«Le accuse a Sartori? Solo un teorema»

Ieri l’ultima udienza con la parola alla difesa dell’ex europarlamentare: non credibili Mazzacurati e gli altri pentiti

VENEZIA. L’ultima udienza del processo per le tangenti del Mose prima della sentenza attesa per il 14 settembre, è stata una “monografia” sull’ex potentissima del Veneto, la donna che insieme al governatore Giancarlo Galan ha dominato per un ventennio la scena politica territoriale: la vicentina Amalia Sartori. Prima in Regione e successivamente in Europa, prima socialista e poi in Forza Italia, l’ex parlamentare era presente ieri in aula, accusata di finanziamenti illeciti (250 mila euro) ottenuti tramite l’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova Giovanni Mazzacurati. A difenderla, oltre all’avvocato Alessandro Moscatelli, c’era il professor Franco Coppi, già legale di imputati illustri come Andreotti e Berlusconi. La convinzione della difesa è che «contro Lia Sartori c’è stato un vero e proprio scempio di verità, un teorema portato avanti dalla Procura», come ha sostenuto Moscatelli. Teorema - hanno spiegato i difensori - secondo cui se il Veneto è stato governato per 20 anni da un gruppo di malaffare (la cricca del Mose) e se Sartori era con Galan il politico più potente, ebbene, non poteva non essere coinvolta nello scandalo. La difesa ha sostenuto invece la completa estraneità alle accuse di finanziamento illecito, sia di fondi ricevuti in bianco che in nero. Nel primo caso, hanno detto gli avvocati, i soldi per la campagna elettorale del 2009 sono arrivati attraverso regolare bonifico da Coveco e il fatto che a pagare fosse una coop rossa non è un elemento sospetto. «Pomicino, uno degli uomini più intelligenti della Prima Repubblica, scrisse un libro raccontando come Pci e Dc ricevevano soldi da tutte le parti; scrisse che si finanziavano anche parti opposte “perché non si sa mai” », ha ricordato Coppi. E non c’è prova, ha detto ancora la difesa, del dolo: vale a dire che Sartori conoscesse la provenienza reale dei fondi (Consorzio Venezia Nuova che non poteva finanziare alcunché).

Altro capitolo è quello dei finanziamenti in nero, i 50 mila euro che Sartori, secondo l’accusa, avrebbe preso da Mazzacurati intascando la bustarella in occasione di un incontro all’Holiday Inn di Mestre il 6 maggio del 2010. La difesa ha puntato sulla non credibilità dei Grandi Accusatori, da Mazzacurati all’ad della Mantovani Piergiorgio Baita, battezzati i “pentiti” della corruzione. «Questi signori», ha detto Moscatelli, «sono venuti qui a testimoniare con un cappio al collo: il quadro generale dell’intero processo è stato offuscato dai pentiti. Che garanzia abbiamo che abbiano detto tutta la verità? ». «Balle spaziali» sono state definite alcune ricostruzioni di Baita: l’ingegnere, secondo i legali della Sartori, puntando il dito contro l’ex europarlamentare, si sarebbe tolto qualche sassolino dalla scarpa vista l’inimicizia di lungo corso tra i due. Ma il Grande Accusatore della vicentina è stato soprattutto Mazzacurati: ai pm ha raccontato di averla incontrata più volte, quattro per l’esattezza, e di aver pagato. In realtà, ha sostenuto la difesa, il padre-padrone del Mose non è assolutamente attendibile quando rende tali dichiarazioni. Non lo è, ha sottolineato, perché la chiamata in causa di Sartori avviene un’unica volta, nell’ultimo interrogatorio del 2013, quando la malattia (che lo renderà incapace di partecipare al processo) aveva già mostrato le prime avvisaglie e quando tutto il suo mondo stava crollando. Un Mazzacurati confuso, diventato l’ombra di sè stesso, che addirittura dal 2005 non rinnovava più la patente. «Come si fa a porre alla base di una sentenza le dichiarazioni di un uomo che racconta tante e tali scempiaggini al punto che lo stesso pm gli dice che il suo non era un interrogatorio sincero? E Mazzacurati cosa risponde? Dice al pm che ha ragione», ha affondato Coppi secondo cui quelli dell’ingegnere sono «atteggiamenti psicologici di chi è entrato nella parte del pentito e cerca di compiacere il pm». Anocra: «Bisogna calarsi nel personaggio di Mazzacurati quando diventa un pentito: solo così si capisce il significato paradossale del suo atteggiamento. Non gli si può dare alcuna credibilità», ha concluso il penalista invitando i giudici a interpretare i fatti, «a scrutare l’animo dell’imputato», evitando gli automatismi dell’ applicazione della legge. La difesa ha infine sollevato una questione di legittimità incostituzionalità con riferimento alle norme sul finanziamento illecito.

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