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Ai cacciatori i fondi per l’anti-bracconaggio

La Regione stanzia 350 mila euro. Il Grig chiede al Governo un ricorso alla Corte costituzionale

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PADOVA. Il Veneto ha un problema con il bracconaggio, diffuso e dilagante. Perciò la Regione investe 350 mila euro per «progetti di informazione e di sensibilizzazione (…) predisposti e realizzati per favorire adeguate conoscenze sulla corretta gestione del patrimonio faunistico e degli habitat naturali». E a chi vanno i soldi? Ti aspetti un bell’elenco di associazioni ambientaliste e animaliste – ci sarebbe l’imbarazzo della scelta – e invece no: i 350 mila euro, con acconto immediato del 30 per cento e il resto a saldo, vanno alle associazioni venatorie, dunque ai cacciatori stessi.

Sembra uno scherzo e invece è tutto vero. Ed è comprensibile la reazione del fronte protezionista. Il Gruppo di Intervento Giuridico, con un’articolata istanza, ieri ha chiesto al Governo di far ricorso alla Corte costituzionale contro questa singolare elargizione fatta a favore delle associazioni venatorie. E anche contro il rinnovo dell’autorizzazione a sparare anche al di fuori degli ambiti territoriali di destinazione. Sono due norme – rispettivamente gli articoli 59 e 67 – contenute nella legge regionale 45, approvata il 29 dicembre scorso, come “Collegato alla legge di stabilità regionale 3018”. Secondo il Grig si configurano due violazioni: quella del principio di uguaglianza (art. 3 della Costituzione) e quello delle competenze statali esclusive in materia di tutela dell’ambiente (art. 117 della Costituzione).

«È incredibile che siano stati stanziati 350 mila euro esclusivamente per le associazioni venatorie riconosciute a livello nazionale e regionale per fare sensibilizzazione contro il bracconaggio», tuona Stefano Deliperi, portavoce del Grig onlus. «Sarà felice lo sponsor politico dei cacciatori, il consigliere Sergio Berlato (FdI) recentemente rinviato a giudizio per una vicenda di falsi tesseramenti e candidato alle prossime elezioni politiche. Ma l’aspetto più incredibile è che la norma esclude irragionevolmente qualsiasi altro soggetto dallo svolgere attività di informazione su natura, caccia e bracconaggio». Sotto accusa anche l’articolo 67, secondo cui «i cacciatori residenti in Veneto possono esercitare la caccia in mobilità alla selvaggina migratoria fino ad un massimo di trenta giornate nel corso della stagione venatoria anche in Ambiti territoriali di caccia del Veneto diversi da quelli a cui risultano iscritti». Per il Grig questa norma è in palese contrasto con i principi fondamentali stabiliti dalla legge n. 157/1992 sulla gestione programmata della caccia. «Il cosiddetto “nomadismo venatorio” è vietato perché contrario al legame cacciatore-territorio previsto dalla legge», accusa Deliperi. «Su questo punto c’è una giurisprudenza costituzionale costante e consolidata di recente». Ma la Regione Veneto insiste a non tenerne conto.

Cristiano Cadoni

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