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Bottacin: mazzette figlie del sistema consociativo veneto

Il consigliere di Verso Nord: da troppo tempo maggioranza e opposizione fingono di darsi battaglia ma votano insieme

di Filippo Tosatto
2 minuti di lettura

VENEZIA. «Fondi illeciti bipartisan alle forze politiche? Non mi stupisce, è la naturale conseguenza di un sistema distorto che garantisce rendite di posizione e monopoli a scapito del mercato. La mia impressione è che i soldi distribuiti da Piergiorgio Baita più che alle strutture-partito siano stati erogati a persone, a soggetti politici in rappresentanza di cordate. A differenza della prima Tangentopoli, dove i partiti disponevano di aziende di riferimento che distribuivano mazzette, in Veneto si assiste a una spartizione preliminare di quote nelle grandi opere, dalle quali, a cascata, discendono le provvigioni destinate alla politica».

Diego Bottacin, consigliere regionale di Verso Nord in forte sintonia con Montezemolo, commenta così gli sviluppi dell’inchiesta Mantovani. La domanda: su quali pilastri fonda il sistema spartitorio?

«Il punto di partenza è la negazione del libero mercato. Dal Mose, madre di tutte le anomalie, dove la più grande opera pubblica d’Italia è affidata ad un consorzio d’imprese senza gara né concorrenza; alle strade, affidate in project financing dove chi presenta il progetto sa che al 90% riceverà l’appalto; gli ospedali, gravati da oneri micidiali per la sanità pubblica; il trasporto locale e i rifiuti con le aziende che dettano tempi e modi in barba a Regione ed enti locali. Un esempio di questi giorni? Per un km di strada su gomma il costo medio europeo varia da 1,8 a 2,2 euro, quello dell’azienda pubblica di trasporto di Venezia, l’Actv, è 3,5. Perché nessuno a destra, a sinistra e al centro, mette in discussione questo stato di cose?».

Lei che risposta si dà?

«Io dico che, al di là delle responsabilità penali oggetto dell’inchiesta, a questo sistema consociativo hanno attinto un po’ tutti, non solo i partiti ma anche le cooperative, le imprese, i gruppi d’affari. Dietro la capofila Mantovani ci sono sempre partner e subappalti. Ricordate quando Berlusconi decise di cedere a Zaia la presidenza del Veneto? Fu accolto all’aeroporto da una pattuglia di imprenditori illuminati che reclamavano il quarto mandato per Galan. Emblematico».

Punta l’indice su Galan?

«Galan è stato il direttore del traffico e il garante di un equilibrio che includeva l’opposizione, al punto che il vecchio regolamento del consiglio regionale impediva di fatto l’approvazione di leggi e bilanci senza il consenso della minoranza. Quando ho sollevato la questione della trasparenza nel Pd, denunciando una dinamica consociativa nelle nomine, mi sono ritrovato solo e alla fine ho dovuto andarmene. Non è un caso che l’affaire Mantovani prenda origine dal filone Brentan ed è paradossale che in una Regione a lungo diretta da una forza che si proclama liberale, il libero mercato resti un miraggio».

Luca Zaia sostiene che nella sua giunta non si discute di appalti. È cambiato qualcosa con la presidenza leghista?

«Direi di no, la correttezza dei gesti individuali non è sufficiente, occorre cambiare il sistema e introdurre regole che garantiscano la concorrenza. Finora non è stato fatto».

L’assemblea regionale ha istituito una commissione d’inchiesta. Contribuirà a far luce sugli intrecci affari-politica?

«Ci credo poco perché la volontà prevalente in Consiglio è quella di verificare la legittimità formale degli atti senza aggredire il cuore del problema».

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