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Lorenzon in sala: «Questo film non è la verità»

Romanzo di una strage, il testimone: «La bomba è nata in Veneto ma non lo si dice. Caratteri distorti e forzature»

Daniele Ferrazza
3 minuti di lettura

L’appuntamento è a Treviso, al cinema Corso. A pochi passi da dove tutto è cominciato. Nello spazio di cento metri c’erano la Galleria del libraio, il magazzino dov’erano custoditi armi e documenti, la trattoria dove andavano a mangiare insieme, il parcheggio dove parcheggiavano la Bmw e la Mini Minor. Luoghi dove Giovanni Ventura discuteva con lui di Evola e bombe sui treni, di Pound e timer per esplosivi, di Celine e pistole e fucili. Guido Lorenzon, «il testimone», è teso e rigido, come ogni volta che piazza Fontana ritorna dal fiume carsico dei processi, delle sentenze, dei libri, dei progaonisti che scompaiono con i loro frammenti di verità. Quando morì Ventura, ad esempio, lui si chiuse in silenzio. Questa volta accetta, non senza molte resistenze, di vedere Romanzo di una strage di Marco Tullio Giordana insieme a noi. E saranno due ore di emozioni e rabbia, inseguendo ancora una volta la scia di un incubo che dal 1969 non lo ha mai abbandonato.

«Mi sono chiesto un milione di volte se lo rifarei, ma la risposta è sempre stata la stessa: sì». Con un po’ di malizia in più, avrebbe trasformato la sua vita di testimone in carriera politica o letteraria. Lui ha continuato a fare l’insegnante di scuola media e l’addetto stampa nel mondo economico. Nella città dove, grazie alla testimonianza di questo insegnante di francese, è partita la pista che ha portato a ricostruire la verità sulla strage alla Banca Nazionale dell’Agricoltura, al cinema siamo in nove. Nella prima sequenza c’è Prato della Valle, unica concessione vera allo sfondo veneto di questa vicenda. Franco Freda che ordina cinquanta timer usati per la bomba.Giovanni Ventura, interpretato da Denis Fasolo, è la prima delusione: un capellone impulsivo e spavaldo, che parla veneto come appena uscito da una balera. «Ventura non era così – sussurra Lorenzon – parlava lentamente e in italiano. Era calmo e glaciale».

Anche Lorenzon, interpretato da Andrea Pietro Anselmi, è dipinto dentro a un discutibile cliché del veneto pavido e ignorante. L’impatto, insomma, non è positivo. L’umore peggiora quando il regista mostra Ventura che blandisce Lorenzon sulla propria tesi di laurea. E più tardi quando Freda lo piglia per il collo rimproverandolo per essersi rivolto alle «guardie». «Due scene che semplicemente non corrispondono assolutamente alla verità: non sono mai avvenute» sibila dritto sulla poltroncina. L’impressione migliora quando il regista indugia su alcuni aspetti: la strategia della tensione, le infiltrazioni dei servizi, l’atteggiamento degli apparati dello Stato. Più che su piazza Fontana, è un film sulla figura del commissario Luigi Calabresi e sul suo rapporto con Giuseppe Pinelli (la moglie Licia è una grande Michela Cescon). Guido Lorenzon si commuove, impreca sotto voce, si lascia sfuggire qualche commento. Davanti alla scena dei funerali di Stato per le vittime esclama: «Quest’immagine di piazza Duomo gremita da migliaia di persone ha salvato l’Italia. La vidi alla media di Arcade, dove insegnavo, perchè un bidello portò una televisione e sistemò un’antenna di fortuna. La sera andai a trovare l’avvocato Steccanella». Il volo dalla finestra di Pinelli e le rabberciate ricostruzioni dei questurini fanno sorridere, tanto sono improbabili: «L’Italia era spaccata, ma certamente era difficile credere a una versione del genere».

E aggiunge, davanti alla scena della madre di Pinelli che cerca il figlio all’ospedale in un ventaglio di medici che scompaiono: «Bella questa, perchè rende l’idea, in fondo, dell’isolamento di chi cerca la verità». Il film esalta la figura di Giancarlo Stiz, giudice istruttore a Treviso, che non si arrende all’archiviazione del fascicolo e, per primo, fa arrestare Giovanni Ventura e Franco Freda dando il via, appunto, alla «pista di Treviso». «Sa, le registrazioni sono state trascritte da un carabiniere di Alcamo, come faceva a capire il dialetto della Marca trevigiana?» fa dire il regista a Stiz che va a casa di Lorenzon. Ma alla fine la delusione c’è tutta: «Più inutile o dannoso?» insiste il cronista. «Dannoso. Perchè non ricostruisce la verità ma insiste sulla pista anarchica, sulla presenza di due bombe nella banca: una che doveva scoppiare a banca chiusa e l’altra messa dai servizi segreti. Perchè, pur avendo tutti i riscontri giudiziari, non dice che la bomba è nata nel Veneto e portata dal Veneto a Milano». «C’è una fetta delle vicenda che conosco molto bene – conclude Guido Lorenzon –:è la sorgente trevigiana della strategia della tensione e le indagini dei magistrati Calogero e Stiz. Voglio confermare che questo film non racconta la realtà dei fatti. La verità, per quanto incompleta, sta scritta negli atti giudiziari ed è quella che va raccontata alle giovani generazioni. Freda e Ventura sono stati protetti dai depistaggi ma alla fine la Cassazione ha chiuso dicendo che sono i responsabili della strage». E Lorenzon li ha denunciati.

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