Equipe anti-suicidi in Veneto: 200 imprenditori salvati in extremis

Il governatore Zaia rifinanzia il servizio di prevenzione. Oltre ottocento le chiamate in un anno e mezzo di attività

VENEZIA. Indebitati. Angosciati. Spezzati dalla tensione e dalla vergogna. I piccoli capitani d’impresa veneti. La recessione infrange il loro microcosmo - ispirato a lavoro e reddito, crescita e dignità sociale - dove il fallimento economico assume contorni esistenziali e la lettera di licenziamento suona tradimento del patto interclassista che vige in azienda. Molti non resistono e si tolgono la vita. Altri cercano un salvagente e a volte lo trovano. In prima linea, nel contrasto a questa inedita piaga figlia di un modello di sviluppo in piena crisi, c’è l’équipe di Inoltre, il “servizio per la promozione della salute degli imprenditori” voluto dalla Regione per arginare l’impressionante sequenza di suicidi.

Un numero verde attivo h24 e sette giorni su sette, dieci psicologi dell’università di Padova coordinati da Emilia Laugelli che non si limitano all’ascolto ma prendono in carico i casi più delicati, seguendoli passo a passo, per mesi. Istituito un anno e mezzo fa (ha sede nell’ospedale vicentino di Santorso), il servizio Inoltre ha ricevuto oltre ottocento richieste di soccorso e in questa fase sta seguendo «passo dopo passo», circa duecento tra uomini e donne; altri casi sono stati già affrontati attraverso colloqui telefonici e incontri: altri ancora sono stati affidati ai dipartimenti territoriali. Come si articola l’intervento? In più fasi. L’ascolto, il contatto, i colloqui, l’accompagnamento - stile tutor - nella fase più critica e nelle tappe successive. Un approccio multidisciplinare, che alla psicoterapia d’urgenza coniuga le competenze di avvocati, commercialisti, esperti di categoria. Per aggredire le cause materiali del dramma.

Una risposta concreta e innovativa, sì. Che ha spinto il governatore Luca Zaia a rifinanziare il progetto (91 mila euro, tanto basta a coprirne i costi di qui a fine anno) e a dedicare parole di elogio ai professionisti della prevenzione: «A fronte questa immane tragedia, non finirò mai di ringraziarli, il loro impegno generoso sta salvando molte vite». Ma le cifre, pur vistose, non valgono a descrivere una fenomenologia comportamentale inedita, quasi una nemesi del Nordest che si credeva proiettato verso un boom senza fine.

Dove un piccolo industriale una sera telefona e ringrazia, con tono calmo, raggelante: «Avete fatto molto per me, ve ne sono grato, ma è tutto inutile, ho deciso di farla finita, grazie ancora»; e l’operatore che lo trattiene, prolunga ad arte la conversazione, dà il tempo a un collega di precipitarsi dal disperato, di convincerlo a desistere dopo una sfibrante notte di colloqui. L’indomani l’uomo consegnerà una corda con il cappio: «Ecco, mi avete convinto, ve la consegno».

C’è chi è divorato dal senso di colpa e non concepisce la deriva aziendale, così la nasconde fino all’ultimo: ai dipendenti, ai familiari, a se stesso; e quando trova la forza di telefonare implora il segreto: incontri ai caselli dell’autostrada, nei parcheggi di periferia, in un bar lontano dal paese, in parrocchia magari. C’è il padre di famiglia sommerso dai debiti che non ha, letteralmente, i soldi per la spesa alimentare: più volte esce di casa, raggiunge la Caritas ma al momento di suonare il campanello, la vergogna ha il sopravvento. Umiliato e solo, torna a casa, troverà il coraggio di chiedere aiuto grazie al sostegno di uno psicologico amico.

Fattori scatenanti? La crisi di liquidità, magari a fronte di crediti diventati sofferenze, che in assenza di credito impedisce di pagare gli stipendi, di ricevere forniture, di proseguire l’attività d’impresa. Le famigerate cartelle esattoriali, con il corollario di pignoramenti e ipoteche, che tramutano lo status benestante in incubo da default. Il timore del discredito sociale che spinge a celare la verità, magari a tentare la sorte nel gioco d’azzardo, simulando con congiunti e vicini una normalità finita in frantumi.

Età critica sui cinquant’anni, prevalenza maschile ma le donne (soprattutto commercianti) sfiorano il 30%; e una classifica geografica che riflette l’industrializzazione diffusa: in testa Vicenza, poi Padova, Treviso, Venezia e in coda Belluno. Non solo tinte fosche, però. A volte l’emergenza riserva sorprese confortanti: «Il proprietario di una fabbrica ha assunto un piccolo imprenditore di sessantatré anni che ha dichiarato fallimento per insolvenze altrui e l’ha fatto per consentirgli di arrivare alla pensione», racconta Zaia «un esempio di solidarietà che fa onore al Veneto».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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