Presenza, non infiltrazione Così la mafia è già in Veneto

Un salto di qualità illustrato nel libro di Belloni e Vesco “Come pesci nell’acqua” La droga, il riciclaggio e l’aggravante dell’associazione non sempre contestata

Sono pesci nell’acqua, a Nordest, i mafiosi. Come mai? Non dovrebbero sentirsi invece pesci fuor d’acqua? Come e perché, in realtà, si siano potuti agevolmente ambientare, lo spiegano Gianni Belloni e Antonio Vesco in un libro appena uscito, “Come pesci nell’acqua. Mafie, impresa e politica nel Veneto” (Donzelli editore, pp. 208, 28 euro).

Belloni e Vesco sono esperti dei fenomeni criminali e del loro intreccio con le dinamiche politiche ed economiche (compreso l’impatto sui territori e sull’ambiente). Belloni è uno studioso attento e un giornalista autore di documentati reportage sul tema, Vesco è un antropologo e ricercatore universitario. La loro collaborazione interdisciplinare ha così prodotto il primo studio sistematico sul fenomeno mafioso (e criminale più in generale) nella nostra regione. Non erano finora mancati contributi d’insieme. Per citare i più recenti, “Mafia a Nordest. Corruzione, riciclaggio, disastri ambientali” (Rizzoli 2015) di De Francisco, Dinello e Rossi, e “Le mafie in Veneto. Presenza e attività della criminalità organizzata”, a cura di Alessandro Naccarato, deputato democratico membro della Commissione antimafia.


A questi importanti contributi di scenario, il volume di Belloni e Vesco aggiunge la costruzione di un quadro più strutturato, fondato sui dati certi delle acquisizioni giudiziarie, in atti, o sulle ipotesi comunque da ciò suffragate, in una prospettiva storica. Alle domande di cui sopra, il libro risponde dunque che i nostri territori sono stati per i mafiosi degli spazi in cui sperimentare «forme inedite di appartenenza ai propri gruppi di riferimento e alle composite reti di relazioni nelle quali si inseriscono», trovando peraltro un terreno fertile poiché «le diffuse pratiche di corruzione imprenditoriale riscontrate nel corso di questo lavoro appaiono legittimate socialmente». Humus ideale per chi voglia impiantare nuove e proficue attività illecite. Condizione agevolata ulteriormente dalla «sostanziale subordinazione dell’universo amministrativo locale ai soggetti economici del territorio» che rappresenta «la causa principale dell’assenza di un intervento politico in grado di scongiurare processi di accumulazione criminale e di gestione illecita delle risorse».

Il libro contesta la vecchia tesi secondo cui l’arrivo delle mafie in Veneto sia riconducibile alla presenza di soggiornanti obbligati. Decisivi sono altri fattori, appunto, ed è grazie ad essi che si può dire, con il pm Carlo Mastelloni, che di “insediamento” ormai si deve parlare e non di “infiltrazione”. Ciò è avvenuto in diverse aree della regione, con più evidenza (Verona), in modo accertato da inchieste (come la nota “Aspide” e altre nel padovano) o letteralmente cementato sulla costa turistica (Veneto Orientale) o in forme più insinuanti e sfuggenti ma inequivocabili (a Venezia, specie nel turismo, al Tronchetto - su cui ha scritto, oltre a decine di articoli, un recente e bel romanzo rivelatore Maurizio Dianese, “Nel nido delle gazze ladre”, Milieu edizioni, o nel business potenzialmente colossale di Porto Marghera, tra bonifiche, riciclaggio e trattamento dei rifiuti, riuso di aree, come documentato da ultimo dall’inchiesta di FanPage, ma già tante volte su questo giornale dagli articoli di Gianni Favarato e Carlo Mion).

Un capitolo a parte, gli autori dedicano alla vicenda Mose, cioè alla “corruzione a norma di legge” (come da titolo del volume di Barbieri e Giavazzi, Rizzoli editore), che riconduce però a una criminalità organizzata, per così dire, in giacca e cravatta, direttamente incistata nelle istituzioni e responsabile della truffa forse più sbalorditiva della storia repubblicana (si veda anche “Mose, la retata storica”, di Amadori, Andolfatto e Dianese, Nuova dimensione).

Di quale natura sia invece la presenza dell’altra criminalità organizzata, anche mafiosa, lo confermano gli arresti di questi giorni, con la ’ndrangheta colta a importare in Veneto grandi quantità di droga dal Sud America che poi inonderanno il mercato regionale a opera delle bande multietniche, e nostrane, che la smerciano sulla strada e ovunque. Fonte primaria, la droga, dei profitti sporchi e insanguinati che poi finiscono ripuliti (si fa per dire) nei circuiti legali, in effetti inquinando l’economia, la società, la comunità, istituzioni comprese. Non sempre c’è consapevolezza di tale guasto e delle sue profonde implicazioni. Non a caso non sempre viene applicata da parte della magistratura giudicante l’aggravante associativa, e di stampo mafioso, ai reati accertati dal lavoro ostinato di investigatori e procure (come dalle denunce implicite in tante inchieste giornalistiche o negli atti di amministratori che a questa presenza non temono di opporsi, come nel Veneto Orientale, a Caorle soprattutto, o nella stessa Venezia, e altrove, di cui il libro non riferisce, centrato com’è sulle dinamiche di fondo, ma che pure per fortuna esistono). Stenta, cioè, a consolidarsi nel discorso pubblico, e a volte nelle sentenze, ciò che questo libro documenta in maniera inquietante ma persuasiva, il che ne fa una pietra miliare negli studi in materia e uno strumento prezioso di contrasto al crimine organizzato.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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