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«Mia sorella è stata uccisa»

Da sinistra, Virna Cassol in compagniadella sorella Stefania Luciana

Una morte in vasca da bagno, archiviata come incidente: dopo cinque anni di ricerche Virna Cassol pubblica un libro-denuncia

L’ultima notte di Luciana Stefania Cassol comincia dopo un film in tv, con il saluto del marito assonnato. «Ho deciso di andare a dormire», racconta Ruggero Tessarolo «lei, invece, è salita in bagno per tingersi i capelli». Manca un’ora a mezzanotte, è il 4 gennaio 2004 e la grande casa settecentesca immersa nella campagna di Galliera Veneta è silenziosa. La coppia, lei 56 anni lui due di più, ci vive dal giorno del matrimonio, una dozzina d’anni prima. E’ una palazzina non priva di fascino, ...

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L’ultima notte di Luciana Stefania Cassol comincia dopo un film in tv, con il saluto del marito assonnato. «Ho deciso di andare a dormire», racconta Ruggero Tessarolo «lei, invece, è salita in bagno per tingersi i capelli». Manca un’ora a mezzanotte, è il 4 gennaio 2004 e la grande casa settecentesca immersa nella campagna di Galliera Veneta è silenziosa. La coppia, lei 56 anni lui due di più, ci vive dal giorno del matrimonio, una dozzina d’anni prima. E’ una palazzina non priva di fascino, arredata con mobili di pregio e tappeti preziosi. Fuori, proprietà terriere e coltivazioni di kiwi, quanto basta ad assicurare, se non la felicità, un tenore di vita benestante. Non ci sono bambini nella dimora e qualcuno la trova un po’ cupa. «Per Stefania era la casa dei sogni, la più bella del mondo», testimonia la sorella Virna. Trascorrono le ore, la notte vola verso l’alba e alle 5.30 l’uomo si sveglia: «Al mio fianco non c’era nessuno, preoccupato, sono sceso dal letto a cercare mia moglie».

Di fronte alla camera, al primo piano, il bagno, con la porta chiusa e la luce accesa. «Sono entrato e ho trovato Stefania dentro la vasca, con la testa reclinata dalla parte dell’ingresso, distesa sul fianco sinistro. Nella vasca c’era dell’acqua e il volto di mia moglie vi era immerso. L’ho raggiunta e l’ho sollevata, appoggiandola sul bordo. Facendo questo, ho notato delle bolle d’aria uscire dalla sua bocca». Fin qui le parole di Tessarolo, verbalizzate nella deposizione resa di lì a poche ore al maresciallo Giovanni Rutigliano, il comandante della stazione dei carabinieri di Tombolo, arrivato con una pattuglia dopo la segnalazione del coniuge. Prima di lui, in via Montegrappa 113, era giunto in ambulanza un medico dell’ospedale di Cittadella. Decesso provocato da malore, la prima ipotesi «formulata verbalmente». Stefania è morta. Stefania non c’è più. «Né sul corpo né sul luogo venivano riscontrate tracce, oggetti o situazioni ambientali tali da far ritenere il coinvolgimento di terzi nell’evento», commenta il sottufficiale nel rapporto inviato al pm di Padova Emma Ferrero. Da parte sua, il marito precisa che la defunta «Non faceva uso di farmaci né soffriva di patologie che richiedessero cure particolari. In passato era stata ricoverata, sì, ma a causa di un abuso di whisky”. Nessun mistero, perciò. Un incidente domestico, crudele e casuale. Venti righe in cronaca.

LA VERITA’ GIUDIZIARIA
Il magistrato, in ogni caso, dispone l’autopsia, eseguita il 7 gennaio dal chirurgo Carlo Crestani all’istituto di medicina legale del capoluogo. La conclusione è scontata: decesso a seguito di collasso cardiocircolatorio conseguente ad asfissia da annegamento. Né sussistono dubbi circa le cause: «Tra la dinamica omicidiaria, accidentale o suicidaria, immediatamente si può escludere la prima, anche senza l’ausilio dei dati testimoniali». Il motivo? Semplice: «Poiché la vittima può facilmente ribellarsi o gridare, oppure opporre resistenza, occorre una notevole forza per immobilizzarla e se ciò si fosse verificato nel caso in esame, si sarebbero dovuti riscontrare sul cadavere segni dell’avvenuta colluttazione o comunque dei tentativi di difesa da parte del soggetto, che invece non sono stati evidenziati». Analogamente, il «riscontro classico della morte asfittica da annegamento» esclude l’ipotesi della sommersione del cadavere, cioè della morte provocata con altri mezzi con successiva immersione del corpo senza vita per simularne il suicidio. Fugata l’ipotesi dolosa, è escluso anche l’atto suicida, stante l’assenza della «messa in atto di misure che impediscono i movimenti spontanei di salvezza» e degli atti preparatori che spesso il suicida compie, quali «la deposizione ordinata delle vesti». Insomma una dinamica accidentale e letale, senza zone d’ombra né punti interrogativi. Il caso è chiuso è destinato all’archivio.

