Caro presidente Zaia, l’autonomia è cultura il Veneto non la coltiva

Il federalismo non è uno slogan ma è pratica e ricerca ecco perché il negoziato con Roma si preannuncia difficile

Caro presidente Zaia,

a più di un mese dal trionfale successo referendario, forse varrebbe la pena elaborare una riflessione a freddo sugli appuntamenti che attendono Lei e la sua comunità sul tema dell’autonomia.

Il governo ha già messo i paletti: no al trasferimento di tutte le 23 materie, no alla trattativa sul residuo fiscale, no e poi no ai 9/10 di Irpef; Iva e quant’altro sul modello altoatesino. Wait and see, dicono gli inglesi in questi frangenti. Aspetta e vedi, una regola che vale per gli osservatori, ma non certo per Lei. L’unico che non può aspettare e vedere è proprio il capo della comunità che ha lanciato questa sfida, seppure tardiva, allo Stato centrale.

La trattativa con Roma proseguirà per i canali istituzionali. Noi, se ci è consentito per un istante immaginarci nei suoi panni, cercheremmo il modo di condensare in una dichiarazione o in un documento le sanzioni o le iniziative che il Veneto metterebbe in campo nel caso il governo non accettasse le proposte della sua Regione. La Catalogna ce l’ha insegnato: chiedere l’indipendenza è reato. E temiamo che – ammesso non sia reato – sia velleitario reclamare l’autonomia sul modello altoatesino da parte di una Regione italiana a statuto ordinario. Un tema sistematicamente eluso da Lei, che con il sorriso sulle labbra propone a Roma per il Veneto il modello alto-atesino, senza poi concludere il discorso elencando le contromisure che adotterebbe semmai la trattativa si mettesse male per i veneti. Un dettaglio che rischia di depotenziare e non poco la forza contrattuale sua personale e della sua regione e che potrebbe porla in condizioni di svantaggio con il governo di Roma. Lei, caro presidente, è nella stessa sgradevole situazione in cui si trovò Alcide De Gasperi quando nel’ 46 fu convocato a Parigi al tavolo delle potenze vincitrici della seconda guerra mondiale: «So che tutto è contro di me, tranne la vostra personale cortesia» , disse il nordestino e anzi trentino Alcide, un uomo di Stato che chissà quando smetteremo di rimpiangere.

Il referendum vittorioso non è nulla di più che un abbrivio. Un propellente che la porterà in quota. Poi toccherà a Lei, al suo coraggio, alla sua astuzia, alla sua capacità di saper distinguere, come diceva Tommaso Moro, tra le cose che può cambiare e quelle invece che sarà costretto ad accettare.

Ma ci sono altre questioni attorno alla trattativa che solo apparentemente sembrano dettagli. E mi riferisco ad aspetti sempre poco considerati se non ignorati da Lei, caro presidente, sulla cultura federalista (o autonomista) sua e del suo popolo. Gli svizzeri lo sanno da tempo immemore: il federalismo è connaturato con la democrazia diretta. Senza l’uno non può esserci l’altra. E ci sono province italiane, come l’Alto Adige, dove piccole comunità di poche migliaia di anime, sono capaci di mettere con le spalle al muro le lobby dei pesticidi. Se Lei andasse a Malles, in Val Venosta, verrebbe accolto da un grande striscione con su scritto: Gemeinde Mals frei von pestiziden. Comunità di Malles libera dai pesticidi. Un sindaco e un farmacista scrittore, Fragner-Urtenpertinger, hanno mobilitato la loro gente attingendo dalla pratica del cantone dei Grigioni, che dista da Malles pochi chilometri. Voto anche ai sedicenni, quorum al 20% e scheda elettorale da inviare per posta.

Lei, caro presidente, lo ripete ossessivamente: il modello è l’Alto Adige, ma non ci risulta che la sua Regione si sia distinta nella pratica della democrazia diretta. A Bolzano anche per decidere se allargare o meno l’aeroporto cittadino (hanno vinto i no) ricorrono ai referendum e Arno Kompatscher, il suo omologo, annuncia che l’esito di quella consultazione sarà vincolante. Non ci pare che nulla di tutto questo accada dalle sue parti e tantomeno a Conegliano, dove peraltro Lei ha studiato e lavorato. Come sa benissimo sono sorti dei comitati spontanei per il no ai pesticidi nella valle del Prosecco che aspira al riconoscimento Unesco, con il capopopolo Fabio Padovan che avevamo lasciato alla guida della Life (Liberi imprenditori federalisti europei) nella seconda metà degli anni’ 90 e abbiamo ritrovato alla testa del comitato Colli Puri. Battaglia sacrosanta quella di Padovan («qui sotterrano i cadaveri in piedi per non rubare spazio alle vigne» ) e dei cittadini trevigiani, alla quale si contrappongono le risposte mortificanti del Comune di Conegliano. L’assessore all’Ambiente, tal Claudio Toppan, si è addirittura fatto paladino del contingentamento referendario di fronte alle telecamere di Report: «Ne abbiamo appena celebrato uno di referendum, credo sia difficile chiederne un altro» .

La giunta di Conegliano non arriva da Marte, caro presidente, Fabio Chies, il neosindaco, ex coordinatore provinciale di Forza Italia, ha vinto le elezioni con l’appoggio determinante del suo partito, la Lega. Conegliano e Malles però sembrano appartenere a due galassie diverse. Se la pratica della democrazia diretta sottozero, a che livello sta la cultura del federalismo?

Se questo è lo spirito del tempo in una delle sue storiche roccaforti che con più ostinazione hanno sostenuto il referendum del 22 ottobre, non vorremmo essere nei sui panni quando domani si siederà al tavolo romano per l’autonomia. Il federalismo e l’autonomismo sono una cultura, non uno slogan. In Veneto – salvo in particolare il lavoro svolto da Mario Bertolissi con il centro studi intitolato a Livio Paladin – non si vede traccia di iniziative di ricerca su queste materie, né ci pare che qualcuno, e men che meno la Regione, abbia convocato gli stati generali sul federalismo, incentivato il ricorso ai referendum nelle piccole comunità o abbia chiesto lumi al bolzanino Stephan Lausch, fondatore dell’associazione “Più democrazia in Sudtirolo” , la spina nel fianco della Svp sui temi della democrazia diretta. Di più: i bellunesi, dopo il trapasso felice di Sappada al Friuli – Venezia Giulia, attendono una sua risposta sulla autonomia votata per la loro Provincia. Un atto dovuto sul quale temporeggia, svicola, nicchia. Scomodo vestire i panni del centralista, vero presidente? Ci perdoni l’impertinenza, ma come altre volte ci tocca essere facili profeti: a nostro modesto avviso, esimio presidente, solo quando questo piccolo ma impegnativo cahier de doléance avrà le impellenti risposte che merita, solo allora Lei smetterà di essere accolto a Roma come Alcide De Gasperi a Parigi.



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