Il voto sull’autonomia un test storico per il Veneto

Il valore del referendum consultivo: dallo stop del 1992 al disco verde del 2015

di MARIO BERTOLISSI

Sulla carta e non solo, pare proprio che aspirare ad una maggiore autonomia sia irrealistico o quasi. È un’opinione diffusa sia tra quanti la osteggiano sia la auspicano sia ritengono che l’obiettivo vero debba essere l’indipendenza del Veneto. Ma eventi non lontani da noi ci ricordano che, proprio quando la soluzione opposta a quella desiderata sembra la più salda, nel breve periodo essa crolla. Perché era salda in apparenza, non nella realtà. Si pensi, per limitarsi ad un unico esempio, al crollo del Muro di Berlino. C’era chi in Italia, poco prima, aveva creduto nell’inevitabile abbraccio tra masse comuniste e masse cattoliche, visto che le sinistre (dure e pure) avrebbero inevitabilmente trionfato. È avvenuto l’esatto contrario. Come può accadere che lo Stato italiano, centralista per definizione, proprio quando si prepara a completare il varo di una riforma costituzionale che lo rafforza, si avveda della propria congenita debolezza e si convinca che è saggio dare spazio a chi lo può alleggerire da responsabilità. Il potere, nel tempo delle crisi, è essenzialmente responsabilità, che prima o poi si pagano.

È una premessa opportuna, che aiuta a comprendere quale è la rilevanza politico-istituzionale della partita che si è aperta tra lo Stato e la Regione Veneto. Entrambi sono enti di eguale dignità, che “costituiscono” la Repubblica. La quale rappresenta il più vasto e articolato insieme di soggetti, cui è chiesto “l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale” (si esprimono così, nell’ordine, gli articoli 114 e 2 della Costituzione). Di fronte stanno, dunque, l’uno e il molteplice; l’autorità e la libertà; l’imperatività e l’autonomia. Da un lato, l’interesse nazionale; dall’altro, l’interesse regionale: l’interesse di tutti e l’interesse di una parte degli italiani.

Parrebbe un contrasto radicalmente insanabile, se ci si limitasse a riscontri testuali e formali, conditi di costituzionalismo giacobino, che ignora la dialettica: il confronto tra idee. Atteggiamento, quest’ultimo, che è reso esplicito da quanti ritengono la consultazione referendaria sull’autonomia fonte di uno spreco inutile di risorse, tanto più dannoso ora che imperversa una crisi economica e finanziaria di eccezionale gravità. Ma, se si prescinde dalle motivazioni politiche che possono aver ispirato ed ispirano questa critica e si guarda alla storia ormai non breve della Repubblica - tutto è cominciato il 1° gennaio del 1948 - e ci si chiede: quale è il suo stato di salute? si è costretti ad ammettere che la Repubblica è una malata grave. E che lo è anche perché ha evitato di effettuare “controlli” circa la sua forza e la sua debolezza. Ha evitato di rivolgersi agli elettori, utilizzando gli strumenti di democrazia diretta, per conoscere i loro pensieri e le loro attese. Anche per questo la politica è delegittimata e le istituzioni lo sono altrettanto.

È necessario chiarire, quindi, quale è il significato profondo, oggettivamente proprio, del referendum consultivo, che verosimilmente si celebrerà nel prossimo autunno. Certo, il quesito e la data possono essere un problema, dal momento che i punti di vista di Stato e Regione, come accade il più delle volte, non coincidono. Tuttavia, il dato su cui riflettere è il seguente: dopo ripetute richieste in passato respinte, finalmente la Regione Veneto potrà rivolgersi ai cittadini-elettori, porre loro una domanda e conoscere il loro orientamento. Per i superficiali è una banalità. Per chi non lo è ed è stato, comunque, protagonista di tutti e tre i giudizi svoltisi dinanzi alla Corte costituzionale - ho rappresentato e difeso la Regione Veneto nel 1992, nel 2000 e nel 2015 - la vicenda assume un “tono istituzionale” di innegabile rilievo. È un’opportunità, riconosciuta dal Giudice delle leggi, che non va sprecata, perché sarebbe un danno per tutti. Lo si comprende se si leggono, con la dovuta attenzione, le tre sentenze, che offrono le coordinate essenziali per capire.

