I governatori Zaia-Toti-Maroni: mai nel Senato renziano

Tappa ad H-Farm per la “manovra alternativa” alla Legge di Stabilità: «Dai tagli agli sprechi, 28 mld l’anno di risparmi»

RONCADE. L'hanno definito il “bilancio dei virtuosi”, è la manovra economica, alternativa alla Legge di stabilità renziana, messa a punto dai governatori Luca Zaia (Veneto), Roberto Maroni (Lombardia) e Giovanni Toti (Liguria) decisi a dare un’impronta programmatica credibile - «Proposte realistiche e praticabili, non promesse o mance elettorali» - alla nuova sinergia nordista. Così, dal campus di H-Farm (l’incubatrice d’imprese che sorge a Ca’ Tron di Roncade) affollato da un centinaio di amministratori, il terzetto ha snocciolato la sua ricetta, articolata in quattro capisaldi.

COSTI STANDARD IN SANITÀ E LA SPENDING SUI MINISTERI. La spending review, anzitutto: «Proponiamo di applicare i costi standard alla sanità, definendo un livello ottimale di impiego delle risorse pubbliche e prevedendo un bonus per le amministrazioni virtuose, come le nostre, capaci di coniugare servizi di qualità elevata a costi ridotti», esordisce Zaia, rimarcando gli sprechi e le inefficienze che caratterizzano tuttora su una parte cospicua del Paese «analoghi criteri vanno estesi al numero di personale pubblico negli enti e spesa pubblica in genere, a cominciare dai ministeri, ciò consentirebbe un risparmio annuo di quasi 28 miliardi di euro, pari un terzo degli interessi pagati sul debito statale. Chiediamo al Governo di eliminare le prefetture e riversare i relativi risparmi alle Province a compensazione dei tagli fatti e degli oneri spostati a carico delle Regioni».

DEBITO PUBBLICO RIPARTITO MA SU UNA SCALA REGIONALE. Ancora, la riforma federalista delle entrate e dei tributi: «Il Governo riconosca lo status di autonomia alle Regioni che ne fanno richiesta e che hanno i conti in regola per autogestirsi», riprende il veneto «siamo favorevoli a regionalizzare il debito pubblico, lo Stato consenta a Regioni, Comuni, Città metropolitane ed Aree Vaste (le ex Province) di utilizzare liberamente i loro avanzi di amministrazione ai fini del rispetto di bilancio. Analoga facoltà va garantita loro qualora investano risorse proprie per realizzare opere pubbliche, in particolare nelle infrastrutture viarie». Propositi lodevoli, ma in tempi cupi di terremoti e calamità meteo, come conciliare l'iniezione di risorse ingenti sul territorio ed il rigore contabile?

LA TUTELA DEL TERRITORIO E I BONUS A CHI AVVIA ATTIVITÀ. «È evidente l'urgenza di mettere in sicurezza il territorio», replica Toti «per le iniziative antisismiche, la tutela idraulica e la prevenzione di frane e smottamenti, così come per l'edilizia scolastica, occorrono fondi pubblici straordinari oppure l’accensione di mutui a carico dello Stato di durata trentennale e compartecipazione degli enti coinvolti». «Noi abbiamo l’obbligo di pareggio di bilancio, Renzi invece l’ha rinviato al 2019 per i conti del Governo e sta aumentando l'indebitamento in modo irresponsabile», fa eco Maroni; che illustra la proposta di un regime forfettario fisso del 10% fino ad un fatturato di 50 mila euro (oggi è del 15% fino a 30 mila) per giovani, disoccupati e ultracinquantenni estromessi dal mercato del lavoro che avviano un'attività. A seguire, l'incentivazione delle scuole paritarie e l'elevazione dell'art bonus, ovvero il credito d'imposta, dal 65% attuale al 100% per i beni culturali appartenenti a persone giudiriche senza fini di lucro, compresi gli «enti ecclesiastici civilmente riconosciuti».

I COSTI E I TEMPI DECISIONALI. È tutto? Quasi. C'è il pacchetto-semplificazione: trasferire alle Regioni i compiti svolti da Agenzia del Demanio, Sovrintendenza Beni culturali e Corpo Forestale dello Stato. Eliminare le Conferenze dei servizi («Colli di bottiglia») e regionalizzare completamente la Valutazione d'impatto d'ambientale: «Un parere Via statale richiede mediamente 3 anni, quello regionale da 12 a 18 mesi», la sintesi maroniana. Esaurite le slide programmatiche, le domande investono l'appuntamento referendario del 4 dicembre, il ruolo del Senato “territoriale” in caso di successo del Sì, le sorti del centrodestra orfano di leader.

REFERENDUM: ZAIA SOSTERRÀ IL NO IN ARGENTINA E BRASILE. «Il Senato che vuole Renzi è un’assemblea di nominati dai partiti, sottratti al voto dei cittadini, dotati di immunità parlamentare e senza obbligo di rispetto del mandato", scandisce Zaia «la macchina attuale resta un piedi, perciò il risparmio sarà irrisorio e l’utilità nulla. Credo vincerà il No, in ogni caso in questo pseudoSenato io non metterò piede». Un vade retro condiviso senza esitazioni da da Toti e Maroni; «Il modello», chiosa quest’ultimo è il Bundesrat tedesco delle regioni, non questo pasticcio».

A proposito di referendum: su incarico della Lega, Zaia incontrerà le comunità italiane in Argentina e Brasile per spiegare le regioni del No. La partenza - destinazione Buenos Aires e Rio Grande do Sul - è prevista sabato: «Viaggerò a mie spese, a differenza di altre», precisa. Dove l’allusione corre al ministro Maria Elena Boschi che, in veste istituzionale, ha propagandato il Sì in America Latina. E il nuovo condottiero del centrodestra? «Lo sceglieremo attraverso le primarie», promette Toti; un messaggio a Stefano Parisi in arrivo nel Veneto? «Se ha qualche buona idea, venga a trovarci o ci mandi una mail».

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