"Io che non vivo": i cinquant'anni di un successo planetario

Pino Donaggio (a sinistra) con Brian De Palma

Da Sanremo 1965 ha venduto ottanta milioni di copie. Pino Donaggio racconta i segreti di una canzone che ha fatto la storia della musica

VENEZIA. Una canzone immortale, 80 milioni di dischi venduti nel mondo. Era il 28 gennaio 1965, un ragazzo saliva sul palco del Festival di Sanremo e intonava "Io che non vivo". Arrivò settimo. Oggi Pino Donaggio ha 73 anni, e quella canzone ne compie 50: ancora viene riproposta in continue nuove versioni. Allora, a 23 anni, era un cantautore emergente e studente di violino al Conservatorio (Venezia prima, Milano dopo). Affiancata dalla versione in inglese "You Don't Have to Say You Love Me" cantata nel 1966 da Dusty Springfield (che l'aveva ascoltata proprio a Sanremo) e dal 1970 da Elvis Presley e Tom Jones, la sua canzone - il testo è di Vito Pallavicini - diventò un successo planetario. Quanto basta per restare nella storia, anche se la carriera di Donaggio è lunga e ricchissima di successi, anche nelle colonne sonore: "Don't look now" ("A Venezia…un dicembre rosso shocking", migliore colonna sonora dell'anno per la stampa inglese), sette film per Brian De Palma, le collaborazioni con registi come Joe Dante, Cavani, Argento, Pupi Avati, Brass, Rubini, Troisi-Benigni fino alle fiction (Don Matteo, Sissi, Provaci ancora prof., Un passo dal cielo), oltre alle riprese di canzoni e temi in altri film, fino a citazioni sparse (come l'incipit del tema di Rocky di Bill Conti, con le prime sei note di "Io che non vivo"). Fra i prossimi impegni le musiche per un lungometraggio con De Niro su Enzo Ferrari.

Pino Donaggio, l'11 febbraio lei sarà a Sanremo: la premieranno per "Io che non vivo". Ma cosa aveva in testa quando la scrisse?

«La mia fidanzata, che poi diventò mia moglie. L'avevo dedicata a lei. Avevo anche un pianoforte nuovo, suonandolo mi è venuta in mente la melodia, praticamente di getto. Scrivo così, da fatti che mi ispirano, presi dalla vita».

L'hanno cantata tutti, fino a Milva, Baglioni, Renga, Morgan, Nannini, Gilberto Gil, inserita persino in una canzone rap. Ha la caratteristica di adattarsi a tutte le vocalità.

«La scrissi per la mia voce, ma il fatto di essere stata tradotta in tutte le lingue, persino in ebraico e in cinese, significa anche che nel suo piccolo ha unito il mondo, la conoscono tutti a memoria, è una canzone alla portata di tutti».

La sua versione preferita?

«A parte quelle della Springfield e Presley, quelle di Taylor Dayne del 1988 e dei Floaters del 1977. Ma la mia canzone preferita resta "Motivo d'amore", Sanremo '64, testo e musica miei».

Con "Io che non vivo" arrivò settimo al Festival, ma andò in testa alle classifiche per tre settimane.

«Aveva vinto Bobby Solo, reduce dalla vittoria l'anno precedente con "Una lacrima sul viso". I fan seguono la loro star. Quelli della mia generazione venivano da Modugno, e nella nostra cultura valeva più la melodia. Da Dalla in poi contavano molto i testi».

Cos'è cambiato nel Festival?

«Credo che l'ambiente musicale sia lo stesso, l'ho visto stando in giuria. I giornalisti, l'emozione, la paura di non vincere, tutti pensano alla propria canzone. Una volta però ci andavano i più famosi. Ora no, preferiscono uscire col loro cd. Una volta c'era il singolo, la stessa canzone aveva fan diversi perché cantata da cantanti differenti. Oggi i discografici puntano sui talent».

Chi la colpisce di più oggi?

