ci siamo conosciuti a Rebibbia Penale-Roma. È stato lui che un giorno mi disse “Pipino, ma perché non scrivi un libro? Con tutta la tua cultura su Venezia e su quello che hai combinato”. Siamo rimasti ottimi amici».

Ma c’è ancora una “scuola veneziana” dei furti?

«No, non abbiamo lasciato eredi, la nostra epoca è finita. E chi mai la potrebbe imitare?».

A chi è in mano il giro di furti oggi nel Veneziano e in Veneto?

«Oggi ci sono bravissimi ladri provenienti dall’Est Europa con tecniche innovative come aprire le porte blindate e altro. Ma la scuola dei ladri veneziani era conosciuta in tutta Europa, tra le migliori in assoluto».

Restiamo sulla criminalità veneziana: la mafia del Tronchetto. I Rizzi dicono che non c’è più. È così?

«E hanno ragione i fratelli Rizzi, a prescindere che secondo la mia esperienza, la mafia non è mai entrata al Tronchetto. Ricordo che c’ero anch’io nel 1960, poi percorsi altra strada. Sul Tronchetto si sono spese pagine e pagine di ipotesi, di indagini, di speculazioni giuridiche, insomma un bailamme per nulla. Tra tutti quella di Novello detto il “cocco cinese”, che da anni lavora al Tronchetto, imputato di concorrenza illecita; l’indagine è durata anni, risultato zero. Assolto da sei imputazioni e condannato a sedici mesi per concorrenza illecita, se si appellava, andava assolto perché al processo ha dimostrato che le sue barche sono state acquistate lecitamente con prestiti bancari e non con soldi illeciti. Tutte le barche sono a piena norma di legge, ogni posto ha un salvagente, e se la Finanza dovesse trovare un posto in piedi, multe salatissime e ritiro della licenza. Prendete d’estate un vaporetto dell’Actv e andate a San Marco oppure a Rialto; io ho lavorato nei pontili a San Marco. Vaporetti strapieni, maniaci che si strusciano sui sederi delle ragazze, borseggiatori a iosa. Viceversa le barche regolari traghettano i turisti diretti a San Marco con tutti i posti a sedere, compreso il salvagente e con un costo inferiore del vaporetto».

L’ex boss della Mala del Brenta Felice Maniero sostiene che la Mala si è riorganizzata proprio nel Veneziano. Condivide?

«Mi sconcerta questa affermazione, Maniero è in errore. Mi meraviglia che un personaggio come Felicetto non abbia ancora compreso che identificare l’uomo del delitto con quello della pena è un grosso abbaglio. Il pensiero di una vendetta o di una fuga serve solo per far trascorrere gli anni di detenzione e poi, quando esci dalla prigione, scordi tutto».

In questi anni sono cambiati i ladri, ma sono cambiate anche le vittime: oggi sparano dietro. Il riconoscimento della legittima difesa può essere un deterrente per il ladro?

«L’articolo 52 del Codice penale è perfettamente regolato in tema di legittima difesa, lo Stato non può demandare ai cittadini il farsi giustizia da sé, altrimenti torneremmo nel Far West. L’esempio lo vediamo negli Stati Uniti dove muore per uso di armi da fuoco una persona ogni minuto. L’uso “fai da te” delle armi negli Usa è indegno, ne abbiamo viste di belle sparatorie da quelle parti, eppure esiste ancora la pena di morte. Il mio pensiero è che vale di più la vita di un uomo che tutti i soldi del mondo. Se i giustizialisti facessero a meno di enfatizzare in tivù l’argomento, se non ci fossero certe trasmissioni che fanno paura ai cittadini per un pugnetto di voti, non ci sarebbero queste paure. E chi desidera un’arma significa che nell’animo ha la volontà omicida».

Lei si è fatto 25 anni di carcere, rimpianti per essersi fatto prendere?

«Quando svuotavo una gioielleria, non portavo via tutto, lasciavo sempre i gioielli in lavorazione perché non erano del gioielliere e anche un po’ d’oro. Insomma cercavo di non rovinare la persona, però dicevo sempre ai miei compagni: “Ricordate che oggi è andata bene, ma domani ci potranno pure arrestare; pertanto mettetevelo in testa”. Quindi ero consapevole di avere un monolocale nelle carceri italiane e pure in quelle estere. Nessun rimpianto: nessuno può cambiare il proprio destino».

Ma davvero ha appeso il passamontagna al chiodo?

«Il passamontagna lo indossa il rapinatore, io ho appeso al chiodo i guanti».

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