"Mi ha riso in faccia": ecco perché Debora ha ucciso Isabella

Il racconto fatto a Manuela Cacco e da questa riferito ai giudici. Sospese le ricerche del cadavere. La tabaccaia trasferita a Venezia perché nel carcere di Verona la Sorgato le aveva mandato messaggi: "Voglio parlarti a quattr'occhi"

PADOVA. «Mi ha riso in faccia...». Troppo per Debora Sorgato. Un affronto che fa scattare la furia omicida contro Isabella Noventa. È un altro dettaglio della confessione consegnata da Manuela Cacco ai vertici investigativi che, giovedì 31 marzo, in questura hanno fatto il punto sul “giallo” che conta tre indiziati per omicidio volontario premeditato e occultamento di cadavere.

L’esecuzione. La ricostruzione del delitto secondo la tabaccaia di Camponogara – terza inquisita con l’ex amico del cuore Freddy Sorgato e la sorella Debora – è il frutto del racconto che la stessa Debora fa alla donna arrivata nella villetta della morte, a Noventa in via Sabbioni 11, la sera del 16 gennaio. Entrata nella cucina, Manuela è informata dell’accaduto. È Debora a farlo. Con freddezza: «Ho ucciso Isabella a colpi di mazzetta...». E via ai dettagli della macabra esecuzione: Isabella era tranquilla, s’era sfilata il piumino e aveva raggiunto la cucina dove s’era seduta. In compagnia di Freddy. Debora – già in casa – spunta silenziosa alle spalle. Debora - riferisce la Cacco - avrebbe fatto una contestazione a Isabella legata alle denunce presentate da quest’ultima per ingiurie e molestie (atti di stalking di cui Debora e la Cacco erano sospettate). È a quella “contestazione” che Isabella avrebbe replicato con il riso. E Debora, che impugna il piccolo martello, si scaglia contro la vittima. «Mi ha riso in faccia e le ho dato il primo colpo in testa... Poi il secondo» avrebbe riferito. Il primo è frontale, il secondo nella parte latero-posteriore del cranio. Freddy vede. È lì. Debora infila un sacchetto di plastica in testa a Isabella per evitare schizzi di sangue. Freddy si fa avanti e invita la Cacco a indossare il piumino bianco della vittima per la macabra sfilata-messinscena lungo le vie del centro di Padova: aveva il fisico adatto per interpretare Isabella. Alla richiesta si associa la sorella. Perché Manuela non dice nulla? Avrebbe preferito eseguire “gli ordini” cosciente di essere in una casa isolata di fronte a due assassini. Che non spiegano dove si siano sbarazzati del corpo. E che non parlano del movente. Per gli investigatori «l’aspetto psicologico appare prevalente legato a motivi di rancore».

L’inchiesta. La ricostruzione è stata confermata dal dirigente della Squadra mobile Giorgio Di Munno, che sta conducendo l’indagine con il pm padovano Giorgio Falcone. Sulla partecipazione di Freddy al delitto: «Era presente... Da qui la contestazione del concorso che deriva anche dall’aver accompagnato Isabella in trappola». Nessun quarto uomo.

L’ingresso in casa. Alla mezzanotte e 30 del 16 gennaio Manuela si ferma davanti alla villetta quando arriva una telefonata di Debora: «Stiamo arrivando». Alle 00.22 la Golf guidata da Debora (a bordo si sospetta anche il fratello) era uscita dalla villetta per rientrare alle 00.45: giusto il tempo, ha osservato il capo della Mobile, per liberarsi della mazzetta e del cadavere che sarebbe stato impacchettato con due sacchetti neri dell’immondizia. I tre entrano in casa insieme e Manuela corre in bagno prima di raggiungere i fratelli in cucina dove inizia il racconto-orrore di Debora. Freddy sta zitto.

Cacco lontana da Debora. «Vorrei parlarti a quattr’occhi...» è il messaggio che Debora Sorgato avrebbe inviato a Manuela Cacco tra le mura del carcere di Verona, nonostante il divieto di incontro fra le due. Alla Cacco sarebbe arrivata qualche accusa da “infame”: da qui il trasferimento nel carcere veneziano più vicino a casa, come sollecitato dal difensore, l’avvocato Alessandro Menegazzo. Il provvedimento, firmato dal pm, è stato ufficialmente motivato dal divieto.

Prove telefoniche. C’è una scheda intestata all’anziano padre di Manuela Cacco che aveva inguaiato la donna. «Dai tabulati è emerso che Freddy veniva contatto tra il 15 e il 16 gennaio dal cellulare 344.1319499 intestato a Paolo Cacco, padre di Manuela. Si tratta di un cellulare che la donna non aveva indicato a lei in uso...» si legge nell’ordinanza che ha spedito i tre in carcere. Un primo contatto (per gli inquirenti una “prova telefonica” in vista del delitto) è alle 18.17 del 15 gennaio in uscita dal 344.1319... verso il cellulare 360.878048 in uso a Freddy. Un ulteriore contatto all’1.20 del 16 gennaio quando il recapito 344.13194... chiama il cellulare di Freddy. Chiaro il quadro: la sim 344.13194... era stata regalata da Manuela a Freddy. Sim parte di un telefonino acquistato dalla donna per il padre che aveva preferito tenere il vecchio numero. Le prove telefoniche sarebbero avvenute tra Freddy e la sorella. Manuela (ci sarebbero riscontri) quel pomeriggio del 16 era a Camponogara: un elemento che potrebbe azzerare per la tabaccaia il “concorso” nel delitto.

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