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Viaggio a Nordest: la balena grigia e il paradiso impossibile

Grandi reportage: lo scrittore Massimiliano Santarossa racconta l'epopea e le lacerazioni di un territorio, tra centri commerciali e parchi gioco. E nel 2027...

IL REPORTAGE

Lo scrittore Massimiliano Santarossa, 43 anni, è nato a Pordenone. Ha scritto “Storie dal fondo” (2007) e “Gioventù d’asfalto” (2009) per Biblioteca dell’immagine; nel 2010 “Hai mai fatto parte della nostra gioventù?” e nel 2011 “Cosa succede in città” (Baldini Castoldi Dalai); nel 2012 “Viaggio nella notte”, nel 2013 “Il male” per Hacca edizioni, nel 2015 “Metropoli”, Baldini & Castoldi.

 

“Padania” è il suo ultimo romanzo (Biblioteca dell’Immagine). Nel 2013 è entrato a far parte ...

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IL REPORTAGE

Lo scrittore Massimiliano Santarossa, 43 anni, è nato a Pordenone. Ha scritto “Storie dal fondo” (2007) e “Gioventù d’asfalto” (2009) per Biblioteca dell’immagine; nel 2010 “Hai mai fatto parte della nostra gioventù?” e nel 2011 “Cosa succede in città” (Baldini Castoldi Dalai); nel 2012 “Viaggio nella notte”, nel 2013 “Il male” per Hacca edizioni, nel 2015 “Metropoli”, Baldini & Castoldi.

 

“Padania” è il suo ultimo romanzo (Biblioteca dell’Immagine). Nel 2013 è entrato a far parte dell’antologia “Fabbrica di carta. I libri che raccontano l’Italia industriale”; edita da Laterza.

 

Con questo reportage, Santarossa torna nei luoghi dei suoi romanzi. Un viaggio a piedi nelle nostre periferie, tra capannoni industriali abbandonati, sotto gli enormi palazzi popolari, a contatto con persone e storie.

 

Uno sguardo nel Nordest di ieri, oggi e anche di domani.
 

 

VITE SOFFOCATE

Partendo da Udine, passando per Pordenone e arrivando a Treviso, in questo percorso dentro la strada Pontebbana, una delle principali spine dorsali del Nordest, si possono guardare i corpi delle città espanse in altezza e larghezza, unite le une alle altre, tanto da divorare la campagna, la terra, ogni anfratto, così da divenire una unica, vasta, metropoli. Due regioni intere, Friuli e Veneto, del tutto coperte, rivestite, soffocate, sigillate, sotto un manto di cemento armato e asfalto e ferro.
 

Corro tra palazzi che coprono il cielo. Nelle vie più profonde è la penombra a governare le ore del giorno, fino a sera. Ovunque corpi altissimi, regolari, rettangolari, mastodontici, da via Milano a corso Italia, da via Unione Sovietica al quartiere Villanova, dalla zona Stadio alla Pedemontana, da est a ovest, da nord a sud, è tutto un alveare, un contenitore di donne e uomini ammassati gli uni agli altri. Palazzi popolari colmi di fori luminosi, come stelle fissate coi chiodi alla parete della camera di un enorme dio chiamato Sviluppo.
 

Di notte osservo il giallo e il rosso e il celeste, bagliori che si accendono e spengono, uscendo come lampi dalle finestre degli appartamenti, ovunque le televisioni e i video dei computer e dei telefoni emettono immagini, suoni, raccontano chi siamo, telegiornali, messaggi, canzoni, pubblicità, ci guidano, ci costruiscono; sotto tutto questo, avanzo tra buio e luci, silenzio e confusione, in mezzo a vite che continuano nelle stanze, perdendosi come trottole fin troppo veloci.
 

