Così crollano anche i poggi del prosecco

Si piantano vitigni su pendenze incredibili per ricavarne massimo profitto Terrazzamenti e deflusso delle acque provocano smottamenti e crepe

VALDOBBIADENE. Soldi per fare soldi per fare soldi. Se potessero, pianterebbero prosecco sin sulla cupola del campanile. Il paesaggio delle colline tra Valdobbiadene e Conegliano sta letteralmente cambiando volto. Si strappa il bosco per lasciare spazio ai vitigni, decisamente più redditizi. Il fenomeno dei vigneti che si arrampicano sulle montagne, per chiunque abbia l’occasione di perdersi dentro questo straordinario giardino che è la strada del vino, è tumultuoso come il lavoro delle ruspe e il colpo d’occhio notevole. Ma è un processo che sta aprendo più di qualche crepa, letteralmente, nella gestione del territorio.

Ad ogni inverno, con le prime piogge, in queste colline della Pedemontana si registrano smottamenti e movimenti franosi di ogni tipo. Solo nell’inverno del 2010, quando in tre giorni sono caduti 300 millimetri di pioggia, tra Borso del Grappa e Vittorio Veneto si sono aperte un centinaio di frane. In tutta la provincia di Treviso le frane censite dal progetto Iffi sono 523, ma l’elenco si allunga ogni giorno. E nel Veneto sono stati registrati quasi diecimila fenomeni, il 52% dei quali costituiti da scivolamento. A Valdobbiadene, una frana da 300 mila metri cubi minaccia l’abitato di Santo Stefano. A Segusino non bastano le le iniezioni di cemento armato sulle pareti rocciose, sotto il paese c’è un'enorme cavità che rischia di inghiottire strade e case. A San Pietro di Feletto è venuta giù una strada. A Vittorio Veneto dei misteriosi boati provenienti dal sottosuolo carsico dovrebbero interrogarci un po’ di più su quello che sta per succedere.

L’industrializzazione del prosecco passa attraverso un uso intensivo del territorio. Si piantano viti dovunque, si aprono nuove strade per consentire ai mezzi agricoli di arrivarvi più agevolmente, si cambia la forma delle colline e si modifica il deflusso delle acque, che finiscono per creare nuove voragini. Soprattutto, lo si fa senza tener conto delle più elementari regole della natura. Andrea Zanzotto, che in queste colline ci è nato, avrebbe detto: «La natura ci sta avvisando, ascoltatela».

Ma non c’è tempo per la poesia: le colline del prosecco, che presto saranno patrimonio dell’Unesco, sono il nuovo distretto industriale del Veneto. Un miliardo di giro d’affari, i riflettori dei mercati di tutto il mondo, l’attenzione dei magnati russi e cinesi sui principali marchi.

«La coltivazione della vite in collina deve rispettare il drenaggio delle acque – prova a riflettere il geologo bellunese Eugenio Colleselli –. Qualche riflessione in più è bene introdurla, proprio per andare nella direzione da tutti auspicata di rispetto del territorio».

Perché togliere un arbusto dalla collina, con il suo apparato radicale, e piantare un vitigno non è senza conseguenze. Vuol dire realizzare terrazzamenti artificiali, vuol dire deviare la canalizzazione delle acque, vuol dire spargere quintali di fitofarmaci che penetrano nel terreno e lo impoveriscono, seccandolo. Il tema, da queste parti, è spinosissimo e si affronta sottovoce. I sindaci lo sanno ma fanno fatica ad ammetterlo, perché da queste parti il prosecchista conta più di un banchiere. Qui un metro di terra vale dagli 80 ai 120 euro (180 se nel colle di Cartizze): tre volte un terreno industriale. «Proseccoshire» cominciano a chiamarlo i turisti tedeschi che si affacciano per fare incetta delle bollicine più conosciute del mondo.

A Santo Stefano di Valdobbiadene, certamente non solo per colpa dei vitigni, due anni fa son venuti giù 300 mila metri cubi su una riva di 40 mila metri quadrati, minacciando un intero paese. Adesso sono in corso costosi lavori di ripristino (un milione di euro a carico di Regione e Comune). Ma i lavori che dovevano essere realizzati a carico dei privati tardano: c’era da vendemmiare, è stata la risposta.

Ma non basta: se non cambia la cultura del territorio, questi episodi di frana saranno sempre più frequenti. Con inevitabili conseguenze anche sulla redditività del territorio. «In Italia purtroppo siamo abituati a rincorrere l’emergenza invece che fare prevenzione – aggiunge Colleselli –: eppure, è dimostrato che una cura costante del territorio è molto meno costosa dell’intervento post-emergenza». Tra le cause del dissesto anche la scomparsa di alcune figure chiave per l’ecosistema: il contadino tradizionale, lo stradino, la guardia idraulica. Adesso i prosecchisti sono quasi tutti moderni imprenditori di se stessi. Grandi mezzi, molta fretta, dipendenti stranieri su per i vigneti. Il posto in banca è un secondo lavoro. «Non bisogna colpevolizzare nessuno, ma il fenomeno c’è – spiega Colleselli –: togliere il bosco per piantare vigneti sino in cima alle colline, alla luce dei risultati, si è rivelato sbagliato». Beviamoci sopra, ma poi pensiamoci.

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