La Caporetto venetista spazza via le illusioni

di FRANCESCO JORI Dagli squilli di tromba ai rintocchi di campana: a morto. La battaglia per un Veneto indipendente si è rivelata un’autentica Caporetto, che mette a nudo la vera (in)consistenza dei...

di FRANCESCO JORI

Dagli squilli di tromba ai rintocchi di campana: a morto. La battaglia per un Veneto indipendente si è rivelata un’autentica Caporetto, che mette a nudo la vera (in)consistenza dei tanti proclami. Andati in briciole quando si è trattato di sottoporli alla prova-portafoglio: su 4.927.596 abitanti, solo 1.363 vi hanno messo mano per finanziare il referendum sull’autogoverno. Come dire che a 4.926.333 di loro non gliene importa un fico secco; compresi i 2 milioni e mezzo e passa di fantasmi che secondo gli immancabili venditori di fumo un anno fa avrebbero sottoscritto via internet l’invito a farsi paladini della rottura con l’Italia. In pratica, la questione è stata snobbata perfino da 45.215 dei 46.578 elettori che alle scorse regionali hanno votato per una lista esplicitamente chiamata “Indipendenza veneta”. Unica consolazione per i 1.363 volenterosi, il fatto che la Regione ora restituirà i 114.914,88 euro raccolti, vale a dire un’elemosina.

Non c’era del resto bisogno del riscontro economico. I numeri dei consensi veri, non quelli taroccati, rivelano con inequivocabile chiarezza quale differenza abissale corra tra le rivendicazioni venetiste e quelle di una Scozia o di una Catalogna: si può contestare una sentenza di Corte Costituzionale che dichiara irricevibile il referendum in materia; ma c’è poco da eccepire di fronte all’interesse reale dei cittadini. Sostenere la causa indipendentista è ovviamente più che legittimo, ci mancherebbe; ma quest’ultima vicenda, che si aggiunge a tanti precedenti riscontri, certifica in modo inequivocabile che quella veneta è battaglia di un’esigua minoranza, oltretutto divisa al proprio interno da vecchie e nuove lacerazioni e contrapposizioni. Eppure ancora adesso c’è chi cerca di spacciare un fallimento per un successo: «Il de profundis per la via istituzionale regionale è una buona notizia», sostiene il sito plebiscito.eu (lo stesso della sedicente ondata di consensi per l’addio all’Italia). Il quale annuncia una strategia alternativa che merita di essere citata testualmente: per acquisire l’indipendenza, «il Veneto e le regioni limitrofe potranno intercettare le opportunità che derivano dai grandi cambiamenti geopolitici in corso, che spaziano dai trattati di partenariato transcontinentale, alle nuove vie della Seta». Dovesse proprio andar male, c’è sempre la speranza che prima o poi arrivino gli extraterrestri: perché precludersi le vie della Galassia?

Nell’attesa, spetta alla politica trarre delle conclusioni da questa vicenda, smettendola di rincorrere i venditori di fumo nella vana speranza di ricavarne consenso popolare: come ha colpevolmente e stoltamente fatto lo stesso centrosinistra alle ultime regionali, reclutando una lista di vecchi arnesi che ha raggranellato a conti fatti lo 0,3 per cento. C’è un obiettivo sacrosanto, ed è quello di garantire al Veneto un peso politico adeguato alla sua realtà economica e sociale: talmente di vecchia data e talmente irrisolto, da aver propiziato il malinconico slogan «giganti economici, nani politici». Per riuscirci, le strade du. e: andare “contro” qualcuno, o meglio contro tutti, com’è stato fatto fin qui, rimediando batoste; oppure andare “con” qualcuno, puntando su una rete di alleanze con la parte migliore della politica e della società, dentro e fuori dal Veneto. Che esiste, ed è tutt’altro che marginale: non pensa a rompere con l’Italia, ma a trasformarla una buona volta in uno Stato moderno, che fa delle autonomie e della loro differenza una ricchezza non una zavorra.

È’ tempo di darle voce, anziché perdere tempo a inseguire velleitari e remoti traguardi. Se c’è invece chi si illude di conquistare consensi per questa via, da oggi ne ha anche la misura certificata: 1.363 veneti su quasi 5 milioni. Ai quali oggi rimane l’unica consolazione di essere rimborsati. Ma insoddisfatti.

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