Quanti di loro sono felici, là dentro? In finzione tutti. Quanti staranno facendo l’amore, quanti sono intenti a procurarsi dolore, quanti mangiano, quanti ballano, quanti dormono, quanti si svegliano, quanti piangono, quanti muoiono, proprio in questo istante e quanti invece nascono, mentre io cammino qui, ai piedi delle loro esistenze, senza incontrarle mai. Tre generazioni nate nel mondo contadino, cresciute nel mondo operaio, che oggi vivono nel mondo iper-tecnologico. Uno su dieci ce l’ha fatta, certo, ma con questo “viaggio” mi interessa raccontare gli altri nove.
 

Tra Udine e Pordenone, mi fermo in una delle decine di zone industriali. Guardo uno dei tanti capannoni, innumerevoli, identici: osservo gli operai che entrano ed escono dall’enorme corpo di cemento grigio.

Ricordo il mio primo giorno di lavoro, era il 1989.
 

La pelle delle mani era ancora tenera. Quella che pareva una balena di cemento, la fabbrica, aveva la bocca di ferro. Afferrai il maniglione ruggine, tirai forte e con un boato il portone si aprì. Avevo quindici anni. Vidi in lontananza quello che sembrava il caporeparto. Lo raggiunsi camminando nel buio, tra corpi di carne, corpi di ferro, e ancora corpi di ferro, e ancora corpi di carne.
 

«Qui tu sei in prova, ragazzo. Vedi di rigare dritto. In due settimane ti giochi un contratto a vita. Lavora tanto, piscia poco, parla niente. Capito, ragazzo?!», urlò fiero il caporeparto. Alzai e abbassai la testa: «Sì».
 

Mi sistemai davanti al mostro di ferro. Dentro la cassetta di cartone trovai dei guanti gialli di pelle spessa. Afferrai il trapano elettrico, mi misi in posizione e dopo un fischio lungo il macchinario partì. Mi girai e arrivò il primo motore. Afferrai la lamiera e avvitai le otto viti più veloce che potevo. Arrivò il secondo motore. Afferrai un’altra lamiera e avvitai altre otto viti più veloce che potevo. Arrivò il terzo motore. Afferrai ancora un’altra lamiera e avvitai ancora altre otto viti più veloce che potevo.

 

Mi voltai verso l’inizio del rullo. Motori su motori scivolavano sopra la catena di montaggio. Una fila di mostri d’acciaio. A perdita d’occhio. Non c’era modo di fermarli. Non c’era modo di combatterli. Non c’era modo di sconfiggerli. A quindici anni capii che tutti i super-eroi erano morti.
 

Ma questi sono solo ricordi.
 

Mi volto e riprendo a camminare verso Pordenone.
 

Inizia a piovere. L’acqua sulle finestre crea miriadi di gocce, le une uguali alle altre, le une sulle altre, a formare una marea, come i volti degli operai, identici tra mille e mille altri volti, oggi tutti cassintegrati. Osservo i tetti dei palazzi rossi: in verità si chiamano “Case Rosse”, ecco il nome dato loro dagli architetti che le hanno prima pensate, poi studiate e infine sollevate su questa terra ex-contadina. Come in ogni zona contadina del Nordest.
 

“Nordest!”, lato destro della nazione, Padania profonda. Udine, Pordenone, Treviso, tre delle “capitali economiche”; che portano sulla pelle la mutazione industriale, anni Sessanta e anni Settanta. Posti di poche migliaia di agricoltori moltiplicati in decine e decine e decine di migliaia di operai.
 

«Il grande Nordest signori. Il miracolo Nordest signori. La locomotiva Nordest signori. Pochi anni dai pantaloni marroni alle tute blu. Pochi anni dalla polvere di terra alla polvere di ferro. Pochi anni dalla fatica animale alla fatica da robot», hanno urlato i politici e gli industriali, per trent’anni.
 

E oggi? Piove. E non è rimasto più nessuno a urlare.
 

Indosso la felpa scura, alzo il cappuccio. Riprendo a camminare lungo questo stradone che arriva ai confini della città, del mondo, di questo mondo di pietra levigata. Ai lati due file di palazzi popolari alti trenta metri, dal colore scuro della terra, con infinite piccole finestre perfettamente allineate, una, tre, sette, diciassette, centosette, millesettantasette fori chiamati finestre.
 