LE ZONE OSCURE
Un passo indietro, al mattino del 5 gennaio. Perché, dopo i camici bianchi e le divise, tra coloro che entrano nel bagno fatale e, più tardi, varcano l’ingresso dell’obitorio e osservano il corpo esanime della donna, c’è anche la sorella minore Virna, accompagnata da alcuni congiunti. Chi è costei? Nata a San Martino di Lupari il 2 aprile 1958, vive ad Altivole, dove svolge l’attività di pranoterapeuta. Madre di due ragazze, da otto mesi è la nonna di una bimba. Il suo colpo d’occhio scorge una scena diversa da quella emersa dall’istruttoria. «Stefania», ricorda con un brivido, «era tumefatta, quasi avesse lottato col diavolo per tutta la notte». Suggestioni da affetto straziato, comprensibili, sì, ma null’altro. Forse. Non solo stati d’animo, però. Perché il tatto e la vista rivelano un livido ricoperto dai capelli, poco sopra l’orecchio destro, di cui non vi è traccia nel referto autoptico. E le domande che attendono ancora risposta non sono peregrine: «Perché era in bagno seminuda ma con un maglione addosso?». «Come mai si stava facendo la tinta a quell’ora tarda e perché la tintura copre solo una parte dei capelli sebbene il flacone rinvenuto nel lavandino sia vuoto?». Ancora: «Nell’urto il ponte dentario è schizzato dalla sua bocca con tanta violenza da sbalzarlo in un angolo distante della stanza. E’ possibile spiegarlo con un malore e la successiva perdita di sensi?». Non basta: «Come fa una persona ad urtare una vasca da bagno e a caderci dentro perfettamente adagiata, quasi stesse dormendo, annegando in venti centimetri d’acqua?»; «E non è strano che nel cuore della notte e nel silenzio più totale, nessuno abbia sentito il rumore che ha provocato una caduta così violenta? E’ vero che la casa è grande, ma è altrettanto vero che il bagno dove mia sorella è morta si trova di fronte alla camera da letto».

L’INDAGINE PARALLELA
Riflettere è legittimo ma tanti interrogativi non equivalgono ad una certezza probante. C’è di più: escludere l’ipotesi accidentale equivale, di fatto, a sollevare dei dubbi circa la versione fornita da Ruggero Tessarolo, peraltro corroborata dai riscontri investigativi e medico-legali. Virna Cassol, in proposito, rifiuta di avanzare sospetti non suffragati da prove: «La mia non è una crociata contro qualcuno, non voglio puntare il dito. Ma credo che Stefania sia stata vittima di un “uomo nero”. Ho provato a rassegnarmi alla verità ufficiale. Ma non ci credo, non riesco a crederci». Chi è, allora, l’uomo nero assassino? «Io posso credere che quella notte, in quella casa dai cancelli sempre aperti e dalle tante finestre sul retro, sia entrato un ladro, un balordo, un rapinatore. Convinto, magari, di sorprendere la coppia nel sonno, si è imbattuto in Stefania nell’intimità del bagno, mentre si stava facendo la tintura. Lei si è coperta con un maglione, lui, forse, ha perso la testa e l’ha colpita con brutalità, fino ad ucciderla. Poi, terrorizzato dal suo stesso gesto, è fuggito senza rubare nulla». Fantasie? Chissà. Certo è che la donna non perde tempo e si reca dai carabinieri, sollecitando un’indagine accurata sui fatti. E’ accolta con gentilezza, riceve le condoglianze e una promessa: «La giustizia farà il suo corso». Le tappe successive, però, deludono le sue aspettative: «L’autopsia non comprende un esame tossicologico. Le fotografie scattate sulla scena del decesso riprendono esclusivamente il corpo e ignorano i luoghi. Le testimonianze raccolte si limitano alle poche battute pronunciate dal marito di Stefania, che afferma di non aver visto né sentito nulla». Troppo poco, ai suoi occhi, per calare il sipario su una vicenda che l’ha colpita al cuore. Abbastanza, invece, per spingerla ad avviare un’indagine parallela, durata quattro anni e condotta con tenacia, pur tra ostacoli, mezzi limitati, incomprensioni e scetticismo.

GLI OCCHI E IL CUORE
Nel suo viaggio a ritroso, Virna Cassol si sforza di raccogliere ogni sorta di informazione utile a gettare luce sul caso. A cominciare dal menage familiare, dall’infelicità della sorella, «prigioniera di una casa dorata e maledetta»; umiliata dalla presenza incombente di una rivale in amore: «Tu amavi lui, lui amava l’altra e vedeva solo lei. Dopo la tua morte l’ha sposata». Fino alle brutalità domestiche - «Mi confidasti di subìre violenza fisica, non uscivi di casa per non fare vedere agli altri la vergogna, lo sbaglio, il fallimento del tuo sogno» - e al malinconico rifugio nell’alcol. Eppure non c’è odio nelle pagine sofferte del libro-verità al quale, infine, ha voluto affidare sentimenti e angosce altrimenti divoranti. Quello che gli occhi non vedono lo sente il cuore... , così si intitola, è piuttosto un grido di dolore, una denuncia dei diritti violati. Quelli delle donne, sì: «Discriminate in ambito sentimentale, umiliate tra le pareti domestiche, vittime di violenze e delitti commessi dagli uomini - mariti, amanti, fidanzati, genitori o balordi che siano - e troppo spesso sottovalutati e impuniti». Più che ragionevole dubitare delle ipotesi e dei sospetti avanzati dall’autrice; altrettanto legittimo, crediamo, è rispettarne l’ansia di verità.

EPILOGO PROVVISORIO
Nei giorni scorsi Virna Cassol si è recata alla Procura della Repubblica alla ricerca di un pm disposto ad ascoltare le sue ragioni. Nell’occasione le è stato impossibile contattare un magistrato, tuttavia non ha perso la speranza di esporre all’autorità giudiziaria le notizie e gli indizi in suo possesso in vista di una riapertura formale del caso.