Venezia capitale del diritto ambientale I 12 rischi della Terra

La proposta di Antonino Abrami, giudice di Cassazione «La città ospiti il tribunale penale europeo dell’ecosistema»

VENEZIA. Venezia capitale della giustizia ambientale. Ieri, nel corso del primo convegno su «Ambiente e sicurezza», organizzato dalla Fondazione veneziana Sejf (Supranational Environmental Justice Foundation), il presidente Antonino Abrami, giudice di cassazione e tra i massimi esperti di ambiente, ha ricandidato Venezia come sede del «Tribunale penale europeo dell’ambiente..

Dodici sono per adesso i reati ambientali chiamati «hot spot», ma i danni che il pianeta sta subendo dipendono dal singolo cittadino che può contribuire al benessere globale. «Sono maturi i tempi per estendere le competenze della Corte penale internazionale dell'Aja ai reati ambientali più gravi e per creare un tribunale che si occupi in maniera continua e costante di questi crimini».

Al convegno, organizzato nella Scuola di San Giovanni Evangelista, hanno partecipato molti studiosi provenienti da tutto il mondo, tra i quali il Nobel per la Pace Adolfo Perez Esquivel, presidente dell’Aies (International Academy of Environmental Sciences); l’astrofisico veneziano Fabrizio Tamburini; in video Paolo Maddalena, vicepresidente emerito della Corte costituzionale italiana; Daniele Grasso in rappresentanza degli avvocati di Venezia.

«Venezia» afferma Abrami «diventerebbe la sede fissa con persone competenti che si occupano di questi argomenti come scienziati, avvocati, giuristi ma anche giornalisti e chi si occupa di denunciare questi crimini». Dal 2010 Abrami sta portando avanti la speranza che nel nostro territorio si radichi un organo composto da personalità che su tutti i fronti possano individuare e analizzare i reati ambientali per sottoporli a dei veri e propri processi. Oggi i crimini che non si possono ignorare sono: il riscaldamento globale che minaccia di sommergere le isole Maldive e Kiribati, lo sfruttamento delle sabbie bituminose ai piedi delle Montagne Rocciose, il fumo intriso di sostanze pericolose derivato dall’estrazione del petrolio nel delta del fiume Niger, la deforestazione in Indonesia, le conseguenze dell’esplosione della centrale nucleare di Fukushima in Giappone, la marea nera del disastro della piattaforma petrolifera Deepwater Horizon, l’onda di cianuro larga 50 chilometri fuoriuscita dalla miniera d’oro Esmeralda e sfociata nel fiume Danubio, la migrazione di molte popolazioni indigene in Ecuador dovute allo sfruttamento del petrolio da parte di multinazionali, la scia di morte che si abbatte ancora su Chernobyl, la cosiddetta montagna di piombo in Argentina, il caso Bhopal in India e, infine, nel Mare Mediterraneo, lo sversamento di oltre 134 mila tonnellate di petrolio sui fondali del Mar Ligure nel 1991 che ancora oggi produce effetti negativi nell’ecosistema.

Questi sono dodici giganti, ma il numero di persone coinvolte non ha fine. La necessità di un luogo dove poter denunciare tali crimini si fa sempre più urgente per quelle popolazioni che scompaiono nel silenzio perché non hanno mezzi per far sentire la propria voce. L’ultima richiesta al Parlamento Europeo risale al 29 maggio scorso: «Ho proposto – continua Abrami - di creare una Commissione di giuristi e scienziati che possa essere un punto di riferimento per questo tipo di reato». Non si tratta quindi solo di un problema tecnologico, ma di una questione che abbraccia tutti i campi del sapere e influisce su tutta la vita umana, come ha ribadito il Premio Nobel nel suo discorso conclusivo. «Sulla terra c’è la sovranità del popolo e non del singolo che, in caso di proprietà privata, ha solo in concessione la gestione di un bene pubblico».

Le parole, chiare ed incisive, sono di Paolo Maddalena che sintetizza lo spirito della giornata di ieri quando, senza nessun vincolo di interesse, i relatori hanno mostrato la stato di gravità in cui versa il Pianeta.

Vera Mantengoli

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