Da alcune spuntano occhi, occhi neri, grigi, celesti; occhi italiani, moldavi, africani, cinesi, rumeni; e dietro gli occhi i loro volti, e qualche mezzo busto di donna e uomo intenti a telefonare e osservare questo pomeriggio piovoso che va a finire. Cosa avevano in testa gli architetti per concepire una galera tanto lineare, così ripetitiva. Le Case Rosse di Pordenone, le Vele a Scampia, il Corviale a Roma, Quarto Oggiaro a Milano, il Lingotto a Torino.
 

Un’Italia composta da innumerevoli “mostri architettonici”. Se li guardi dal basso sembrano mangiarti, la loro voce chiama, dice: «Vieni, entra, dormi, esci, lavora, spaccia, vivi, sopravvivi, muori in vita poi torna, entra, dormi, oggi, domani, per sempre».
 

Dai palazzoni al capannone industriale dove costruire metallo, dai palazzoni alla piazza dove spacciare eroina, dai palazzoni alla strada dove perdersi, dall’alba al tramonto, andata e ritorno, andata e ritorno, andata e ritorno. Giorno e notte. Per una vita intera. Ecco la vita del Non-Più-Popolo-Friulano.
 



 

CAMPI SOPRAVISSUTI

Ho lasciato alle spalle la periferia friulana, identica a centinaia di altre periferie italiane, occidentali. Noi siamo Occidente: dal primo all’ultimo, figli dello stesso luogo, del medesimo ambiente, dello stesso dio chiamato Sviluppo.
 

Mi siedo su una panchina di legno al centro di un parco giochi in un paese a metà strada tra Pordenone e Treviso, lungo la Pontebbana.
 

Ci sono due altalene. Diciotto alberi che puntano il cielo basso coi loro rami spogli. Una casetta colorata di giallo e rosso per i bambini, e una bicicletta rosa senza il copertone appoggiata alla parete, immobile da settimane.
 

Qui attorno l’ambiente racconta le voci di periferia, sembrano uscire, silenziose, dai soliti, familiari, immensi, decadenti palazzi che circondano il parco.
 

Tra quelle mura hanno vissuto tre generazioni di figli di operai, figli di vecchi contadini, figli di nuovi poveri. Plotoni di amici, fratelli, tutti figli dello stesso posto, che fossero italiani del nord, del sud, o immigrati d’Africa e dell’Est, sono diventati loro stessi periferia: cioè Occidente e Sviluppo.
 

Posso vederli correre e ridere, ora, qui, lungo i decenni, nelle loro vite, che riappaiono in questo fazzoletto di terra lasciato al nulla. Capelli biondi di bambino, capelli castani di bambina, occhi scuri e italiani, o neri d’Africa, o chiari del’Est. Erano bambini così belli. Erano: figli dei Settanta, degli Ottanta, abbandonati - anche qui - a loro stessi.

 

E ora? Hanno trovato il baratro dove svanire, dove dichiarare guerra, senza disturbare. E non li vedi più correre. E non li senti più ridere. Come altro potevano crescere decine di migliaia di adolescenti “orfani” di padri e madri ancora vivi, scomparsi nel fondo di mille e mille e mille stomaci delle fabbriche.
 

Donne e uomini spariti in vita, donne e uomini consumati a trent’anni, donne e uomini senza tempo per altro che non fosse il ferro, legno, plastica, vetro, asfalto, cemento: lavatrici, automobili, televisori, frigoriferi. Frigoriferi. Televisori. Automobili. Lavatrici. Padri e madri programmati per costruire e comprare, comprare e consumare, comprare per comprare. E per dimenticare chi erano.
 

