Il memoriale di Consoli: «Io capro espiatorio del crac Veneto Banca»

In 400 pagine l’ex dg replica a tutte le accuse dell’azione di responsabilità. E attacca i suoi successori: inadeguati, il loro è stato un biennio dissennato

TREVISO. Finché c’era lui alla guida, quella di Veneto Banca è stata una storia di grandi successi. Poi, con l’arrivo della nuova governance nel 2015, l’istituto si è avviato alla distruzione «senza che ve ne fossero i presupposti». Le accuse sulla spericolata gestione del credito, sui finanziamenti senza garanzie e sulla pratica delle baciate? Infondate, frutto di un teorema finalizzato a fare dell’ex ad e direttore generale Vincenzo Consoli, il capro espiatorio del tracollo dell’istituto. Si difende così, lanciando un pesantissimo contrattacco, l’ex manager della banca nella memoria difensiva di oltre 400 pagine depositata il mese scorso al tribunale delle Imprese di Venezia. Quella di Consoli, dunque, non è solo una risposta -punto su punto - a tutte le contestazioni contenute nell’azione di responsabilità da 2,3 miliardi di euro contro di lui e di altri ex vertici, ma è anche e soprattutto una pesante chiamata in causa della nuova gestione dell’istituto e della Vigilanza.



«Hanno distrutto la banca». La premessa del “memoriale Consoli” è che finché c’era lui alla guida (lasciò definitivamente nel luglio 2015) tutto funzionava perfettamente: Veneto Banca, rilevano i suoi legali, era un istituto solido ed efficiente, uno dei migliori del panorama nazionale. È solo quando un nuovo gruppo dirigente «prende il sopravvento», sostengono gli avvocati di Consoli, che la raccolta crolla insieme agli impieghi che diminuiscono di 3,5 miliardi di euro tra il 2015 e il 2016. Aumentano inoltre le sofferenze e l’incremento di capitale 2016 viene gestito «in maniera talmente disincentivante» per i grandi soci storici che gli stessi vengono sostanzialmente indotti all’astensione; «l’aumento di capitale viene così offerto al Fondo Atlante il quale aveva in agenda la fusione con Bpvi». Quindi l’affondo: «Senza che ve ne fossero i presupposti, Veneto Banca viene distrutta sotto il profilo patrimoniale e reputazionale, sino ad approdare alla procedura di liquidazione coatta amministrativa». L’ex dg accusa gli amministratori 2015-2107 di inadeguatezza per motivazioni e per dedizione all’istituto.

Veneto Banca, le tappe dell'inchiesta

Capro espiatorio e i graziati. Consoli si dice certo che su quest’ultimo «dissennato» biennio, verrà fatta luce esprimendo sorpresa per il fatto che la nuova governance non sia stata chiamata in causa nell’azione di responsabilità. Per contro, sostiene il manager, lui viene individuato dal «teorema avversario» come unico responsabile, un capro espiatorio, per tutti i pretesi illeciti, mentre «amministratori e sindaci dell’epoca sono esonerati da ogni ipotetica responsabilità».

Il credito facile. Consoli entra nel merito delle contestazioni, smontandole una per una. A cominciare da quella del credito concesso senza adeguate garanzie. Il punto di partenza è che tale materia non era competenza del direttore generale. E in ogni caso, all’epoca in cui lui era ad, Veneto Banca si affidava a consulenti esterni di spessore per migliorare il credito anomalo; c’erano inoltre report trimestrali della funzione di Risk Management, mentre l’Audit interno «si è sempre dimostrato di grande incisività», tanto da intervenire ben 300 volte nel corso di due anni. Quanto all’inadeguatezza delle garanzie, si tratta di pochi casi isolati a fronte di migliaia di operazioni. Insussistenti, poi, i conflitti di interesse: i finanziamenti concessi ad amministratori e loro mogli sono stati approvati all’unanimità dal Cda, seguendo le procedure previste.

Prezzo azioni. Secondo Consoli, nell’azione di responsabilità viene attribuita al Cda un’eccessiva discrezionalità nella determinazione del prezzo delle azioni; in realtà esso formulava una proposta devolvendo poi all’assemblea dei soci la definizione del valore. E l’informativa su numeri, metodi e perizie era massima.

Nessun “sistema” baciate. Consoli nega fenomeni distorsivi riferiti all’aumento di capitale 2014. Certo, non esclude che saltuariamente possano essersi verificati, ma essi hanno avuto «un rilievo puramente locale e non significativo». Ancora: «Non potendo escludere che a livello periferico le strutture territoriali o alcune filiali abbiano fatto ricorso a forme di incentivazione alla sottoscrizione delle nuove azioni, la circostanza non assume rilievo sistemico all’interno della banca». E in ogni caso, puntualizza l’ex dg, se questo aspetto non coinvolge gli amministratori, non può certo coinvolgere lui che «si era adoperato affinché l’intera rete commerciale dell’istituto fosse avvertita, anche con comunicati interni e avvisi che specificavano principi e condotte alle quali le strutture territoriali avrebbero dovuto strettamente attenersi».
 

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