Castro: se Electrolux va via muore l’industria italiana

L’ex top manager: «Non c’è solo il costo del lavoro. Impariamo dalla crisi del ’95 con l’accordo tra azienda, sindacati e governo per aumentare la produttività»

TREVISO. Fino a 20 anni fa 20 mila lavoratori in 16 stabilimenti distribuiti in tutta Italia, oggi appena 4500 in 4 fabbriche. 4500 dipendenti, 20 anni fa, solo nella nostra regione, oggi appena 1200. L’Electrolux, quasi una Fiat veneta, che tanta parte ha avuto nello sviluppo di queste terre, non è più Fiat. Non solo sul piano economico ed occupazionale, ma anche come modello culturale. I metalmezzadri nacquero a Susegana; erano i contadini che si riconvertivano in fabbrica ma senza lasciare i campi. La “fabbrica di comunità”, con le esperienze più lungimiranti di partecipazione democratica, vide la luce a Susegana, che negli anni ’80 divenne lo stabilimento più automatizzato al mondo in produzione bianca.

Parliamo al passato, perché domani potrebbe saltare anche quel poco che resta della Fiat casalinga, col trasferimento dei frigo prodotti a Susegana nel sito dell’Electrolux in Ungheria. Ma a sentire il protagonista di quei tempi, Maurizio Castro, tanto più filosofo dell’innovazione perché aveva come controparte il sindacato più antagonista che c’era allora in Italia, è a rischio di chiusura non solo il “gigante del freddo”, nella sua componente veneta, ma la stessa produzione bianca in Italia.

La multinazionale svedese ha messo sotto investigazione tutti i 4 stabilimenti che ha nel nostro Paese. Un procedimento che inizierà domani (quando a Mestre ci sarà anche il primo confronto tra l’azienda ed i sindacati) e si concluderà in aprile. «Che l'intero sistema dell'elettrodomestico italiano di Electrolux sia “sotto investigazione” per verificarne la residua capacità competitiva nello scacchiere internazionale, è una notizia che, sommata alla severe ristrutturazioni in corso in Indesit e in Whirlpool, significa una cosa sola: c’è il rischio concreto che uno fra i principali patrimoni industriali d’Italia venga abbattuto e disperso». Dal 2015 Susegana perderà la produzione più sofisticata di frigo, il cosiddetto “modello Cairo 3”, i pezzi ad incasso che, per esempio, l’Ikea sta vendendo in grande quantità. «La nostra stessa identità culturale, come grande Paese manifatturiero, è vincolata alla storia del “bianco”; e in ogni caso stiamo parlando di fatturati, di esportazioni, di occupazione, di indotto, dalle dimensioni ancora imponenti» annota amaramente Castro, che di Electrolux è stato per lunghi anni il capo del personale e delle relazioni industriali, prima di votarsi alla politica. «È indispensabile comprendere che, così come accadde qualche anno fa per il caso Fiat, qui è in gioco l’essenza stessa di ogni politica industriale, il senso stesso del complessivo posizionamento dell’Italia nella gerarchia globale dei produttori» insiste Castro. A suo avviso, l’errore più marchiano sarebbe quello di rassegnarsi alla chiusura di uno o più stabilimenti come a un fatto ineluttabile, limitandosi a gestire le conseguenze sociali delle dismissioni con un po’ di ammortizzatori sociali e almanaccando di alternative economiche e occupazionali nel terziario. Come se un fast-food a Runcis o una cooperativa teatrale a Castions fossero seri succedanei di colossi industriali come Zanussi. «Lo dico senza remore» mette le mani avanti l’ex manager, che da qualche settimana si è fatto carico di salvare l’Acc di Mel, altro satellite, un tempo, dell’arcipelago Zanussi «o l’Italia e il NordEst salvano le loro industrie, o sono condannate a un declino violento e irreversibile».

Non è la prima volta che l’ex Zanussi corre seri pericoli. «Ricordo la metà degli anni ’90. Di fronte a un serio rischio di ridimensionamento delle sue produzioni per effetto di una riduzione e redistribuzione complessivi dei volumi europei di Electrolux, la reazione italiana fu coraggiosa e poderosa: insieme, management, sindacati e Governo (con l’allora ministro dell'Industria Bersani) approntarono un piano industriale che faceva balzare in avanti la produttività del sistema del 15%, dialogarono in modo franco con Stoccolma e lanciarono un’alleanza innovativa fra loro inventando un modello partecipativo fra i più avanzati in Europa. Il risultato fu esaltante: nessuna chiusura in Italia, anzi arrivarono volumi aggiuntivi!, e la ristrutturazione investì invece tutti gli altri insediamenti europei. Questa è ancora la strada giusta».

Ecco perché l’ex numero 3 del gruppo invita, anzi sollecita affinchè «sia affrontata con schiettezza dal Governo la questione complessiva delle opportunità di investimento del gruppo svedese in Italia anche in settori come la telefonia, farmaceutica, l’energia, e sia organizzata all’interno di un nuovo perimetro di collaborazione la questione della continuità dell’impegno nell’elettrodomestico».

Insomma, il Governo deve essere pronto a un intervento strutturale di supporto al settore: non attraverso misure di sgravio o incentivi, ma predisponendo una politica industriale che si faccia carico della razionalizzazione del settore lungo tutta la filiera.

Tartellette di frolla ai ceci con kiwi, avocado e yogurt

Casa di Vita
La guida allo shopping del Gruppo Gedi