Esco dal parco. Arrivo al confine tra Friuli e Veneto. Sotto altre finestre popolari. Sono ovunque. Ogni cinque chilometri un quartiere ex operaio. Perché è tutto così, qui? Perché a un certo punto della storia di questa nazione loro, loro politici, loro architetti, loro industriali, loro, hanno dimenticato che cosa è stata l’Italia nei secoli, e quindi noi: tutti, potenti e poveri.
 

Perché avete costruito tutto questo? Dico a bassa voce camminando tra i mostri altissimi.
 

Perché avete costruito tutto questo? Dico a bassa voce camminando tra i capannoni vastissimi.
 

Perché avete costruito tutto questo? Dico a bassa voce camminando tra le strade come serpenti senza testa né coda. E perché nessuno di noi ha mai urlato, qui in Friuli e Veneto?
 

Perché mio nonno non ha urlato? Perché mio padre non ha urlato? Perché oggi nessuno urla?
 

Un silenzio lungo cinque decenni, un silenzio come tributo al Dio della Fede Cristiana trasformato nel Dio della Fede Lavoro.
 

Cammino ancora. Qui il corpo delle città stranamente pare interrompersi. Lascia spazio agli ultimi campi sopravvissuti. E a seguire ecco una delle migliaia di zone industriali che hanno invaso la pianura padana, da est a ovest.
 

Capannoni su capannoni, da Trieste a Udine, da Udine a Pordenone, da Pordenone a Venezia, da Venezia a Verona, da Verona a Brescia, da Brescia a Milano, da Milano a Vigevano, da Vigevano a Alessandria, da Alessandria a Torino. Grigio su Grigio.
 

Mi perdo tra i primi mostri di cemento che incontro. Sotto questa pioggia sembrano ancora più violenti, ancora più grandi. Potrei contarli, uno a uno, ma servirebbero ore.
 

Camminare serve a vedere, immaginare, camminare aiuta a sentire le voci di mille e mille e mille operai, che qui hanno consumato mani, braccia, schiena, corpi, tutti i giorni, giorni su giorni, settimane su settimane, mesi su mesi, anni su anni, vita su vita. Li chiamavano “Distretti industriali”, la ricchezza del Paese, dicevano.
 

Ogni dieci capannoni grigi, eccone uno colorato. Perché? Forse in giro c’è qualche architetto ancora più sciocco, che vuole lasciare la propria traccia, come i cani quando pisciano per segnare il territorio. Territorio Padano. Interminabile pisciata sulla Padania. Padania pisciata. Padania bagnata. Padania violata.
 

Il primo capannone è identico a una scatola da regalo, colorato di rosa con enormi pois bianchi. L’insegna indica “Lavasecco Industriale”. Più avanti ce n’è uno giallo a strisce orizzontali viola. Sarà a duecento metri, ma dal colore tanto potente che sembra pronto a inglobarti.
 

Non vedo l’insegna, appeso sopra c’è un elicottero. Forse vende testate nucleari, mi dico. Sulla mia destra, in fondo a una strada, se ne staglia uno super tecnologico, tutto blu elettrico, con lunghi finestroni neri e una scritta bianca che corre tutto intorno al capannone e urla “Arti Grafiche”.
 

Dall’altra parte della strada, in mezzo a cinque mostri quadrati, si innalza il più bello di tutti. Il più sontuoso. È lunghissimo, per metà di cemento levigato, grigio chiaro, e per metà di mattonelle lucide viola, verdi, gialle, nere, blu scure che sembrano cambiare colore a seconda della luce.

 

Entrata di legno, alberi secolari attorno, giardino curato e luci e fontane e in fondo quattro statue d’angeli sotto il neon di dieci metri: “Produzione Arredi”, dice l’insegna sopra la torre triangolare che sovrasta il tetto. Il padrone, un discendente dei faraoni, mi dico, senza nemmeno sorridere più.
 

Ma non è finita qui. Più in là. Siamo andati ancora più in là.
 