a)Con la sentenza 24 novembre 1992, n. 470, la Corte costituzionale ha escluso che la Regione Veneto potesse chiedere ai propri cittadini-elettori se fossero favorevoli o no ad una maggiore autonomia perché “un referendum consultivo … - per quanto sprovvisto di efficacia vincolante - non può non esercitare la sua influenza, di indirizzo e di orientamento, oltre che nei confronti del potere di iniziativa spettante al Consiglio regionale, anche nei confronti delle successive fasi del procedimento di formazione della legge statale, fino a condizionare scelte discrezionali affidate alla esclusiva competenza di organi centrali dello Stato”. Commentando quella pronuncia, si è scritto di una “solitudine” del Parlamento nella decisione della forma dell’unità nazionale (M. Dogliani e F. Cassella). L’idea di fondo, sottostante, è che “nei referendum c’è come ‘un’apparizione di potere costituente’” (così, M. Ainis, nel riprendere un’opinione di C. Mezzanotte).

b)Con la sentenza 14 novembre 2000, n. 496, la Corte è stata ancor più drastica. Ha concluso, infatti, affermando come “l’iniziativa revisionale della Regione, pur formalmente ascrivibile al Consiglio regionale, appaia nella sostanza poco più che un involucro nel quale la volontà del corpo elettorale viene raccolta e orientata contro la Costituzione vigente, ponendone in discussione le stesse basi di consenso. Ed è appunto ciò che non può essere permesso al corpo elettorale regionale”.

Quel che veniva chiesto non era l’indipendenza del Veneto, ma che ad esso fossero accordate - come oggi si chiede - “forme e condizioni particolari di autonomia”, ai sensi dell’articolo 116, da stabilire allora con legge costituzionale. Tutto il contrario di un atto eversivo, considerato comunque tale, perché l’iniziativa aveva di mira l’attivazione di un referendum consultivo. Si parlò in senso critico, rispetto a quanto sostenuto dalla Corte, di referendum consultivo quale “strumento di dialogo democratico”, negato dalla sentenza n. 496/2000, da ritenere “il prodotto di un approccio reazionario alle problematiche del regionalismo” (G. Bognetti).

c)Questi erano i principi, con i quali ci si è dovuti misurare nel corso dell’udienza pubblica del 28 aprile 2015, che la Corte costituzionale ha superato, ignorandoli, con la sentenza 25 giugno 2015, n. 118. Il referendum consultivo è stato reputato non lesivo, sul piano formale, di alcun precetto costituzionale né in contrasto, sul piano sostanziale, con prerogative dello Stato riguardanti l’indirizzo politico. Con la conseguenza, che la Regione Veneto può ora chiedere ai propri cittadini-elettori se sono favorevoli o no all’ottenimento di “ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia”, da accordare con legge non costituzionale, ai sensi dell’articolo 116, 3° comma, della Costituzione ancora vigente. Poca cosa, dirà ancora qualcuno. Invece, il cambio di rotta è drastico. Concettualmente, una piccola rivoluzione. Per la prima volta, la Corte dà spazio alla dialettica democratica, che si radica sul principio del pluralismo autonomistico, destinato a tradursi in scelte concrete e puntuali mediante il ricorso al negoziato. Di esso hanno parlato Riccardo Illy e Luca Zaia (su questo giornale, rispettivamente il 7 e l’8 maggio). Il primo, in nome di un’esperienza conclusa. Il secondo, di una soltanto avviata.

L’ex Presidente della Regione Friuli-Venezia Giulia ha potuto valorizzare, tra l’altro, le prerogative del regionalismo speciale e i meriti acquisiti con la ricostruzione post terremoto del 1976. Buone leggi, una buona amministrazione, buone prassi, frutto di costumi consolidati nel tempo. Il negoziato non aveva alle spalle alcun pronunciamento del corpo referendario regionale. Gli esiti sono stati positivi.

Il Presidente in carica della Regione Veneto può far valere i risultati conseguiti, che non vanno mai confrontati con un modello ideale, ma con quello che altri fa nelle stesse o in analoghe condizioni. Dalla sua avrà un responso popolare, che corrisponderà a un sì o a un no, coerente con quanto stabilito dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 118/2015. Che il quesito sia, alla lettera, quello relativo alle “ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia” oppure più circostanziato, poco importa a mio parere. In entrambi i casi il messaggio è identico: si aspira a qualcosa di cui si sente bisogno e di cui si renderà conto.

Ecco, quest’ultimo inciso è quello che dovrebbe fare la differenza ed essere condiviso dalle nuove generazioni, vere destinatarie di ogni innovazione.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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