«Pfas, 500 milioni per gli acquedotti»

PADOVA. Onorevole Ermete Realacci, ieri la commissione Ambiente ha discusso l’interrogazione che lei e l’onorevole Bratti avete presentato al ministro Galletti: l’emergenza Pfas si sta allargando a...

PADOVA. Onorevole Ermete Realacci, ieri la commissione Ambiente ha discusso l’interrogazione che lei e l’onorevole Bratti avete presentato al ministro Galletti: l’emergenza Pfas si sta allargando a tutto il Veneto. Secondo lei si stanno adottando le iniziative adeguate?

«Dalle risposte del ministro Galletti è emerso con forza che c’è stata un’enorme sottovalutazione del rischio Pfas. E le colpe principali vanno addossate alla Regione Veneto, che ha sottovalutato le analisi raccolte dall’Arpav diversi anni fa. A lanciare per primo l’allarme è stato il Cnr, ma è caduto nel vuoto. Oggi resta ancora aperto poi il problema della Miteni che continua a produrre mentre sia Greenpeace che Legambiente hanno dimostrato che è una delle cause principali dell’inquinamento. Il ministro ha poi chiarito che ai comuni della “zona rossa” si dovrà garantire acqua pulita».

Cosa significa nel concreto?

«Che bisogna rifare gli acquedotti e sono stati stanziati 500 milioni, 80 dei quali già in fase di assegnazione. Si tratta di un impegno molto oneroso. Con specifico riferimento alle questioni da noi poste, risulta che il 28 marzo 2017, la Regione Veneto ha dato formale incarico alla società Veneto Acque di coordinare i nuovi interventi di interconnessione acquedottistica per prelevare l’acqua da nuove fonti sicure e libere da Pfas in collaborazione con i gestori del servizio idrico. Non sarà facile sostituire tutti gli impianti, ma esiste l’impegno concreto a fare i primi passi».

Ma chi ha sottovalutato il problema, secondo lei?

«Gran parte di queste competenze sono della Regione, che ha disposto l’analisi dei pozzi, ma l’unico interrogativo ancora aperto riguarda il controllo delle falde e la bonifica dell’area contaminata. Bisogna avere la garanzia che l’acqua ad uso agricolo sia davvero potabile mentre da quanto risulta i valori dei Pfas sono ben oltre la soglia massima prevista per legge. Quindi ci vuole cautela nell’irrigazione delle campagne».

Lei ritiene che solo il Veneto sia a rischio per i Pfas, la Miteni dice si tratta di sostanze diffuse in tutt’Italia e nel mondo...

«Il Veneto è l’area più a rischio, ma le rispondo con un caso concreto: nel recente incendio del deposito rifiuti a Roma si è parlato solo di amianto, mentre nell’aria c’era diossina e nessuna centralina ne ha rilevato la presenza: carta, plastica e pvc producono sempre diossina quando bruciano. Dipende da cosa si cerca, lo stesso vale per i Pfas in Italia. Esiste il problema di attuare la legge, di cui sono primo firmatario, per armonizzare il lavoro dell’Agenzia nazionale con quello delle singole Regioni».

Ultimo quesito: se applicassimo i parametri di Svezia e Usa per i Pfas, in Italia dovremmo chiudere tutti gli acquedotti e i pozzi: lei che ne pensa?

«Se si considerassero i parametri più restrittivi applicati in Svezia, la popolazione a rischio Pfas salirebbe a 450 mila lungo il bacino del fiume Fratta Gorzone: ora l’allarme riguarda 200 mila persone. I Pfas favoriscono neoplasie al rene, al testicolo, diabete, malattie cardiovascolari, Alzheimer e quindi bisogna intervenire tempestivamente».

Albino Salmaso

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