Saldi e aria condizionata: tutti al centro commerciale anche di domenica



 

"COMPRA, FAI DEBITI"

E oltre la periferia? E oltre le industrie abbandonate? E oltre cosa ci siamo inventati, ancora? «Compra, compra, compra. Vendi. Vendi. Vendi. Debito, Debito, Debito», ripetono le televisioni e i mega manifesti pubblicitari lungo la Pontebbana. «Vieni al Centro Supper Shopping», ordina il cartello da venti metri di base per sei di altezza, giallo, scritta rossa. Ne puoi vedere a decine, tra Udine e Pordenone e Treviso.
 

«Venticinquemila metri quadrati moltiplicati su due livelli. La Piccola Venezia, Piano Terra, vi attende con ventinove marche di alta moda, per trascorrere del meraviglioso tempo scegliendo e acquistando i più svariati Capi di Abbigliamento e Non Solo. La Grande Mela, Piano Superiore, vi attende con i suoi innumerevoli Articoli per la Casa, per Uomo e Donna, per Bambini, per il Tempo Libero e per ogni vostra esigenza e Non Solo. Benvenuti e Buoni Acquisti», ripete il volantino consegnatomi all’entrata da due ragazzine, scosciate, una bionda, l’altra mora, coperte da una tuta in plastica gialla e rossa, sudate, appiccicose, lucide.
 

Al Piano Terra trovo la Piccola Venezia annunciata dal foglietto, pavimentazione color verde acqua, il Canal Grande stampato, le gondole di plastica di dimensione reale, guidate da finti gondolieri con facce di gomma sorridenti. Ai lati del canale, sul quale posso camminare come un moderno Cristo sospeso sulle acque, si aprono decine di negozi monomarca. Mi avvicino alla vetrina di Dolce&Gabbana, pantaloni grigi 468,00 euro, giacca grigia 673,00 euro, maglia leggera, bianca, 153,00 euro, camicia nera 345,00 euro; Tutto Scontato.
 

Le altre vetrine sospese su questo pavimento di liquido marmoreo sono tutte identiche, varia solo il logo degli stilisti italiani, come i volti degli uomini e delle donne che incrocio: sorridenti, sempre, sulla quarantina i maschi, circa trentacinque le femmine, esagitati i primi, tra borse degli acquisti e telefoni perennemente attivi, in ansia le seconde, tra acquisti da terminare e un figlio da recuperare al corso di tennis nuoto calcio pianoforte teatro canto.

Proseguo tra i corpi di una umanità frenetica, marea umana che entra ed esce dai negozi, che invade il plastico Canal Grande, che schiva le gondole o ci inciampa sopra, e sbatte su di me.
 

Mi fermo. Vengo attirato dal volto dell’ ultimo gondoliere del corridoio: nero, scuro, africano, un veneziano di plastica su una gondola di plastica sopra l'acqua stampata, lui africano di gomma che con la mano destra tiene il remo e nella sinistra impugna un cartello con scritto in grassetto su fondo giallo SuperMarket Sei Tu - La Grande Mela - Prodotti Generali Di Prima Qualità, Cibi Di Origine Controllata. Piano Superiore.
 

Il labirinto è formato da scaffali grigi per gli attrezzi meccanici, trapani, cacciaviti, viti, bulloni, ferramenta di ogni genere, articoli per la pulizia auto, moto, caravan, copertoni, teli copri mezzi; da scaffali azzurri per il vestiario da poveri, scarpe, maglioni, pantaloni, camicie, giubbotti di finta marca, per uomo, donna, bambino, bambina, e pannolini e articoli per il trucco e l’igiene personale, tutto economico, di qualità scadente; da scaffali bianchi per i cibi refrigerati, gelati, carne, pesce, latte, formaggi, impacchettati, tagliati, precotti, confezionati; da scaffali gialli per i cibi da consumare subito, pane, pizza, dolci, salumi, altri formaggi, al taglio, oppure confezionati; da scaffali viola per gli alcolici, liquori, birre, normali, doppiomalto, filtrate, poco filtrate, artigianali, vino, bianco, svariati tipi di svariate cantine, rosso, svariati tipi di svariate cantine, rosè, svariati tipi di svariate cantine, prosecco e spumante, svariati tipi di svariate cantine, superalcolici di marca visti in tv, di sottomarca mai visti in tv, di marca mediocre raramente visti in tv; e infine file di casse automatiche dove posizionare il salvatempo a lettura codici, per pagare col bancomat e uscire mostrando al lettore a infrarossi lo scontrino.
 