«Mi piace l'originalità di Tiziano Ferro, mi piace come canta Alessandra Amoroso».

Ha abbandonato la canzone?

«Solo come cantante, il contatto col pubblico è un'esperienza già vissuta. Ma "Why" per Don Camillo (1984) cantata poi da Randy Crawford ha venduto 2 milioni e mezzo di dischi».

Come nasce un tema di successo?

«Non sai mai se è di successo, non sai mai quale sarà la canzone che farà il giro del mondo. Avevo un sistema: non scrivevo un tema, se il giorno dopo me lo ricordavo allora era bello».

Sì, ma la "coscienza" di un buon tema?

«Quella è di chi ha studiato musica, oltre alla conoscenza di ciò che è stato già scritto. Il mio primo produttore mi notò perché studiavo musica, cantavo e scrivevo. Di fatto nella musica "classica" c'è già tutto. Io ascolto un po' di tutto. A volte scrivi un tema e ti sembra di averlo già sentito, il cervello è come una biblioteca. Non si inventa niente, ma quello che fai può essere più personale. Una volta mi chiesero se citavo Maderna. In realtà viene fuori il bagaglio che hai dentro. Certo, anch'io utilizzo fugati, canoni e forme classiche. Diverso è invece il plagio».

Come vedeva il suo futuro dopo "Io che non vivo"?

«La mia passione era il violino. Mi vedevo nei concerti in giro per il mondo, suonavo con Piero Toso anche coi Solisti Veneti, Claudio Abbado mi volle nei Solisti di Milano non ancora diplomato. Ma le canzoni mi facevano saltare le lezioni di violino, e l'insegnante non mi voleva più. Pensavo di ritirarmi. Ripresi lo strumento, fino al saggio finale con orchestra, e lasciai il diploma, cantavo al Cantagiro».

Destino?

«Forse sì. Dalla classica, a vent'anni di canzoni, per passare alla musica per i film. Già dieci anni prima di "Don't look now", prima colonna sonora del 1973, ricevetti una proposta per il cinema, ma il mio editore non voleva. Durante le mie tournée di cantante mi arrivò una proposta per un film importante, ma ero in giro e persi l'occasione. Capii che dovevo scegliere. E poi le mie canzoni entravano nel cinema: "Io che non vivo" in "Vaghe stelle dell'orsa" di Visconti e in molti film americani. Ecco, forse farò un cd con le mie canzoni nei film».

Come si convive col successo?

«Non è vero che si viva meglio: ogni film è un esame, tutti mettono bocca. "Very good" mi diceva De Palma quando sentiva le musiche direttamente in sala, già composte. Era emozionante, ma se non andava...».

Come nasce il suo stile?

«Scrivo melodie sempre ben evidenti, fatto tipicamente italiano, derivato dal melodramma, questa italianità mi rende riconoscibile».

Nel suo melodismo durante il sodalizio con De Palma, il contrasto diventato tipico tra un tema malinconico, nostalgico e scene cruente, sembrava evocare quello in Italia tra il fiorire della canzone di quegli anni e le crudeltà del terrorismo.

«Può essere. Tecnicamente direi che De Palma veniva dalle musiche di Bernard Herrmann che dovevano anticipare la suspense, mentre mancava il "tema d'amore". Inizialmente lavori con quello che conosci meglio, per me gli archi e piccoli gruppi strumentali, e in questo De Palma sentiva che avevo delle affinità con Herrmann. Poi la libertà di scrittura: nei suoi film si parlava poco, c'era lo spazio temporale per la musica. Anche Joe Dante ti lasciava fare, e io sperimentavo, avevamo poco budget e mi dovevo sforzare. Con le fiction bisogna invece far sentire tutto prima. E poi la mia seconda passione, la pittura, mi ha insegnato più dei compositori per uscire dal mondo della canzone. Prima di comporre avevo fatto un anno di Accademia di Belle Arti, ero bravo a disegnare. Nel passare al cinema ragionai partendo dalla pittura, dai quadri di Van Gogh».

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