«La sinistra dei salotti ha scordato le fabbriche»

Cesaro Damiano, ex ministro del Lavoro: «Le dimissioni di Renzi vanno accolte II partito affidato a Martina con una gestione collegiale. No al patto con il M5S»

PADOVA. Onorevole Cesare Damiano, come mai la sinistra non riesce più a parlare ai ceti popolari e perde clamorosamente le elezioni? Il M5S ha proposto il reddito di cittadinanza, che in Europa si chiama welfare state, la Lega la riforma delle pensioni dopo il giro di vite della Fornero. Il Pd invece parla di rigore dei conti pubblici, di deficit e patto di stabilità Ue da rispettare. Cos’è successo: le parti si sono invertite?

«Abbiamo perso perché la sinistra, purtroppo, viene percepita più come frequentatrice dei salotti che non delle fabbriche. Del resto, quanto accaduto in Italia è la replica di quello che si è visto negli Stati Uniti con Hillary Clinton che ha perso le elezioni in quanto accusata di un rapporto freddo con il suo elettorato e di un rapporto caldo con l’establishment. E gli operai hanno votato Donald Trump. Dell’errore ci si accorge sempre dopo, ma l’empatia scatta nel corso della campagna elettorale. Quindi è evidente a tutti che la proposta del M5S di dare 1600 euro al mese alle famiglie porterebbe a considerare non più necessario il lavoro. E’ chiaro che mille euro di pensione, a prescindere dai contributi versati o addirittura con zero contributi, rappresentano una promessa non realizzabile che può indurre al lavoro nero. Infatti se la pensione me la danno a prescindere dai contributi perché mai devo cercare un posto di lavoro regolare?»


Onorevole Damiano, il tema è proprio questo: garantire un reddito ai disoccupati senza lavoro è sempre stata una battaglia di sinistra, dal riformismo laburista inglese alla Spd tedesca. E anche in Italia gli “antenati” del Pd si sono sempre battuti per questi ideali. O no?

«Le proposte del M5S e della Lega sono irrealizzabili ma colgono un disagio reale che deriva dalla più grave crisi economica mai avvenuta nell’Occidente dal 2008 ad oggi. Una crisi che ha creato forti diseguaglianze sociali, che si sommano alla mancanza di futuro e all’incertezza del lavoro. Queste proposte nella loro demagogia rappresentano il tentativo di colmare le contraddizioni. Oggi la sinistra ha rinunciato a rappresentare questi bisogni con la radicalità necessaria e ne paghiamo le conseguenze. Io mi considero un antiliberista, allievo della scuola di Keynes, un dirigente della sinistra riformista, e ritengo che la dottrina liberista sia stata caratterizzata dalla frase pronunciata da Margaret Thatcher alla fine degli anni Ottanta: “La società non esiste, esiste l’individuo”. L’origine dei nostri mali va cercata lì. Purtroppo la sinistra italiana ed europea non è stata capace di proporre un’idea alternativa alla “rivoluzione liberista”. La parola eguaglianza sociale è stata dimenticata e il 4 marzo abbiamo visto che anche i partiti nati a sinistra del Pd sono naufragati miseramente al loro debutto. Pensavano di ottenere un risultato a due cifre e l’hanno scampata per il rotto della cuffia».

L’Italia esce spaccata a metà dal voto: al Sud il M5S vola al 50% dove più alta è la disoccupazione, al Nord vince la Lega con la promessa flat tax. Il Pd resta stritolato al 18,7%. Come se ne esce?

«Quella del Pd è una sconfitta storica e il gruppo dirigente ne porta la responsabilità. Renzi ha commesso l’errore di trasformare il referendum costituzionale del 4 dicembre 2016 in un plebiscito pro o contro se stesso. Lì è cominciata la curva discendente di un fenomeno di leaderismo che all’inizio aveva ottenuto un grandissimo consenso grazie all’effetto novità rispetto alla stagnante politica italiana. Renzi ha poi coltivato l’idea dell’uomo solo al comando, si è scagliato contro i corpi sociali intermedi e ha creato un gruppo dirigente che ha quasi cancellato la minoranza. Le sue dimissioni vanno ratificate lunedì in direzione».

Quindi bisogna cambiare regista e registro con quali proposte?

«Matteo Renzi ha dato le dimissioni, sono vere e vanno accolte. C’è un vicesegretario, Maurizio Martina, che può assumere il ruolo di ricomporre il gruppo dirigente. Si sono evocati gli improbabili caminetti: nessuno vuole scaldarsi al fuoco ma sarebbe opportuno avere un’idea unitaria e inclusiva delle scelte. Vanno superati i gigli magici e le corti chiuse, per costruire un Pd plurale che ritrovi la strada dell’unità superando le vecchie correnti».

Che tipo di governo si intravvede, non esiste una maggioranza: come finirà?

«Non ho la sfera di cristallo. Sarà compito del capo dello Stato affidare un incarico esplorativo. Il Pd non deve spostare il vero nodo del dibattito dalla sconfitta elettorale a una immaginaria ipotesi di alleanza con il M5S. Non vorremmo che questo depistaggio ci facesse dimenticare che siamo alternativi ai grillini e anche al centrodestra».

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