Arrivederci e grazie. Arrivederci e grazie. Arrivederci e grazie. Ripete la voce metallica che ha sostituito tutte le cassiere del passato, consegnandole alla disoccupazione.
 

Osservo dal corridoio le file di carrelli di acciaio stracolmi, spinti da uomini e donne sovrappeso, vestiti male, dai volti stanchi, rassegnati a ciò che la vita li obbliga a fare: l’ennesimo acquisto dell’ennesimo cibo per l’ennesima cena. Sono martiri.
 

Ecco cosa distingue i ricchi dai poveri: il cibo. I poveri, troppo spesso, sopravvivono per acquistare il pasto che divoreranno. I ricchi, troppo spesso, vivono per dimenticare i motivi per cui esistono.
 

Mi siedo in mezzo all’umanità frenetica.
 

Respiro. E cado nel 2027.
 

Ho 52 anni. Guardo l’orologio: 7.07 del mattino.
 

Entro al bar. L’unico rimasto aperto nella zona sud di UdiPordTrevi, la nuova “città vasta”; nata dai tagli alle spese. Le sedie sono libere. Il salone è vuoto. Il bancone è lucido. Il silenzio mi avvolge. I sette videopoker, la televisione e i due computer per internet sono ancora spenti. Mancano tre ore all’avvio dell’elettricità primo turno dalle 10 alle 11.
 

Mi siedo. Il barista accende il gas manuale e scalda il caffè. Oggi resto qui, al tavolo. La fabbrica è chiusa. Come ieri. Come domani. Guardo fuori dal finestrone. Osservo il cielo basso, grigio ferro, colmo di acqua pronta a scendere sulla città, come una punizione, acqua disposta a maledire i peccati di questa nuova, terza, crisi economica. In lontananza vedo la pancia del serpente - infinito - che chiamavano strada Pontebbana. Silenziosa. Immobile. Svuotata. Marcescente. Fino a qualche anno fa era colma delle minuscole bestie d’acciaio.
 

Entravano e correvano in lui, come in un budello di carne in via di putrefazione, la carne d’un gigante che stava lentamente crollando, lo chiamavano “Nordest”.
 

Ora è piegato su se stesso, corpo dagli occhi di ceramica, dalle labbra blu, dalle unghie nere, in decomposizione.
 

Bestie di metallo giallo, rosso, verde, bianco, nero; auto colme degli ultimi uomini dell’alba e del tramonto, ultimi uomini che il sole lo vedevano solo qualche istante la mattina e qualche istante la sera, perché il resto dei loro giorni, giorni su giorni a riempire i mesi, mesi su mesi a riempire gli anni, anni su anni a riempire la vita, li trascorrevano senza luce, “in catena”; dentro la pancia della balena travestita da capannone industriale.
 

Balena grigia cemento vicina a altre balene grigie cemento, enormi, infinite a creare moltitudini, poggiate sul mare d’asfalto dai denti ruggine. Oggi dalla prima all’ultima abbandonate.
 

Guardo il corpo della città. Eccolo qui il Nordest nell’anno del signore 2027. Penso a ciò che è stato. Agli ultimi operai, agli ultimi figli degli operai: Noi. Sono tutti nelle migliaia di stanze dei soliti, indistruttibili, palazzi di periferia battuti dal sole e dalla pioggia, come montagne intoccabili; tengono gli occhi sbarrati, hanno le bocche chiuse, attendono le tre ore di elettricità quotidiane, per vedere le immagini di ciò che erano.
 

Sono nelle loro case.
 

Io in questo ultimo bar.
 

Tutti in attesa di altro.
 

Un paradiso possibile.
 

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